La E1, la geografia e gli schiaffi all’Europa

admin | December 4th, 2012 – 4:32 pm

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A dire il vero, io la geografia l’ho amata, da ragazzina. Soprattutto le ‘cartine mute’, che erano una bella sfida. Gioco intellettuale a parte, le consideravo nozioni più divertenti che necessarie. Fino a che, in età adulta, non sono andata a vivere a Gerusalemme. Da allora, credo che la geografia sia non solo la descrizione più vicina alla realtà del nostro strano pianeta, ma che sia anche fondamentale per non rimanere ignoranti. E sapere quello di cui si parla.

Ognuno a Gerusalemme sa dove si trova. Sa se si trova a est o a ovest, a meridione o a nord. I punti cardinali non sono un ricordo scolastico: sono la vita quotidiana.

Come vita quotidiana sono le sigle che in questi giorni hanno riempito i giornali. E1, per esempio. Una lettera e un numero che vogliono dire, però, un punto di non ritorno nella triste e lunga storia del conflitto israelo-palestinese.

Guardate, per capirlo, questa cartina di Ir Amin, un’associazione pacifista israeliana che si occupa proprio di un futuro giusto per Gerusalemme. E’ una cartina complicata, ma non fatevi spaventare da quella lunga serie di colori, macchie di leopardo, linee, demarcazioni. Provate a immaginare quello che è su carta in 3D, per così dire, in strade, palazzi, colline, checkpoint, Muro si separazione, quartieri, colonie…

Come vedete, Gerusalemme ovest – la parte israeliana – ha la forma di un utero, imbozzolato da tutto ciò che c’è a est, a nord, a sud. A est, l’altra parte di Gerusalemme, quella palestinese dal 1948 (prima, la città non aveva questa divisione semantica tra un ovest israeliano e un est palestinese, ma la storia sarebbe oggi troppo lunga, per questo post…). A oriente c’è dunque la parte palestinese di Gerusalemme, le colline glabre che vanno verso Gerico e arrivano al Giordano, al Mar Morto, al Ponte di Allenby, alla Giordania. A sud c’è tutta la parte di quartieri palestinesi che va verso Betlemme. A nord i quartieri palestinesi congiungono, in sostanza, Gerusalemme con Ramallah: se non fosse, certo, per quel Muro di separazione, cemento grigio alto nove metri, che frammenta tutto, anche la quotidianità e il tessuto sociale.

Non è tutto bianco e nero come l’ho descritto sinora. Non è un sistema binario: israeliani di qua, palestinesi di là. Quelle macchie di leopardo nella parte orientale di Gerusalemme significano quartieri residenziali israeliani a est della Linea Verde, nel settore occupato della città, che per l’Onu sono colonie, come colonie sono le città israeliane costruite in Cisgiordania, nel cuore dello Stato di Palestina.

Ora, premesso tutto questo, l’E1 è una storia nella storia. E segna un punto di svolta. Se le migliaia di appartamenti fossero costruiti – come si prefigge il progetto approvato dal governo israeliano –la Cisgiordania sarebbe divisa in due cantoni. Un cantone settentrionale (Ramallah-Nablus-Jenin) disconnesso da un cantone meridionale (Betlemme-Hebron), entrambi ormai staccati da Gerusalemme est, che perdono anche tutta la fascia che da Gerusalemme arriva a Gerico, la porta della valle del Giordano che per Israele deve essere sotto controllo militare di Tsahal (salvo poi già averci costruito colonie e serre). Non solo: la zona E1, come si vede dalla cartina, è esattamente l’altra parte della tenaglia – la prima è Gerusalemme ovest – che stringe e comprime Gerusalemme est proprio nella parte più delicata, compresa la Città Vecchia e i vecchi quartieri della borghesia ottomano fuori dalle Mura di Solimano.

Era già chiaro, a chi viveva e vive a Gerusalemme, che la zona E1 era la chiave di volta. E che Israele non ci avrebbe rinunciato, anche prima che Netanyahu vincesse le elezioni. La grande centrale di polizia, il cubo che emerge dalla zona E1, su un’alta collina che guarda la strada verso Gerico, non è stata costruita durante il premierato Netanyahu, e la sua inaugurazione ha già detto – a chi conosce la geografia di Gerusalemme – quasi tutto di quello che succederà in futuro. Bibi Netanyahu ha, semmai, scelto il momento mediaticamente più sfavorevole per mettere la comunità internazionale di fronte al fatto compiuto. Gerusalemme – dice il suo governo – è israeliana, e i fatti sul terreno renderanno impossibile qualsiasi altro progetto che parli di una identità molto più complessa (e reale) della città. Non solo israeliana e non solo ebraica.

D’altro canto, Netanyahu ha già scelto altri momenti mediaticamente sfavorevoli per gettare in faccia alla comunità internazionale i fatti sul terreno che avrebbero dovuto cambiare la direzione del conflitto, sulla questione nodale di Gerusalemme. L’inizio della costruzione della grande colonia di Har Homa (ora una vera e propria città di decine di migliaia di abitanti tra Gerusalemme e Betlemme) avvenne in concomitanza con un viaggio dell’allora segretario di stato Madeleine Albright. In quel caso, Bill Clinton regnante, un altro presidente democratico costretto ad affrontare le decisioni di un governo likudista presieduto da Netanyahu. Era il 1997. Dopo 15 anni Har Homa è una cittadina imponente che spacca la continuità tra Gerusalemme e Betlemme, divise dal Muro di separazione. Ora tocca all’est di Gerusalemme, dove la cittadina di Maaleh Adumim si erge, a spaccare anche in questo caso la continuità di un  territorio. Indiscrezioni su indiscrezioni, da due giorni, parlano di quanto l’amministrazione americana sia risentita per l’ultima mossa di Netanyahu, e di quanto la decisione del governo israeliano sia uno “schiaffo” in faccia a Obama. Solo il tempo dirà se questo schiaffo cambierà la direzione della politica statunitense, che per ora non ha fatto mosse particolarmente significative per creare discontinuità. Come dimostra il voto contrario in sede di Assemblea generale dell’Onu sulla Palestina come osservatore.

L’Europa ha cominciato ad alzare un pochettino la voce, dopo che da anni e anni e anni (testimone diretta), i consoli europei a Gerusalemme hanno messo in guardia Bruxelles da quello che sarebbe successo (anche in zona E1) nel caso non si fosse intervenuti sulle parti in conflitto. In questo caso, su Israele. E, come al solito, alziamo la voce quando i buoi sono già scappati, con buona pace di una ormai impossibile, impraticabile, velleitaria soluzione dei 2 Stati.

Domandina finale: che fine farà la cosiddetta Collina di Paolo VI in tutta questa storia?

Per la playlist, Come Down in Time, Sting & Elton John.

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