La Dichiarazione di Sabeel: opportunità o trappola per la Palestina?

L’idea che la dirigenza palestinese vada all’ONU a fare pressione per il pieno riconoscimento della Palestina quale Stato, sta correndo incontro a molte complessità. Sabeel vorrebbe ribadire che, a sessant’anni dal conflitto, è ora che la comunità internazionale spinga per la liberazione e l’indipendenza della Palestina. Uno dei maggiori ostacoli su questa strada, non è soltanto l’ingiusta politica del governo israeliano, ma l’inabilità dell’amministrazione degli Stati Uniti d’America di agire in conformità della legge internazionale e sulla base delle risoluzioni dell’ONU.
Ci si può aspettare che un paese come Israele, perseguendo i propri interessi politici, non si curi delle risoluzioni dell’ONU. Quello che noi troviamo difficile da capire è perché un paese come gli Stati Uniti, oggi la più grande potenza del mondo, si permetta di proteggere e difendere proprio quel paese che ignora le risoluzioni dell’ONU ed indebolisce la legge internazionale. Di conseguenza, a causa della collaborazione e collusione degli Stati Uniti con Israele, ci ritroviamo in una empasse mortale e lontani dalla meta della soluzione del conflitto.
La situazione nel territorio è insopportabile, poiché è chiaro che Israele, con la sua politica inarrestabile degli insediamenti ed il suo appetito insaziabile di divorare terra palestinese, non lascerà neppure un pezzetto di territorio che i palestinesi possano chiamare patria. Ciò che Israele fa ogni giorno, è perpetrato in piena luce davanti agli occhi del mondo, mentre nessun Paese è in grado di fermare questa dura ingiustizia espansionistica.
Nella dichiarazione che Sabeel ha fatto circolare il 24 agosto 2011, abbiamo provato a far capire ai nostri amici i pro e i contro dell’andare alle Nazioni Unite in settembre. In questo documento noi vorremmo fare un approfondimento su alcuni dettagli ed antefatti che potrebbero ulteriormente chiarire la situazione.

Futili Trattative.
I palestinesi e gli israeliani sono stati impegnati per vent’anni in trattative per la risoluzione del conflitto. Ovviamente questo è avvenuto con l’incoraggiamento degli Stati Uniti e della Comunità internazionale. Quando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (PLO) firmò la Dichiarazione dei Principi di Oslo (DOP) nel 1993, lo fece sulla base del principio che entro cinque anni si sarebbe raggiunto un accordo esauriente, che si sarebbe concluso con la costituzione di uno Stato indipendente palestinese. Questo non è avvenuto, e le trattative non hanno prodotto i risultati desiderati. Sono finiti in un circolo vizioso e sono diventati del tutto futili.
Più di recente, l’ Autorità Palestinese (PA) ha insistito che affinchè le trattative possano raggiungere il loro obiettivo, entrambe le parti dovrebbero accettare due principi, basilari ed essenziali, e cioè i termini di riferimento per le trattative ed un arco temporale. L’Autorità Palestinese ha insistito che i termini di riferimento debbano essere la Risoluzione pertinente dell’ONU sul problema della Palestina e una agenda predeterminata. Israele non solo ha rifiutato di farlo, ma ha posto sette precondizioni :

1. Nessun diritto di ritorno dei rifugiati Palestinesi
2. Gerusalemme non è negoziabile
3. No al ritorno ai confini del 1967
4. No al blocco della costruzione di nuovi insediamenti
5. Il riconoscimento di Israele come stato ebraico
6. Mantenimento dell’esercito israeliano nella valle del Giordano
7. Uno stato palestinese demilitarizzato

