La lotta dei contadini di Qalqilya, al di là del Muro di Separazione

Friday, 21 October 2011 07:15 Mikaela Levin per l’Alternative Information Center (AIC)

 

Laila Taher Qadumi nasconde i suoi 57 anni con un timido e tenero sorriso. Da due anni lavora da sola nelle due serre dalla famiglia e nei quattro dunum di terra coltivati, collocati dall’altro lato del muro di separazione, nella periferia della città di Qalqilya.

Nella stagione della raccolta, trascorre anche dieci ore raccogliendo dalle serre più di un centinaio di scatole di pomodori e cetrioli. Ha quattro figli giovani e due famiglie  dipendono dalla terra che Leila coltiva, ma lei è l’unica che ha ricevuto un permesso israeliano per attraversare il cancello ogni mattina alle 6 del mattino e continuare a lavorare la sua terra. Anche suo marito ha il privilegio di avere il permesso di transito e di lavoro, ma, come le autorità israeliane sanno bene, negli ultimi sette anni è stato troppo debole e malato per camminare.

Quest’anno, almeno per la stagione di raccolta delle olive, la situazione sembra essere un po’ migliorata per Laila. Suo figlio, di 18 anni, ha finalmente ricevuto il suo primo permesso per aiutare la madre, e i soldati israeliani sembrano essere più rispettosi dell’orario di apertura e chiusura del cancello che conduce alla loro terra. “Prima cambiavano orario ogni giorno. Qualche volta aprivano alle 6 o alle 7 del mattino, a volte alle 7.30 … dovevi essere lì e aspettare. Aprono il cancello una sola volta di mattina e solo per mezz’ora ” ha spiegato la madre di sei bambini, mescolando il tè con un cucchiaio in mezzo ai campi di olivi, a pochi metri dalla recinzione elettrificata, dal filo spinato e dalle jeep militari israeliane.

Dopo il decimo anno di età, ogni uomo e ogni donna palestinese deve richiedere un permesso dalle autorità israeliane per lavorare in una delle tantissime centinaia di metri quadrati di terra “intrappolati” tra la Linea Verde e il Muro di Separazione dopo l’inizio della  costruzione nel 2002, nel distretto di Qalqilya, nel nord-ovest della Cisgiordania, meno di 20 chilometri da Tel Aviv. Per coloro che hanno trascorso del tempo in una prigione israeliana o sono stati arrestati dalle forze di occupazione, la loro probabilità di ottenere questi permessi sono sostanzialmente inesistenti.

Secondo i gruppi per i diritti umani, circa 700 minori palestinesi vengono arrestati e portati davanti ai tribunali israeliani ogni anno. Ciò significa che la prossima generazione avrà ancora più difficoltà nel lavorare le terre dall’altra parte del Muro di Separazione. Come le autorità israeliane hanno dimostrato più e più volte, ogni scusa è buona per confiscare le terre solo apparentemente abbandonate.

Ad alcuni metri di distanza dal campo di olivi in cui Leila sta lavorando, una giovane donna attende assieme ai suoi sei bambini, in un container a cielo aperto, posto dall’esercito israeliano vicino al cancello di ferro giallo ancora in uso nella periferia di Qalqilya. E’ l’unico riconoscimento delle difficili condizioni e dei lunghi periodi di attesa che i contadini palestinesi devono sopportare solo per il fatto di coltivare le loro terre.

La donna non vuole parlare, ma i suoi figli sono più che felici di parlare per lei. Gli uomini delle loro famiglie stanno già lavorando sul lato opposto, mentre la donna sperava che i soldati israeliani avrebbero aperto la porta di nuovo a mezzogiorno, come avevano promesso. Sono le 12.30 e sia il cancello che la strada militare sul lato opposto sono deserte. Hanno imparato ad essere pazienti, anche i bambini. Il percorso è lungo e faticoso. In primo luogo l’arrivo dei soldati, poi i controlli di sicurezza a volte strazianti e, infine, i due chilometri di campi coltivati e le colline per raggiungere i loro cinque dunam, coltivati con alberi di ulivo. Non hanno molto tempo. I soldati israeliani apriranno il cancello per l’ultima volta alle cinque del pomeriggio e solo per una mezz’ora, proprio quando il sole inizia a tramontare.

Tutti questi campi che circondano la città palestinese e che formano il distretto di Qalqilya sono in area C, secondo il progetto creato dagli accordi di Oslo a metà degli anni 1990. La mappa della regione è in bianco e nero, senza grigi. Qalqilya città è area A, cioè sotto il controllo apparentemente totale dell’Autorità palestinese, ma una volta che si fa un passo fuori dal limitato centro urbano, attraverso una delle due possibili uscite (la principale protetta da una barriera israeliana gialla e la seconda, da un checkpoint dell’Autorità Palestinese), ci si trova immediatamente nell’area C, o in altre parole, sotto il completo controllo delle forze militari israeliane.

Tutti i villaggi circostanti hanno la loro propria barriera e, talvolta, il cancello di filo spinato. Le strade sono vecchie e malridotte, ma siccome ogni miglioramento deve essere preventivamente approvato dagli israeliani, rimangono così; le case sono troppo piccole per le famiglie, ma dato che non possono ricevere il permesso israeliano, ci si stringe nelle piccole stanze e alla fine si è costretti ad andare via; i terreni agricoli, che sono stati confiscati per la costruzione del Muro di Separazione, appaiono ancora distrutti, abbandonati o semplicemente morti, persino dopo che i tribunali israeliani hanno ordinato un cambiamento del percorso del Muro e la restituzione delle terre confiscate ai legittimi proprietari palestinesi .

Il quadro si completa con le piccole colonie che crescono sulle sommità delle colline circostanti e, talvolta, proprio dietro ai villaggi palestinesi; e la presenza di edifici alti e di grandi urbanizzazioni all’orizzonte. Si tratta di Israele del 1948, come alcuni palestinesi la definiscono, ed è un promemoria facile di dove sia in realtà la linea verde.

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/news/3223-la-lotta-dei-contadini-di-qalqilya-al-di-la-del-muro-di-separazione

 

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