LA FEROCIA DEGLI SGOMBERI A ROMA E L’ASSENZA DI POLITICHE ABITATIVE

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Durante lo sgombero della scuola in via Cardinal Capranica a Primavalle, Roma, il 15 luglio 2019. (Massimo Percossi, Ansa)

“Sono italiana, italiana come voi”, grida una ragazza a squarciagola dal tetto della scuola occupata rivolgendosi agli agenti di polizia che stanno per fare irruzione nell’edificio in cui vive con la sua famiglia, i suoi genitori e suo fratello da molti anni. “Che soluzione è buttarci fuori?”. Ma intorno alle 10 del 15 luglio, dopo quasi dodici ore di trattativa, gli agenti entrano nell’edificio di via Cardinal Capranica, a Roma, e portano fuori le 199 persone, tra cui un’ottantina di bambini, che abitavano nell’edificio dal 2003.

I ragazzini, alcuni molto piccoli, sono spaventati dalle scene a cui hanno assistito per tutta la notte quando, intorno alle 23, gli agenti hanno circondato la scuola di Primavalle, una delle prime borgate di Roma, nella periferia nordorientale della capitale. Un bambino di cinque anni prima di allontanarsi dice alla madre: “Meglio che andiamo via”.

Nell’aria c’è un odore acre di gomma bruciata, gli occupanti hanno dato fuoco a delle barricate improvvisate costruite con pneumatici, materassi, sedie, tavole e cassonetti. Il dispiegamento delle forze dell’ordine è stato imponente: sono stati schierati centinaia di agenti tra polizia, carabinieri, finanzieri, diciotto blindati della polizia, sei camionette, sei defender, due idranti e un elicottero. Sono state bloccate tutte le strade di accesso all’edificio, anche i parchi della zona sono stati pattugliati dagli agenti. Gli abitanti del quartiere assistono increduli, alcuni partecipano al presidio di solidarietà organizzato dai movimenti di lotta per la casa: “Uno spreco di risorse incredibile, tutti questi bambini andavano a scuola nel quartiere”, afferma un abitante dei lotti popolari di Primavalle.

“Questi soldi potevano essere spesi per raccogliere l’immondizia nelle strade invece che per lo sgombero”, urla una signora affacciata da una finestra di una palazzina di via Pietro Bembo, indicando i cumuli di immondizia lungo la strada. Primavalle è una delle prime borgate di Roma: è stata inaugurata nel 1939, costruita durante il fascismo. Negli edifici della borgata, malcollegata e remota, finirono tutti quelli che erano stati sgomberati dai palazzi di Borgo Pio, demoliti per la costruzione di via della Conciliazione, voluta da Benito Mussolini.

Il quartiere è sempre stato protagonista di lotte per la casa anche negli anni sessanta e settanta, quando tanti emigranti partiti dalle campagne italiane arrivarono a Roma per lavorare. Anche per questo tanti abitanti della zona hanno partecipato al picchetto di solidarietà con gli sgomberati di via Cardinal Capranica, organizzato dai movimenti di lotta per la casa nella notte tra il 14 e il 15 luglio.

La povertà come malattia
Secondo alcuni lo sgombero di Primavalle è il primo atto di una nuova stagione di sgomberi a Roma, annunciata da tempo dal ministro dell’interno Matteo Salvini: il Viminale ha censito cento stabili in cui vivono diecimila persone in occupazione oltre a spazi culturali occupati. Il 1 settembre 2018 Salvini ha pubblicato una circolare nella quale parlava della “necessità” di “attendere agli sgomberi con la dovuta tempestività, rinviando alla fase successiva ogni valutazione in merito alla tutela delle altre istanze”.

La nuova prefetta di Roma, Gerarda Pantalone, ex dirigente del dipartimento libertà civili e immigrazione del Viminale e regista della strategia dei “porti chiusi”, ha promesso la linea dura sulle occupazioni romane da quando è stata nominata nel suo nuovo ruolo, nel maggio 2019.

Nella notte tra il 14 e il 15 luglio a via Cardinal Capranica ci sono stati dei tentativi di portare avanti una trattativa con le forze dell’ordine per evitare lo sgombero violento e favorire un trasferimento concordato con gli occupanti. La trattativa è stata condotta da alcuni politici come i consiglieri regionali Alessandro Capriccioli di Più Europa, Paolo Ciani di Demos e Marta Bonafoni del Partito democratico, il parlamentare Stefano Fassina, l’assessore alla cultura del terzo municipio Christian Raimo e il presidente dell’ottavo municipio Amedeo Ciaccheri. Ma dopo diverse ore il negoziato è fallito e gli agenti hanno fatto irruzione nella struttura con gli idranti.