Gli Stati Uniti non sono stati in grado di proporre una soluzione a questo stallo. Il Presidente Obama ha provato, ma fallito, a convincere Israele a fermare gli insediamenti mentre procedevano le trattative.. In realtà, il governo israeliano ha rifiutato di ottemperare, ed il presidente Obama ha dovuto fare marcia indietro.
E così è diventato abbondantemente chiaro che Israele sta facendo tutto il possibile per bloccare la costituzione di uno stato palestinese e sta creando unilateralmente una realtà con un solo stato. In teoria questo può indirizzarsi in due direzioni , o uno stato razzista, tipo apartheid , che è già in attuazione, oppure uno stato con piena democrazia per tutti i cittadini, che potrebbe possibilmente emergere.
Poiché sappiamo dove sta Israele in termini di “ democrazia per tutti “, noi crediamo che il movimento sia in direzione di uno stato razzista. Allo stesso tempo, sappiamo che Israele non vuole comandare o governare milioni di palestinesi, e così è facile concludere che la politica di Israele è quella di liberarsi dei palestinesi. La sua strategia si fa più chiara ogni giorno che passa. Vuole tirare per le lunghe, tenere in stallo, e prevaricare per poter divorare sempre di più terra palestinese. E mentre divora, costruisce ed espande gli insediamenti, e costruisce il suo muro di separazione per includere ciò che vuole e per escludere ciò che “desidera “ lasciare ai palestinesi. Quando avrà completato il suo schema, quello che rimarrà della Cisgiordania sarà meno del 10% della Palestina storica, invece che del 22% che originariamente comprendeva la Cisgiordania, incluse Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza. ( e invece dell’oltre 45% che era stato assegnato dal Piano di ripartizione dell’ONU del 1947 ). I palestinesi sarebbero confinati in una piccola area che non è contigua e autosufficiente, ma frammentata ed impossibile. E per quanto riguarda Israele, se poi i palestinesi volessero chiamare questo uno stato, ne sarà compiaciuto.
Sabeel ha sempre sostenuto che la soluzione ideale per la risoluzione del conflitto sia la costituzione di un unico stato civile democratico per tutti gli abitanti della Palestina del mandato – palestinesi ed israeliani, ebrei, cristiani e musulmani. Ma per molte ragioni, considerazioni pragmatiche incluse, la Risoluzione dell’ONU per la soluzione due- stati, e specialmente per la pace e la sicurezza di tutti, Sabeel si è battuta e ha sostenuto la soluzione a due –stati, che noi consideriamo la storica e generosa proposta dei palestinesi per una pace permanente. Lo stato palestinese, perciò, deve includere tutto il territorio occupato nel 1967 con Gerusalemme Est come sua capitale, e non dovrebbero essere più richiesti ai palestinesi compromessi o concessioni o scambi di terra.
Altre opzioni che potrebbero essere considerate sono: uno stato bi-nazionale in Palestina-Israele, o una confederazione o federazione di stati nella regione.

Le Nazioni Unite.
Per uscire dallo stallo corrente, La PA ha annunciato che non ha altre opzioni se non di rivolgersi allo ONU , quale sistema di governo mondiale, e cercare il supporto della comunità internazionale delle nazioni. L’ immediata risposta di Israele è stato l’annuncio della costruzione di migliaia di nuove unità di insediamento nei territori occupati. Come al solito, amministrazione USA ed altri paesi occidentali hanno espresso il loro rincrescimento ed opposizione alla decisione israeliana, ma hanno mancato di agire contro di essa. Davanti a una provocazione così eclatante, l’amministrazione USA ha continuato a insistere sulla ripresa dei negoziati, infruttuosi, infiniti ed inefficaci.
Mentre scriviamo questa dichiarazione, la PA è determinata ad andare all’ONU il 20 settembre 2011 con una richiesta per il riconoscimento della Palestina quale stato con piena partecipazione nella istituzione internazionale. Tale riconoscimento aiuterà i palestinesi a negoziare con Israele da una posizione egualitaria, quale stato riconosciuto.
Secondo la Carta dell’ONU, uno stato può ottenere piena partecipazione se sia il Consiglio di Sicurezza che l’ Assemblea Generale votano affermativamente in suo favore. In settembre i palestinesi presenteranno la loro domanda di partecipazione. I palestinesi sanno che andare prima al Consiglio di Sicurezza ONU significa essere respinti da un veto garantito degli Stati Uniti; mentre andando prima alla Assemblea Generale, dove non c’è veto, essi hanno una buona probabilità di ricevere la necessaria maggioranza di 2/3 dei voti. E’ importante notare che ci sono 193 Paesi che costituiscono l’organizzazione delle Nazioni Unite . Affinchè la Palestina diventi un membro, debbono votare per essa 129 Paesi, dei quali 126 già riconoscono lo stato della Palestina nei suoi confini del 1967.
E’ importante ricordare che il conflitto sulla Palestina è cominciato nell’Assemblea Generale dell’ ONU nel 1947, quando esso votò la spartizione del Paese in due stati, ignorando completamente la volontà della maggioranza palestinese ed il suo diritto alla auto-determinazione. Le Nazioni Unite, per questa ragione, sono il giusto indirizzo; creò il problema ed ha la responsabilità di risolverlo.

Proteggere i diritti inalienabili del popolo palestinese.
I “diritti inalienabili del popolo palestinese“ sono una questione di straordinaria importanza, che noi dobbiamo evidenziare. C’è il pericolo potenziale che l’intera questione si trasformi in una trappola, che potrebbe mettere in pericolo i loro diritti legittimi. Perciò le domande che si devono porre sono :

1. Il riconoscimento della Palestina nelle circostanze presenti sarà la fine del percorso?
2. Questo riconoscimento condurrà alla costituzione di un vitale, indipendente stato sovrano entro i confini del 1967, che possa far valere i diritti inalienabili dei palestinesi?

