La farsa continua

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LE IMMAGINI DI QUESTO NUMERO sono parte di un reportage di Alicia Vacas ad Al-Azareyah, un sobborgo di Gerusalemme

di Zvi Shuldiner

Sorpresa? No, solo un nuovo capitolo nella nota farsa paceinsediamenti.

Ehud Barak, ministro della difesa israeliano, ha autorizzato nelle ultime ore la costruzione di 450 unità abitative in vari punti dei Territori occupati. Perché il ministro della difesa? La ragione è semplice: persino il governo israeliano riconosce lo status legale dell’occupazione. Le convenzioni internazionali che Israele teoricamente accetta vietano il trasferimento di popolazione dal territorio occupante a quello occupato. Solo in casi in cui la costruzione è destinata a garantire la sicurezza, si autorizzano nuove costruzioni ed espropriazioni. Dal 1967, vari governi israeliani hanno utilizzato la «scusa geniale»: questo e quell’avamposto viene prima costruito per ragioni di sicurezza, poi dopo qualche tempo arrivano i civili.

La demagogia del premier Netanyahu e dei suoi ministri sulle reali esigenze dei coloni nei territori occupati e sul diritto di tutti i cittadini a ottenere una risposta al problema degli affitti, non devono celare una realtà elementare: questa bugia fa parte del processo di colonizzazione, tanto più che i palestinesi non godono di un diritto simile.

Non ci sono insediamenti legali e illegali. Tutti gli insediamenti sono illegali. Ma, anche se non lo fossero, bisogna ricordare qual è la ragione per la loro costruzione: ogni insediamento è un segnale per un cambiamento della mappa geografica, per la possibile giustificazione della futura annessione dei territori occupati. In altre parole: ogni insediamento è destinato a costituire un ostacolo effettivo per impedire una pace giusta.

Mentre il premier Begin discuteva con i presidenti Sadat e Carter l’accordo di pace di Camp David, il ministro dell’agricoltura Sharon annunciava che era necessario portare avanti la costruzione di insediamenti nei territori occupati.

Successivamente Sharon è diventato ministro della difesa e si è fatto carico di evacuare gli insediamenti in territorio egiziano. Poco dopo, per migliorare la sua immagine, ha scatenato la guerra del Libano del 1982.

La conferenza di Madrid del 1991 è stata preceduta da vari negoziati condotti dal segretario di stato americano James Baker. A ogni tornata negoziale, gli israeliani lo ricevevano con un nuovo insediamento, finché il presidente Bush (padre) non ha congelato i prestiti a Israele se questo non avesse interrotto la costruzione degli insediamenti, contribuendo forse alla vittoria di Rabin nel 1992.

Che dire di Oslo? Nel 1993, la storia sembrava a un punto di svolta, ma i negoziatori palestinesi non sono stati abbastanza scaltri da esigere l’interruzione degli insediamenti. Si negoziava la pace, ma allo stesso tempo si portava avanti una colonizzazione sfrenata. Il principio che regge questa politica è semplice: a ogni insediamento corrisponde un po’ di sicurezza in più e per questo costruiamo nuove strade e per questo confischiamo più terre. Se poi i palestinesi protestano e la situazione si deteriora, sarà necessario costruire nuovi avamposti, nuove basi, nuove strade…

Bisogna che tutti capiscano che questo è un processo di colonizzazione e che non sarà bloccato solo con dichiarazioni vacue: il vero problema non è se il presidente americano Barack Obama è in grado di pronunciare un bel discorso all’università del Cairo. Il vero problema è che bisogna analizzare attentamente gli interessi imperiali americani per capire se cambierà la politica americana nella regione, anche se questo implicasse l’esercizio di una pressione su Israele simile non solo a quella esercitata da Baker e Bush nel 1991, ma alla decisione sovietico-americana del 1957, quando le due potenze hanno costretto Israele a ritirarsi subito dal Sinai, poco dopo che il premier Ben Gurion aveva dichiarato il Terzo Regno di Israele.

Il segretario di stato americano Kissinger lo aveva già detto: Israele non ha una politica estera; questa è il prodotto della sua politica interna.

Sembra saggio, ma in realtà è banale: la politica estera è sempre una versione altra della politica in grande. Il premier israeliano si è aggiudicato oggi un certo respiro.

Congelare la costruzione degli insediamenti? Atto di lesa maestà, dice la destra. Sembrava che alcuni del Likud volessero ribellarsi contro il premier e la sua coalizione traballante.

L’ordine di Barak, che autorizza 450 nuove unità abitative, ha permesso di placare i ministri più estremisti e di evitare la possibile ribellione della destra del Likud e dell’ultradestra. Ora tutti si stanno allineando dietro al premier, che nei prossimi giorni potrà dire all’inviato americano George Mitchell che Israele congelerà i nuovi insediamenti per i prossimi nove mesi.

È forse facile placare i falchi del governo? No. Loro sanno che i complessi progetti della costruzione rendono molto difficile un’interruzione reale, a meno che non ci sia una reale pressione da parte degli Stati uniti o della comunità internazionale.

Congelare per nove mesi o un anno significa che in questo periodo non si costruiranno nuove unità. Però… però si continuerà a costruire quelle già approvate in passato e si inizierà a costruire le 450 frescamente approvate. Poi, come si potrà lasciare i poveri coloni senza una sinagoga, un’infermeria, una scuola o un supermercato? La farsa continua.

Il Manifesto, 8 settembre 2009

 

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