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“Si è trattato di una trattativa fasulla, l’ordine era quello di sgomberare sin dal principio e farlo in maniera plateale”, ha commentato Raimo al termine dell’operazione di polizia. “La questione della casa non era all’ordine del giorno. Si è messo in piedi un dispositivo di polizia spettacolare contro persone vulnerabili: donne, anziani, bambini. È stato messo in scena il teatro della violenza”, conclude l’assessore del terzo municipio.

È intervenuta anche l’assessora ai servizi sociali di Roma, Laura Baldassarre, che in un primo momento ha promesso “una soluzione” per tutti gli occupanti. “Baldassarre ha assicurato che erano state trovate case per tutti e ha detto che le famiglie non sarebbero state divise, ma in realtà poi sono state offerte le solite ricette: centri di accoglienza a bassa soglia e dei servizi non meglio identificati, tutte soluzioni temporanee e di emergenza”, spiega Cristiano Armati del Coordinamento di lotta per la casa. Secondo la sala operativa sociale del comune di Roma, sono state ricollocate in maniera temporanea 145 persone nei centri di accoglienza.

Ma i movimenti di lotta per la casa denunciano la mancanza di una strategia di lungo corso e il continuo susseguirsi di violenti sgomberi senza soluzioni a partire dall’estate del 2017. “Ormai siamo ridotti a scommettere su quale sarà il prossimo sgombero e le persone continuano a finire per strada”. Per Armati si sta affermando il modello Baldassarre-Raggi: “La povertà è una malattia che deve essere curata: alle persone che non hanno la possibilità di comprare una casa o di affittarla si propone di vivere per un periodo nei centri di accoglienza”.

Inoltre, invece d’investire nell’edilizia popolare e nel riuso degli immobili abbandonati, si prova a mettere in vendita il patrimonio pubblico delle case popolari: “L’articolo 3 della legge Renzi-Lupi prevede la messa in vendita del patrimonio di edilizia popolare e anche la regione Lazio sembra voler andare in questa direzione”, osserva Armati. Intanto la delibera regionale sull’emergenza abitativa che prevedeva lo stanziamento di fondi per l’assegnazione di case popolari agli occupanti di case è stata bloccata dalla giunta Raggi che non ne condivide l’impostazione.

Una politica assente
Molte delle persone che vivono nelle occupazioni a Roma hanno presentato domanda per l’assegnazione di case popolari ma senza ottenere nessuna risposta. “Queste situazioni di emergenza abitativa nella maggior parte dei casi sono prodotte dalla mancanza di ricambio nell’assegnazione di case popolari a Roma”, afferma Enrico Puccini, architetto e autore del libro Verso una politica della casa. Dall’emergenza abitativa romana ad un nuovo modello nazionale.

“Nell’ultimo anno sono state assegnate 500 unità, mentre il fabbisogno sarebbe di 1.500 all’anno”, assicura il ricercatore. Le case popolari a Roma sono 76mila, il tasso di ricambio è molto basso. Nelle occupazioni a Roma abitano tra le tremila e le cinquemila famiglie, 12mila persone sono in lista per la casa popolare, 1.200 persone abitano nei residence in attesa dell’assegnazione di una casa popolare. “Uno dei nodi fondamentali è fare un censimento per analizzare la situazione: è necessario rilevare il disagio per poter costruire una soluzione”, continua l’esperto.

Si specula molto sulla presenza degli stranieri nelle graduatorie per le case popolari: “A Roma gli stranieri sono il 13,4 per cento nelle graduatorie, all’interno delle case popolari invece gli stranieri sono il 2 per cento, secondo un censimento del 2011. Questo significa che a oggi gli stranieri non sono più del 5 per cento”. Questo è il motivo per cui gli stranieri si sono autorganizzati: spesso si sono inseriti nelle occupazioni oppure hanno preso in affitto delle case nelle vecchie borgate o nelle cittadine dell’hinterland romano, in particolar modo nelle zone litoranee.

Secondo Puccini, per superare in maniera strutturale l’emergenza abitativa nella capitale, bisognerebbe mettere in atto diverse procedure: “Eliminare tutte le normative che impediscono il ricambio nelle case popolari potrebbe essere un primo passo. Inoltre bisognerebbe riattivare un tavolo interistituzionale tra regione e comune, a cui partecipino anche esperti e i sindacati. Senza questo dialogo è difficile venirne a capo, perché la regione è proprietaria del patrimonio immobiliare di edilizia popolare e ha la responsabilità di determinare le regole di assegnazione, mentre il comune è proprietario di una parte degli immobili e per altro verso cura la loro assegnazione degli immobili. Se questi due enti non comunicano è impossibile trovare soluzioni”.

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