La definizione di Israele

26 marzo 2014
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Bernard Guetta È un giornalista francese esperto di politica internazionale. Ha una rubrica quotidiana su Radio France Inter e collabora con Libération.

Il 26 marzo John Kerry incontrerà in Giordania il presidente palestinese Abu Mazen. Determinato e forse un po’ troppo ottimista, il segretario di stato americano continua a credere in una soluzione condivisa del conflitto israelo-palestinese nonostante lo stallo del processo di pace riavviato a luglio. Kerry non vuole darsi per vinto, ma sulla sua strada è apparso un nuovo ostacolo che si aggiunge al problema di Gerusalemme, a quello delle colonie e a quello dei rifugiati.

Alla pretesa del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che i palestinesi riconoscano il suo paese in quanto “stato ebraico”, Abu Mazen oppone un rifiuto categorico, molto probabilmente definitivo e totalmente condiviso da tutti i paesi arabi. Pur essendo profondamente divisi sul conflitto siriano e sulla posizione da assumere nei confronti dei Fratelli musulmani e della repressione a cui sono sottoposti in Egitto, gli stati arabi approvano all’unisono il rifiuto dei palestinesi della definizione di Israele come “stato ebraico”, anche se restano favorevoli quasi all’unanimità a un accordo di pace.

Alla fine il dialogo potrebbe arenarsi proprio a causa di queste due parole. Ma perché la definizione di Israele suscita una tale intransigenza su entrambi i fronti?

Per Netanyahu il nocciolo della questione non è tanto la divisione dei territori, quanto la legittimità storica del ritorno degli ebrei in quelle che erano state le loro terre. In altre parole il primo ministro israeliano pensa che i palestinesi potrebbero anche accettare provvisoriamente la soluzione dei due stati, ma non riconoscendo questa legittimità storica potrebbero sempre fare marcia indietro e rivendicare per intero l’antica Palestina. Netanyahu continua a ripetere che non c’è alcun motivo per non riconoscere uno “stato ebraico” una volta riconosciuto uno “stato palestinese”, ma per i palestinesi le cose non sono così semplici.

Se riconosciamo Israele, spiegano i palestinesi, è evidente che quello che riconosciamo è uno stato ebraico, ma oltre al fatto che tocca a Israele definire ciò che vuole essere, non possono chiederci di approvare il progetto sionista della ricostituzione di uno stato ebraico, perché se lo facessimo negheremmo che questa terra è nostra da duemila anni, che la nostra legittimità storica non è inferiore a quella degli israeliani e che anche gli arabi sono cittadini di Israele.

Si tratta dunque di uno scontro tra due storie, un problema di narrativa, dignità e miti nazionali. Ma è anche una questione politica, e secondo la sinistra e i centristi israeliani Netanyahu non vuole affatto trovare un accordo, ma soltanto far ricadere la responsabilità del fallimento su Abu Mazen. A sua volta il presidente palestinese non potrebbe mai imporre al suo popolo la narrativa israeliana senza essere immediatamente screditato. Il cammino verso la pace è sempre più tortuoso, ma l’impegno di Kerry e degli Stati Uniti è un segnale incoraggiante.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

 

La definizione di Israele

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