Provando a rispondere a questi dilemmi, noi possiamo immaginare quanto segue:

1. Avere uno stato senza contiguità e non-sovrano, senza autorità legale e giurisdizione sul proprio territorio, equivarrà soltanto a un non- stato.
2. Senza forti alleati, ai palestinesi sarebbe negato ogni ulteriore diritto alla lotta per la liberazione della loro terra, e si metterebbe un coperchio sul nostro destino.
3. Il PLO fu costituito come il solo legittimo rappresentante del popolo palestinese in tutto il mondo, ed è importante che il PLO continui in questo ruolo per proteggere i diritti inalienabili dei palestinesi.
La PA spera che l’ Assemblea Generale dell’ONU voti in modo schiacciante per il riconoscimento del diritto dei palestinesi all’indipendenza e alla sovranità su tutto il territorio che venne occupato da Israele durante la guerra del 1967: la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza. La Palestina diventerà il 194° stato nelle Nazioni Unite. Se questo succederà nel settembre 2011, tre questioni minacciose e crucialmente pericolose necessiterebbero ancora una risposta :

1. Come farà l’ONU a far valere la sua decisione per far finire l’ occupazione Israeliana cosicchè si possa realizzare la piena sovranità palestinese su tutto il territorio liberato?
2. Cosa succederà a tutti gli insediamenti israeliani illegali che si trovano dentro lo stato palestinese?
3. Cosa succederà alla risoluzione 194 dell’ONU sul Diritto di Ritorno dei rifugiati palestinesi?

Sabeel , quale movimento di teologia di liberazione, che lavora fondamentalmente per la giustizia, la pace e la riconciliazione, offre profeticamente i seguenti suggerimenti :

1. Se Israele rifiuta di accettare la decisione dell’ONU, l’ONU può richiedere a tutti gli stati membri di usare tutti i metodi nonviolenti di resistenza, inclusi il boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni (BDS) per farlo aderire. Ci vorrà tempo, ma è un inizio. Ci sono altre opzioni che l’ ONU ha a sua disposizione . Se c’è una volontà internazionale per costringere il governo di Israele ad adeguarsi e sottomettersi alle richieste della comunità internazionale, si può fare. Noi abbiamo visto l’ ONU in azione quando altri paesi non si sono attenuti alle risoluzioni dell’ONU.
2. Dal momento che gli insediamenti Israeliani in Cisgiordania e dentro ed intorno a Gerusalemme sono da considerarsi illegali secondo la legge internazionale, e perciò illegittimi, allora tutti gli insediamenti diventano parte integrale dello stato palestinese. E dal momento che i palestinesi aspirano ad uno stato civile democratico a prescindere da razza, etnicità e religione, non ci saranno obiezioni se alcuni ebrei sceglieranno di vivere pacificamente in Palestina, sotto la giurisdizione palestinese.
3. Il governo di Israele deve riconoscere la sua responsabilità per la dislocazione dei rifugiati palestinesi tra il 1947 e il 1949. Israele ha consistentemente rifiutato di implementare la risoluzione Onu 194, sulla base della quale gli fu permesso di diventare un membro dell’ONU. Il Diritto al Ritorno è sia un diritto internazionale che un diritto individuale inalienabile. Quando Israele accetterà che questo diritto è applicabile ai palestinesi, allora la sua implementazione andrebbe negoziata.

E’ importante ricordare che gli Stati Uniti non solo non vogliono sostenere i palestinesi nella loro decisione di andare all’ONU, ma stanno esercitando grande pressione per persuaderli a non farlo. Questo è un vero ostacolo, specialmente quando si ricorda che lo stesso presidente Obama aveva menzionato la costituzione di uno stato palestinese nel suo discorso alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre 2010. Egli aveva detto che il mondo poteva avere un accordo che avrebbe portato alla creazione di un nuovo stato palestinese l’anno seguente (cioè nel 2011). Sembra anche che gli europei non vogliano prendere una posizione forte e chiara in disaccordo con gli Stati Uniti.

Incroci.
Mentre siamo assediati da questi dilemmi e confortati da queste opportunità, è difficile predire se l’andare alle Nazioni Unite in settembre sarà una grande chance per i palestinesi per rivendicare i loro diritti, o se Israele e gli Stati Uniti, per la loro opposizione ed influenza, la faranno diventare una trappola. Se sarà così, ciò potrebbe comportare imprevedibili disastrose conseguenze per tutti i popoli della regione ed il prolungamento dell’occupazione e della miseria di tutti.
Se l’andare alle Nazioni Unite è un diritto che deve essere rivendicato, qualunque cosa succeda, esso fornirà alla comunità internazionale una opportunità di battersi per i diritti dei palestinesi e per mettere fine alla occupazione ed alle continue ingiustizie, sofferenze ed espropriazioni.
Comunque sia, noi dobbiamo capire che questo passo potrebbe richiedere una unità rinnovata fra il nostro popolo, nuove elezioni, nuova dirigenza ed una nuova strategia, che potrebbe portare alla costituzione di uno stato autosufficiente in Palestina e allo stesso tempo ottenere i diritti inalienabili del popolo palestinese e pace nella regione.
Perciò, mentre ci muoviamo verso questo nuovo stadio, noi chiediamo ai nostri amici di pregare per noi e di stare al nostro fianco mentre noi continuiamo la nostra lotta per la giustizia, la pace e la liberazione sulla base delle risoluzioni delle Nazioni Unite e delle richieste della legge internazionale.

Sabeel, Centro di Teologia Ecumenica di Liberazione
Gerusalemme, 5 Settembre 2011
(traduzione di Giandomenico Ongaro)

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