La Casa saudita mobilita migliaia di uomini delle forze di sicurezza per soffocare i crescenti segnali di rivolta

07/03/2011

by Robert Fisk
Original Version: Saudis mobilise thousands of troops to quell growing revolt

Il peggior incubo della Casa saudita, la possibilità che l’ondata della ribellione araba si propaghi nel regno, rischia di materializzarsi nei prossimi giorni – scrive il giornalista britannico Robert Fisk

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L’Arabia Saudita ha deciso venerdì scorso di inviare fino a 10.000 agenti di sicurezza nelle sue province del nord-est a maggioranza sciita, intasando le autostrade a Dammam e in altre città con pullman e camion di truppe, poiché teme la “giornata della rabbia” che dovrebbe tenersi questa settimana, e che ora viene chiamata la “Rivoluzione di Hunayn”.

Il peggior incubo dell’Arabia Saudita – la possibilità che il nuovo “risveglio arabo” della ribellione e dell’insurrezione approdi nel regno – sta ora proiettando la sua lunga ombra sulla Casa dei Saud. Irritato dalla rivolta della maggioranza sciita nella vicina isola del Bahrein, dove i manifestanti chiedono il rovesciamento della famiglia regnante sunnita Al Khalifa, si dice che re Abdullah dell’Arabia Saudita abbia detto alle autorità del Bahrein che, se non schiacceranno loro la rivolta sciita, lo faranno le forze saudite.

L’opposizione si aspetta che almeno 20.000 sauditi si raccoglieranno a Riyadh e nelle province musulmane sciite del nord-est del paese, venerdì prossimo, per chiedere la fine della corruzione e, se necessario, il rovesciamento della Casa dei Saud. Le forze di sicurezza saudite hanno schierato truppe e poliziotti armati in tutta l’area di Qatif – dove vive la maggior parte degli sciiti in Arabia Saudita – e venerdì scorso gli aspiranti manifestanti hanno fatto circolare le foto di veicoli corazzati e autobus della Polizia di Stato su una strada nei pressi della città portuale di Dammam.

Anche se stanno disperatamente cercando di evitare che si diffondano le notizie della portata delle proteste arabe, i funzionari della sicurezza saudita sanno da più di un mese che è possibile che la rivolta degli sciiti nella piccola isola del Bahrein si propaghi all’Arabia Saudita. Nel regno saudita, migliaia di e-mail e messaggi su Facebook hanno incoraggiato i sunniti sauditi a partecipare alle manifestazioni programmate in tutto il regno, notoriamente “conservatore” e altamente corrotto. Tali messaggi suggeriscono – e quest’idea è chiaramente coordinata – che durante gli scontri con la polizia o con l’esercito venerdì prossimo, le donne saudite si dispongano nelle prime file dei manifestanti al fine di dissuadere le forze di sicurezza saudite dall’aprire il fuoco.

Se la famiglia reale saudita deciderà di utilizzare la massima violenza contro i dimostranti, il presidente americano Barack Obama si troverà ad affrontare una delle più delicate decisioni della sua amministrazione in Medio Oriente. In Egitto, egli ha appoggiato i manifestanti solo dopo che la polizia aveva fatto ricorso ad una sfrenata potenza di fuoco contro i dimostranti. Ma in Arabia Saudita – un “alleato chiave” degli Stati Uniti, e uno dei principali produttori di petrolio al mondo – Obama potrebbe essere più restio a proteggere gli innocenti.

Finora, le autorità saudite hanno cercato di dissuadere la propria popolazione dall’appoggiare le manifestazioni dell’11 marzo sostenendo che molti manifestanti sarebbero “iracheni e iraniani”. È la stessa vecchia storia usata da Ben Ali in Tunisia, da Mubarak in Egitto, da Bouteflika in Algeria, da Saleh nello Yemen e dalla famiglia Al Khalifa nel Bahrein: “mani straniere” sarebbero dietro ogni insurrezione democratica in Medio Oriente.

Il segretario di Stato americano Hillary Clinton e il presidente Obama stringeranno i denti venerdì prossimo, nella speranza che i manifestanti siano solo in piccole quantità, o che i sauditi “trattengano” i loro poliziotti e le loro forze di sicurezza; ma la storia suggerisce questo è improbabile. Quando alcuni accademici sauditi in passato hanno semplicemente chiesto riforme, sono stati minacciati o arrestati. Re Abdullah, sebbene sia un uomo molto anziano, non tollera capi ribelli o servi della gleba irrequieti che gli chiedono di fare concessioni ai giovani. Ma la sua “maxi-tangente” da 44 miliardi di dollari, da lui promessa per migliorare l’istruzione e innalzare i sussidi per la casa, difficilmente soddisferà le loro esigenze.

Un’indicazione della gravità della rivolta contro la famiglia reale saudita arriva dal nome che essa si è scelta: Hunayn. Si tratta di una valle vicino alla Mecca che fu il teatro di una delle ultime grandi battaglie del profeta Maometto contro una confederazione di beduini nel 630 d.C.. Il Profeta ottenne una netta vittoria dopo che i suoi uomini si erano inizialmente mostrati timorosi dei loro avversari. Il riferimento al Corano 9, 25-26 contiene una lezione per i principi sauditi: “Dio vi ha dato la vittoria su molti campi di battaglia. Ricordate il giorno di Hunayn, quando vi compiacevate del vostro gran numero”.

“Allora la terra, con tutte le sue distese, si restrinse davanti a voi, e voi vi voltaste e fuggiste. Allora Dio fece discendere la sua serenità sul Suo Messaggero e sui credenti, e fece discendere truppe che voi non vedeste. E punì i miscredenti”. I miscredenti, naturalmente – agli occhi dei sostenitori della Rivoluzione di Hunayn – sono il re e i suoi mille principi.

Come quasi ogni altro potentato arabo nel corso degli ultimi tre mesi, il re Abdullah dell’Arabia Saudita ha improvvisamente promesso incentivi economici e riforme, quando il nemico rivoluzionario era alle porte. Possono gli arabi farsi corrompere in questo modo? I loro leader certamente possono, soprattutto nel momento in cui, come nel caso dell’Egitto, Washington offriva loro il più generoso esborso di dollari – 1,5 miliardi – dopo Israele. Ma siccome questi soldi raramente si sono riversati su una gioventù povera ma sempre più istruita, le promesse del passato vengono ricordate e messe in ridicolo. Con i prezzi del petrolio che toccano i 120 dollari al barile, e con la crisi libica che ha determinato un abbassamento della produzione petrolifera di Tripoli pari al 75%, il grave interrogativo economico – e morale, qualora questo aspetto rientri nell’interesse delle potenze occidentali – è per quanto tempo ancora il “mondo civilizzato” potrà continuare a sostenere un regime come quello saudita, i cui cittadini hanno costituito la maggioranza degli attentatori suicidi dell’11 settembre.

La penisola araba ha dato al mondo il Profeta, la rivolta araba contro gli Ottomani, i Talebani, l’11 settembre, e – diciamo la verità – al-Qaeda. Le proteste di questa settimana nel regno riguarderanno quindi tutti noi – ma non certo più del conservatore e decisamente ipocrita pseudo-stato saudita, gestito da una società senza azionisti chiamata “Casa dei Saud”.

Robert Fisk è un noto scrittore e giornalista britannico; è corrispondente dal Medio Oriente per il quotidiano britannico “The Independent”; risiede a Beirut

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