La Cairo che fu e le polemiche strumentali

admin | January 17th, 2013 – 4:50 pm

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Gli egiziani di fede ebraica tornerebbero al Cairo? Sembra una domanda senza alcun aggancio alla cronaca, e invece è la penultima polemica tra Fratelli Musulmani e Israele (l’ultima è sul presunto, vero, verosimile, possibile antisemitismo del presidente egiziano Mohammed Morsy, che accalora la polemistica americana e quella a Tel Aviv). Il sasso nello stagno l’ha gettato uno dei volti più noti dell’Ikhwan egiziano, Essam el Aryan, che ha chiesto agli egiziani ebrei di tornare al Cairo. Cairo che abbandonarono in massa dopo il 1948, dopo la nascita dello Stato di Israele, dopo la rivoluzione di Gamal Abdel Nasser e dei Giovani Ufficiali. La sequenza degli eventi non è messa in fila a caso, ma rimanda ai diversi momenti nei quali la florida comunità ebraica del Cairo e di Alessandria  spopolò i quartieri commerciali e borghesi delle due più importanti città egiziane, a cominciare soprattutto dalla seconda guerra mondiale.Una storia che si mescola con quella degli europei e cittadini ottomani che lasciarono a diverse riprese l’Egitto, a cavallo tra protettorato britannico e repubblica nasseriana.

Il ballon d’essai di Essam el Aryan non poteva avere la sua coda polemica, in una fase – ormai in atto da anni – in cui c’è uno scontro culturale e talvolta propagandistico sulle comunità ebraiche nei paesi arabi e, in misura diversa, nell’Impero Ottomano. Uno scontro che propone letture diverse, molte delle quali direttamente legate a letture politiche o ispirate da cancellerie e/o gruppi di pressione, non solo sul ruolo degli arabi di fede ebraica e delle comunità ebraiche di differente origine, ma anche sulle ragioni per le quali lasciarono i paesi arabi dopo il 1948. Furono cacciati, dice una lettura che mette sullo stesso piano le comunità ebraiche nei paesi arabi e i palestinesi cacciati e in fuga nel 1948, nella nakba. Molti di loro non erano sionisti, dice invece la lettura contrapposta, e non subirono tanto le pressioni dei regimi arabi, quanto le pressioni che giungevano da Tel Aviv per lasciare la loro vita spesso agiata e partecipare all’impresa del nuovo Stato di Israele.

Entrambe le letture contengono verità indiscutibili, e se si lasciasse a studiosi seri (neutrali? onesti?) il duro lavoro di scavare nella storia regionale degli ultimi 70/80 anni, forse non ci sarebbe bisogno di polemiche che, com’è subito evidente, nascondono altro: nascondono obiettivi politici e sono strumento in mano a gruppi di pressione. È evidente che per le comunità ebraiche sulla costa del Nord Africa, e soprattutto in Egitto, rimanere al Cairo e ad Alessandria divenne dopo il 1948 sempre più difficile. Potevano essere considerati la quinta colonna di Israele dentro paesi che stavano togliendosi il tallone coloniale dal collo, e che con Israele avevano già ingaggiato una guerra.

Chi, però, conosce la storia delle comunità mizrahim in Israele sa anche quanto vi sia in molti dei loro esponenti (della vecchia generazione) una visione critica del loro arrivo in Israele, anche per le pressioni che arrivavano dai gruppi sionisti, e quanto  vi sia questa sorta di nostalgia dell’età dell’oro, della vita al Cairo piuttosto che a Fez, a Tripoli di Libia, a Baghdad. Una nostalgia che li accomuna agli italiani, ai greci, ai francesi d’Egitto, membri di quelle comunità di strani cittadini del mondo (o cittadini ottomani) approdati nella regione, expat d’altri tempi, a metà tra gli apolidi e gli innamorati della vita d’Oriente. Per alcuni dei mizrahim che non sono mai stati sionisti, e che in Israele sono approdati nei campi profughi degli anni Cinquanta, la loro vita precedente è l’età della nostalgia e del cosmopolitismo. Per altri, è l’età passata, sostituita da un’adesione piena e convinta a Eretz Israel.

Sull’altro fronte, ci sono paesi e città (arabe) che sono diverse da sessant’anni fa, e per le quali sarebbe difficile accogliere gli ebrei levantini come se non fosse passata la Storia, con i suoi cingolati, sui loro rapporti. Alla base di tutto, c’è la fine di una conoscenza diretta, quotidiana, normale. Non c’è nessun giovane del Cairo che può dire di aver avuto, a scuola, un amico ebreo come invece può dirlo la generazione di mezzo, o ancor meglio quella degli anziani egiziani che andavano a comprare nei grandi magazzini della downtown del Cairo, ai quali Egypt Independent dedica un lungo articolo. L’ignoranza nutre gli stereotipi, le divisioni e i facili odi. Non c’è più il Salon Vert di una volta, tra cotonina e abiti di classe, a rendere tutto più semplice.

