La Grotta di Sa’ar

Martedì 30 Luglio 2013 13:36  Palestina/Israele

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Ricevo una telefonata. Saliamo sulla collina che sovrasta il villaggio di At-Tuwani. Una cinquantina di persone sta venendo nella nostra direzione. Per un attimo mi sembra di essere entrato in una versione mediorientale del quadro “il Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Soltanto che al posto di contadini proletari ci ritroviamo di fronte una cinquantina di coloni israeliani. Camminano con passo spedito. Noi di fronte a loro, aspettiamo. Mentre chiedo a uno di loro dove si stanno dirigendo, un altro gruppetto apre una cisterna per la raccolta dell’acqua del villaggio. Lo fanno – così mi dicono – perché considerano quella cisterna e quella terra di proprietà israeliana.

Non sono coloni qualsiasi. Vivono a Suseya, Ma’on, Avigayil e Havat Ma’on. Una cascata di immagini di attacchi, lotte e sofferenza umana mi travolge per qualche istante. Al mio ritorno nella realtà una ragazza con un turbante in testa e la pelle bianco latte, mi spiega che la comitiva sta facendo un giro turistico alla riscoperta di luoghi e presenze ebraiche che si perdono nella notte dei tempi.

Ci sediamo di fronte a loro, sotto l’albero che domina At-Tuwani. La loro guida inizia a parlare in ebraico indicando le colline ed il villaggio. Voltandosi di spalle mostra la pistola attaccata alla cintura dei pantaloni. Dietro di me, i palestinesi che vivono nelle case più vicine escono per osservare gli sviluppi di quell’assurda situazione. Di fronte a me l’opportunità, più unica che rara, di parlare con quelle persone così vicine, così lontane. Sa’ar anticipa le mie mosse e i miei pensieri, si avvicina e inizia a parlarmi. Lui e il suo bambino vivono nell’avamposto di Avigayil, teatro di mille ingiustizie. Teatro personale di un battesimo del fuoco con la prepotenza della forza occupante.

Sa’ar ha trentatré anni, è nato a Be’er Sheva e da un anno e mezzo vive abusivamente in cima alla collina che sovrasta il villaggio di Mfagarah. Quello stesso villaggio in cui i palestinesi gli avrebbero offerto un tè un giorno in cui, con suo figlio, stava passeggiando in direzione di Havat Ma’on. Non riesco a credergli. Vorrei, ma no riesco. Tuttavia una spinta interiore mi porta a cercare dentro di lui la sua umanità, a costo di perdermi nella grotta di Platone dove lui stesso è imprigionato. Inizia a parlarmi di storia e di politica. Nel 1948 – questa la sua visione dei fatti – gli arabi, dopo aver rifiutato la generosa concessione di terra degli ebrei, li attaccarono su diversi fronti. Gli ebrei, per legittima difesa, risposero all’attacco creando, finalmente, lo Stato di Israele. Patria di un popolo bistrattato per migliaia di anni.

Gli faccio notare che quelli che lui chiama “arabi” sono persone che provengono da luoghi diversi, che hanno diversi sentimenti di appartenenza e diverse intenzioni politiche.

“Come ti sentiresti se qualcuno venisse a bussare alla porta di casa tua e ti dicesse che te ne devi andare? Se ti dicesse che quella non è più casa tua ma casa di qualcun altro, come reagiresti?” – mi chiede Sa’ar. L’assurdità di quella domanda mi spiazza. Le stesse identiche parole sarebbero potute uscire dalla bocca di un qualsiasi palestinese. “E così – continua – siamo tornati a casa nostra, siamo tornati ad appropriarci di quella terra che ci è sempre appartenuta”.

Non riesco più a tacere di fronte a quella che mi sembra una gigantesca distorsione della realtà. Provo a iniziare… “Quanto sono antiche le presenze ebraiche rispetto alle presenze arabe?” – vengo interrotto.

Finalmente riesco a parlare: “Tu sei riuscito a tornare in quella che credi essere la tua casa, su quella che credi essere la tua terra, giusto? Da essere umano, come ti senti a sapere che ci sono migliaia di persone che nel 1948 sono state cacciate da casa propria e che ad oggi non sono ancora potute ritornare?” In quel momento decido di toccare un nervo scoperto utilizzando un termine, tuttavia, necessario. “Sto parlando delle migliaia di rifugiati palestinesi che, dalla Nakbha, vivono nei campi profughi aspettando di poter ritornare nei loro luoghi d’origine”. Con mio sommo stupore all’utilizzo di quella parola non c’è nessuna reazione aggressiva o scomposta. Semplicemente la conversazione viene dirottata su altri argomenti storici. Solo il padre del mio interlocutore, ormai sulla sessantina, s’infila sbottando e invitandomi a studiare meglio la storia. “Se non conosci il passato non puoi capire” – conclude. La conversazione con Sa’ar invece continua. Provo a parlargli delle persone del villaggio. Gli spiego che ad At-Tuwani la gente è pacifica perché ha fatto una precisa scelta di Nonviolenza.

