La guerra (e i misteri) delle petroliere in fiamme

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Le guerre del golfo. Teheran ha annunciato che un suo cargo sarebbe stato colpito da due missili nel Mar Rosso, puntando il dito su Riad. Poi ha ritrattato

Una petroliera iraniana nel golfo di Hormuz

Farian SabahiIl Manifesto

12.10.2019

11.10.2019, 23:59

A pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Nell’ultimo episodio della saga delle petroliere ci sono troppe cose che non tornano, l’unica certezza è che il prezzo del barile è salito del 2 percento.

Per il resto la situazione non è chiara, viene da pensare che le autorità di Teheran vogliano fare le vittime dopo essere state accusate, mesi fa, di aver preso di mira diverse petroliere straniere. Andiamo con ordine.

Ieri mattina una petroliera della National Iranian Tanker Company (Nitc) sarebbe stata colpita – forse da due missili – a 60 miglia dal porto saudita di Jeddah, nel Mar Rosso. A scriverlo è stata l’agenzia di stato iraniana Irna, senza fornire prove ma dichiarando che si tratterebbe di terrorismo e di «una pericolosa avventura».

I MEDIA IRANIANI avevano dapprima parlato di due esplosioni e dell’attacco di un missile, i serbatoi colpiti sarebbero stati due con fori tra il mezzo metro e il metro e mezzo. Il dito era stato puntato contro l’Arabia Saudita, per poi ritirare l’accusa. Pareva fosse scoppiato un incendio, subito domato, ma nel pomeriggio il management della Nitc ha negato la nave abbia preso fuoco. In ogni caso l’equipaggio è illeso e la nave stabile, anche se parte del carico si sarebbe disperso in mare.

Numerosi gli interrogativi, a cominciare dal fatto che nelle prime trasmissioni della tv di stato iraniana la petroliera si chiamava Sinopa, mentre la Nitc ha dichiarato si tratta della Sabiti. Secondo il sistema di tracking, la Sinopa ha acceso il sistema di localizzazione all’inizio della settimana per la prima volta da oltre 50 giorni, mentre la Sabiti lo ha acceso ieri all’alba dopo circa 60 giorni di silenzio radio.

Secondo la Bbc, si tratterebbe di petroliere usate per trasportare oro nero in Siria, in violazione all’embargo internazionale all’Iran (dopo l’inasprimento delle sanzioni a maggio, Damasco e la Cina sono i soli ad acquistare l’oro nero degli ayatollah) e all’embargo europeo contro gli Assad. Per questo, il sistema di identificazione automatico (Ais), obbligatorio per le navi più grandi, era stato spento nel Golfo persico e riacceso, come richiesto dal regolamento marittimo, nei pressi del Canale di Suez: i capitani non sono obbligati a tenere il sistema di identificazione sempre acceso, se non nei pressi del Canale di Suez, ma è strano che dopo essere stato spento per parecchi giorni sia stato acceso centinaia di miglia prima di arrivare nel Canale. Ora, entrambe le petroliere sono nel Mar Rosso: la Sinopa si dirige verso il Canale di Suez, la Sabiti verso il Golfo persico. E viaggiano a tutta birra.

DI STANZA IN BAHREIN (nel Golfo persico), la US Navy pare non essersi accorta dei missili: i generali a stelle e strisce ne sono al corrente grazie ai media, non hanno informazioni ulteriori. Nemmeno le autorità saudite si sono pronunciate.

Una riflessione: a giugno, nel Mare di Oman avevano preso fuoco, in seguito a esplosioni, la Front Altair (battente bandiera delle Isole Marshal, diretta dal Qatar a Taiwan, colpita 25 miglia dal porto iraniano di Jask) e la Kokua Courageous (bandiera di Panama e di proprietà giapponese, in rotta da un porto saudita verso Singapore, era a circa 28 miglia da Jask).

In quell’occasione gli iraniani avevano soccorso i 44 membri degli equipaggi, ma quel gesto non era bastato ad assolvere ayatollah e pasdaran dall’accusa di essere stati i mandanti di quegli e di altri attacchi (a maggio e a luglio). Di pari passo, un mese fa la leadership iraniana è stata accusata dell’attacco alla raffineria e al giacimento saudita colpiti da 18 droni e 7 missili cruise. In ogni caso, se la Sabiti fosse stata veramente colpita da missili, non sarebbe la prima volta che le petroliere iraniane hanno grane al largo delle coste saudite.

LO SCORSO 30 APRILE la petroliera iraniana Happiness-1 aveva avuto un guasto (entrava acqua nella stanza motore) mentre si dirigeva verso il Canale di Suez: era stata rimorchiata, con i suoi 26 membri di equipaggio, nel porto saudita di Jeddah per fare manutenzione al costo giornaliero di 200mila dollari. Il capitano aveva potuto levare le ancore solo il 20 luglio, dopo aver pagato 10 milioni di dollari: un vero e proprio riscatto.

 

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