La leggerezza del Cairo

Amira Hass

17 febbraio 2011   15.57

C’era qualcosa di più leggero nell’aria del Cairo quando sono arrivata il 13 febbraio. Mi sono chiesta se era solo la mia immaginazione, ma la sensazione che questa immensa città si fosse liberata da una pesante cappa di piombo è cresciuta giorno dopo giorno ed è stata confermata dalle persone con cui ho parlato.

“Perfino il Nilo è diventato azzurro”, scherzava la gente dopo le dimissioni di Mubarak. Un azzurro virtuale, perché questo fiume è grigio come prima, e come sempre la sua vastità rima con generosità. Con generosità e pazienza il fiume ha inghiottito molti candelotti di gas lacrimogeno. “Il ponte era il posto migliore per resistere agli attacchi della polizia”, mi hanno raccontato. “Da lì potevamo buttare tutti i candelotti nel fiume”.

Anche gli automobilisti sembrano un po’ più educati. Non è solo una mia fantasia: lo dicono persone che vivono qui da sempre. Un’inaspettata buona educazione e una nuova reciproca cortesia sono nate durante le tre settimane di rivolta. Il giorno del mio arrivo ho scoperto che i giovani impegnati a ripulire la piazza non erano lì solo per fare bella figura davanti alle telecamere delle tv internazionali.

Liberi e cortesi
Decine di uomini e donne erano impegnati a ridipingere i bordi dei marciapiedi e le recinzioni metalliche ai lati, altri spazzavano l’asfalto con le scope portate da casa. “È come se volessero scandalizzare il regime, dicendogli: ‘Tutto quello che c’era di brutto, la negligenza, l’indifferenza, la maleducazione, la sporcizia, la violenza e il teppismo erano colpa tua’”, mi ha spiegato un amico. E, ancora più sorprendente, per tre settimane centinaia di migliaia di persone si sono riversate in piazza e non c’è stato nessun problema per le donne. Senza gli ordini, senza le istruzioni di un’autorità centrale, le persone si sono comportate in modo diverso.

Gli egiziani sembrano nutrire un particolare orgoglio per il carattere pacifico della rivoluzione. Nei primi giorni della rivolta Khaled Fahmy, capo del dipartimento di storia all’Università americana del Cairo, ha assistito a vari episodi in cui un poliziotto stava per essere linciato. Ha visto più volte il terrore negli occhi dei giovani agenti di polizia: due poliziotti che erano finiti per caso in mezzo alla folla con il loro furgone, altri due che avevano l’ordine di sparare gas lacrimogeni e che si sono accorti di non poter obbedire, e un altro ufficiale che, di nuovo, si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ogni volta ha assistito a un tentativo di vendetta, con la folla che cominciava a esprimere fisicamente il proprio odio verso i rappresentanti di questa repressiva forza dell’ordine. Ma, in tutti i casi, è bastato che una sola persona pronunciasse la parola magica silmiyeh (pacifico, non violento) perché gli aggressori li lasciassero in pace.

La sai l’ultima
Ho scoperto che negli ultimi quindici anni gli egiziani non hanno più inventato barzellette. Con la rivoluzione, è rinata anche questa tradizione nazionale. “Volevo partecipare alla rivolta, ma non riuscivo a staccare gli occhi dalle barzellette”, mi ha detto un amico, riferendosi alle decine o centinaia di persone che hanno scritto le loro battute su fogli A4, esibiti poi alle telecamere e ai compagni di lotta. L’ultima battuta, che gira con gli sms, è: “Torna Mubarak, era uno scherzo”.

Il 16 febbraio una tempesta di polvere ha dipinto Il Cairo di colori più grigi. L’aria era impregnata di pesanti annunci di pioggia, ma la leggerezza collettiva era ancora lì. Ricordo bene che si respirava una leggerezza simile in Romania, ventun anni fa, con la rivolta che mise fine al regime di Ceausescu.

Al Cairo i cittadini sono consapevoli che andranno incontro anche a delusioni. C’è tuttavia la certezza che i risultati ottenuti e l’esperienza vissuta contribuiranno a preparare un futuro degno di questo nome.

Traduzione di Nazzareno Mataldi.

Internazionale, numero 885, 18 febbraio 2011

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