Nella foto della prima metà del Novecento, la grande sala dell’Hotel Shepheard. Chi è andato al Cairo sa l’abisso che c’è tra la sala ritratta nella foto e la sala in cui oggi si può mangiare allo Shepeard. Solo un pallido ricordo del tempo che fu, stesso perimetro, stesso soffitto, e basta. Un involucro senza più la sua anima. E qui sotto, invece, un articolo che scrissi per l’Espresso nel 2006: la recensione del libro di Daniel Fishman, Il chilometro d’oro. Si parla di un quadro complesso, appunto, tra un paese – l’Egitto – che non era più lo stesso dopo la seconda guerra mondiale e le pressioni che arrivavano dal sionismo. Si potrebbe chiamare ‘concorso di colpa’, forse, e a pagarne le spese fu quel cosmopolitismo singolare che c’era al Cairo, ad Alessandria, a Tunisi, a Fez, e che non c’è più.

Playlist: percussioni arabe. Hosni Lassaad.

IL CAIRO DELL’ORO

Di Paola Caridi

Di talianin, al Cairo, ce ne sono ancora. Niente a che vedere con le decine di migliaia di italiani che vivevano in Egitto nella prima metà del Novecento. Decurtati, in buona parte, quando l’Italia fascista entrò in guerra, e l’Egitto sotto protettorato britannico mise nei campi di internamento poco meno di diecimila connazionali. Sequestrando, a molti di loro, anche i patrimoni.  Senza guardare in faccia nessuno, i figli degli operai del canale di Suez, tecnici, intellettuali, imprenditori, seguaci di Mussolini e antifascisti. Mortificati dalla vicenda della guerra, e poi quasi del tutto scomparsi nel 1956, quando lo scontro tra il panarabismo di Gamal Abdel Nasser e gli strascichi della politica coloniale britannica e francese raggiunse il suo punto di non ritorno.

Certo, la sparuta pattuglia degli italiani d’Egitto, oggi, è ormai la testimonianza fisica di un’età magica e mitica che non c’è più. Vive solo nei ricordi degli anziani talianin, conservati tra i ninnoli delle loro case di Shobra, Bulacco, Zamalek, Downtown. Quando non sono racchiusi nelle poche cose che gli anziani hanno portato con sé all’ospedale italiano del Cairo, da poco diventato centenario, dove alcuni dei vecchi della comunità sono ospitati.

Niente a che vedere con quello che succedeva qualche decennio fa, tra via Soliman Pascià e la vecchia Opera, al Cairo, dove i programmi lirici erano stilati dagli italiani. O attorno alla piazza centrale sul lungomare di Alessandria dove, assieme ai grandi alberghi come il Cecile e il Metropole, si affacciava e si affaccia anche la villa del consolato d’Italia. Il regno del cosmopolitismo, egiziano ed europeo. Una sapiente mistura tra ingegno, benessere e apertura delle menti e dei cuori che segnò la presenza straniera in Egitto.

Una visione di questo genere è “sicuramente mitizzata. E dunque distorta, pur se affascinante, eroica, ma passata”, scrive Daniel Fishman nell’introduzione al suo Chilometro d’Oro (Guerini), il romanzo dedicato alla vita di un ebreo italiano nato al Cairo nel 1900 e fuggito a malincuore nel 1956. E’ la visione di un uomo che si sente tutto nell’oriente e nel sud egiziano, tutto nell’ebraismo sefardita, tutto nella dimensione di un italiano e di un europeo in vacanza dalle diverse madrepatrie a cui appartiene.

È l’identità multipla e, allo stesso tempo, unica di Mondo Mosseri, il nonno di Fishman, animatore di un’associazione che si occupa della memoria di quei profughi del 1956, che lasciarono in Egitto casa, averi e un pezzo del loro puzzle personale. Appartenente a una delle più importanti famiglie ebraiche d’Egitto, Mondo percorre il suo tempo come se la storia lo lambisse solamente. Consapevole, però, che la storia stava cambiando tutto, il regime delle capitolazioni che tutelavano gli europei, il sistema coloniale britannico, la monarchia egiziana avviata alla decadenza, l’evoluzione dei partiti egiziani, la guerra mondiale e i suoi riflessi al Cairo, la rivoluzione nasseriana.

Come se il vento arrivasse a spegnere, a una a una, le candele che illuminano la stanza, Mondo Mosseri vede spegnersi un’epoca. E pian piano asciugarsi una comunità – quella degli ebrei italiani – che  alla metà degli anni Trenta aveva raggiunto le 11mila persone, come dicono i documenti d’archivio raccolti da Marta Petricioli, la studiosa dell’università di Firenze che ha appena finito di scrivere la storia della comunità italiana in Egitto nella prima metà del Novecento.

Era una comunità ebraica che  si sentiva egiziana, che si sentiva italiana, e che in maggioranza non era sionista. Pagò lo stesso le colpe della rivoluzione geopolitica del dopoguerra. Lontano dalla politica, impegnato con il suo business di cavalli e scommesse, grande giocatore di taula (il backgammon), Mondo non avrebbe mai pensato di finire in uno dei campi d’internamento in cui i britannici confinarono gli italiani dal 1941 in poi. Né di avere una figlia sionista, internata e incarcerata, prima di poter andare definitivamente in Israele. Fu travolto, come gli altri, dal qamasin, dal forte vento del deserto che spazzò via dall’Egitto – tra anni Quaranta e Cinquanta – gran parte di quel cosmopolitismo leggero, pigro, orientale che affascinò tanti. E le cui tracce è stato possibile ritrovare ancora, per tanti anni, tra i palazzi di dowtown e il grande cuore di tanti egiziani.

 

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