“Se provaste a venire disarmati, senza soldati al seguito e con intenzioni pacifiche la gente di questo villaggio vi accoglierebbe e discuterebbe con voi. Abiti a poche centinaia di metri da qui – incalzo – dovresti conoscere un po’ la realtà di questo villaggio e della gente che vi abita”.

“Solo per sentito dire. – risponde asciutto – Lo sai che ad Avigayil ci sono stati palestinesi che sono venuti a fare atti terroristici?”

Per la prima volta usa la parola “palestinesi” e non la parola “arabi”. Quest’ultimo termine possiede un significato squisitamente politico. La maggior parte degli israeliani la usa per negare l’esistenza di una patria palestinese e per sottolineare la concezione secondo cui gli arabi devono vivere con gli altri arabi, ovvero al di fuori del territorio della Grande Israele, sionista e confessionale.

“Conosco solo famiglie che vogliono vivere in pace la loro vita quotidiana, andare a pascolare le pecore e coltivare i campi… e che per farlo hanno scelto la strada della Nonviolenza” – rispondo.

In quel momento i coloni si alzano e, come in una gita scolastica, iniziano a camminare in fila verso valle, verso il centro del villaggio. Mi spiegano che si stanno dirigendo verso i resti di quella che, a loro dire, dovrebbe essere una sinagoga; ora proprietà privata di una famiglia di At-Tuwani. Mentre cammino mi accorgo che diversi coloni sono armati. Alcuni (pochi) hanno un fucile M-16 a tracolla. Altri (molti) hanno pistole attaccate alla cintura o infilate alla bene e meglio nei pantaloni.

In quel momento, mentre cammino in mezzo a loro, mi viene spontaneo dire a Sa’ar: “Vedi la casa qui vicino? Stanno festeggiando un matrimonio. E’ un bel giorno per quella famiglia, sono tutti contenti che la propria figlia si sposi. Passeggiando nel villaggio con M-16 e pistole, state spaventando queste persone in una giornata di festa. Cosa ne pensi?”

“Non stiamo spaventando nessuno con le nostre armi! – risponde scocciato – Le stiamo forse puntando contro qualcuno?”

Senza accorgermi che anche il mio interlocutore ha una pistola nascosta sotto la maglietta continuo: “Hai un figlio piccolo. Penso che tu sappia che i bambini di quell’età si spaventano di molte cose, anche molto banali. Qui ad At-Tuwani i bambini sono più o meno la metà della popolazione. E penso che siano molto spaventati nel vedere una cinquantina di persone che girano nel villaggio con queste grosse armi”.
“Loro non hanno paura delle nostre armi, lo sanno che giriamo armati. E’ per legittima difesa. Siamo stati in altri luoghi abitati da palestinesi e non ho mai visto gente spaventata per questo motivo. Nessuno è mai venuto a dirci di essere spaventato”.

“Forse non te l’hanno detto perché molti di loro si sono abituati a vedere le armi per via dell’occupazio…” – Sa’ar non ascolta la mia risposta e si dirige al centro dei resti di quell’edificio antico ad ascoltare le spiegazioni della guida. Metà della famiglia che possiede quel terreno è sulla soglia di casa e guarda la scena, a distanza. Un colono, con un rametto, punzecchia una pecora del recinto dietro di lui. Sulla strada, dall’alto della collina, si avvicina il sindaco di At-Tuwani a bordo del pick-up del comune. Attraverso il finestrino parla con un soldato e intima di chiamare la polizia.


Ben presto il gruppo di coloni si incammina verso Avigayil passando vicino alla scuola del villaggio. Mentre cammino di fianco a loro, Sa’ar si avvicina di nuovo e inizia a parlarmi. Mi spiega che tutti i terreni che posso vedere intorno a noi sono di proprietà del popolo ebraico. Ribatto dicendo che i palestinesi hanno documenti, risalenti all’impero ottomano, che attestano il loro diritto di proprietà su quei campi. A quel punto il tono di voce del mio interlocutore diventa scocciato, quasi aggressivo. Per prendere la parola mi mette una mano prima sulla spalla e poi sul petto.


“Ascolta – mi dice – anch’io ho un documento di proprietà per questa terra… ed è molto più antico dell’impero ottomano”.


“Se ce l’hai davvero mostramelo” – rispondo ingenuamente.


“E’ qui nello zaino, aspetta”. Con energico nervosismo tira fuori un libro nero, piccolo e spesso. “Questo è il mio documento. Sai che cos’è questa? E’ la Bibbia”.


A questo punto mi rendo conto che la conversazione è finita. Dal terrazzo della moschea alcuni uomini urlano qualcosa in risposta alle affermazioni del mio interlocutore. Mi allontano per seguire altri due coloni che si incamminano per una diversa via. Mentre esco dalla caverna, un ultimo eco arriva alle mie orecchie. È Sa’ar che chiama mantenendo lo sguardo fisso sulle ombre, sulla parete: “Jean! Io credo in maniera molto profonda a quello che ti ho detto…”

J.

 

 

 

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