La lotta di KHADER alla detenzione amministrativa

A rischio la vita di Adnan, prigioniero palestinese al 61° giorno di sciopero della fame contro la misura cautelare israeliana. In vigore nei TPO dal 1970, è lo strumento che Israele usa per spezzare la resistenza: carcere senza accuse né processo.

EMMA MANCINI

Beit Sahour (Cisgiordania), 16 febbraio 212, Nena News – Khader Adnan rischia la vita. Al 61esimo giorno di sciopero della fame le sue condizioni di salute stanno drammaticamente peggiorando: secondo l’associazione per la tutela dei prigionieri palestinesiAddameer, i muscoli del suo corpo (compresi cuore e stomaco) si stanno disintegrando, il suo sistema immunitario potrebbe smettere di funzionare in qualsiasi momento.

Lo sciopero di Khader, panettiere di 33 anni di Jenin e membro del partito della Jihad islamica, studente di economia alla Birzeit Univerisity, sposato con due figlie, è cominciato il 17 dicembre 2011, giorno del suo arresto. La protesta è iniziata subito contro l’ordine di detenzione amministrativa spiccato dalle autorità israeliane e che lo ha costretto dietro le sbarre della prigione di Ofer. L’8 gennaio 2012, il tribunale militare ha imposto ad Adnan quattro mesi di detenzione, senza processo, ordine confermato il 7 febbraio. L’appello presentato dagli avvocati del prigioniero il 13 febbraio è stato rispedito al mittente: Khader resta in carcere. Secondo il giudice Moshe Tirosh, non solo il materiale segreto raccolto contro Adnan basta a tenerlo dietro le sbarre, ma le sue condizioni di salute dipendono esclusivamente dalla sua decisione di non nutrirsi e non possono influenzare l’ordine di detenzione amministrativa.

Ieri il legale Jawad Bulus si è rivolto direttamente alla Corte Suprema israeliana perché ponga fine alla detenzione amministrativa: Adnan venga liberato o sia giudicato in un’aula di tribunale secondo i criteri del giusto processo. “Abbiamo presentato l’appello questa mattina – ha detto ieri all’agenzia stampa AFP Bulus – e chiesto un’udienza immediata vista la gravità delle sue condizioni di salute. Stiamo aspettando una risposta”.

Una risposta che deve essere tempestiva: nessuno può resistere a oltre 70 giorni di sciopero della fame e l’infusione di liquidi e glucosio non bastano più ad evitare la morte. Khader Adnan, già arrestato otto volte in passato dall’esercito israeliano, ora rischia la vita e la sua lotta sta diventando un simbolo di dignità nazionale per il popolo palestinese.

E mentre associazioni e organizzazioni di tutto il mondo si stanno mobilitando, chiedendo l’intervento delle Nazioni Unite, mentre leader di partiti e semplici cittadini aderiscono allo sciopero della fame in segno di solidarietà e si susseguono manifestazioni di protesta da Ramallah ad Hebron, torna prepotentemente sul tavolo la questione della detenzione amministrativa. Misura cautelare che viola il diritto internazionale e qualsiasi convenzione per la tutela dei prigionieri, ma che in Israele è strumento comune per spezzare le gambe alla resistenza palestinese.

Attualmente sono 310 i prigionieri palestinesi in carceri israeliane in detenzione amministrativa (18 dei quali membri del Consiglio Legislativo palestinese), una misura cautelare extragiudiziale che non prevede accuse formali e quindi processi. Uno strumento che ha cominciato ad essere utilizzato in maniera constante con lo scoppio della Prima Intifada: nel 1989 erano 1.794 i prigionieri palestinesi in detenzione amministrativa. Stessa situazione durante la Seconda Intifada: alla fine del 2002, oltre mille i detenuti con una simile misura, circa 750 tra il 2005 e il 2007.

La detenzione amministrativa è parte della legge interna israeliana e di quella applicata ai Territori Occupati. Originariamente basata sui Regolamenti di Emergenza del Mandato Britannico del 1945, è stata ripresa nel 1970 dall’Ordine Militare 1651 ed è entrata ufficialmente nell’ordinamento israeliano nel 1979 con l’approvazione della Legge di Emergenza e la dichiarazione dello stato di emergenza all’interno dello Stato di Israele continuativamente a partire dalla sua fondazione nel 1948.

In Cisgiordania, l’esercito israeliano è autorizzato ad emettere ordini di detenzione amministrativa contro civili palestinesi sulla base dell’articolo 285 dell’Ordine Militare 1651: sulla base di ragioni inerenti la sicurezza di una determinata area, un comandante militare può detenere in custodia una persona fino a nuovo ordine, firmato da lui stesso. La custodia può durare fino ad un massimo di sei mesi ed è prolungabile di sei mesi in sei mesi, senza limiti di tempo. Non è chiaro cosa si intenda per “sicurezza dell’area”, mancanza che lascia totale discrezionalità al comandante militare delle unità preposte ad una determinata area. il prigioniero in detenzione amministrativa è privato di diritti basilari quali il diritto alla difesa e ad un equo e pubblico processo. Il detenuto, infatti, non ha la possibilità di conoscere il reato di cui è accusato, rendendo impossibile nella pratica la difesa legale.

Simile la situazione nella Striscia di Gaza, dove le autorità israeliane hanno fatto leva prima sull’Ordine Militare 941 del 1988 e ora sulla Legge sui Combattenti Illegali, approvata dalla Knesset nel 2002: Israele autorizza se stesso a detenere per periodi illimitati di tempo per “ragioni di sicurezza” i cosiddetti combattenti illegali, ovvero “persone che hanno partecipato direttamente o indirettamente a atti ostili contro lo Stato di Israele o membri di forze che perpetrano atti ostili contro lo Stato di Israele”. La legge aggiunge che tali individui “non sono considerati prigionieri di guerra secondo il diritto umanitario internazionale”.

 A “giustificare” la detenzione nei Territori Occupati sono prove segrete in mano alle forze di sicurezza israeliane, prove che legali e prigionieri non possono visionare. La detenzione amministrativa è applicata ai Territori Occupati, compresa Gerusalemme. Il diritto internazionale autorizza l’utilizzo della detenzione amministrativa solo in situazioni di emergenza, una misura detentiva che secondo la Quarta Convenzione di Ginevra un potere occupante può applicare solo in caso di “ragioni di sicurezza imperative” e non continuativamente nel tempo. Come invece accade nei Territori: le autorità israeliane hanno trasformato la detenzione amministrativa in strumento di punizione individuale e collettiva.

Basta gettare uno sguardo alla storia recente. La detenzione amministrativa è lo strumento generalmente utilizzato dai regimi oppressivi per evitare processi legali e per porre fine a dissidenza e resistenza. Ad applicare tale misura con costanza le autorità britanniche in Irlanda del Nord, il regime di apartheid in Sud Africa e gli Stati Uniti nella prigione di Guantanamo.

In una lettera che Khader ha scritto in carcere si legge: “L’unica cosa che posso fare è offrire la mia anima a Dio poiché credo che alla fine la rettitudine e la giustizia trionferanno sulla tirannia e sull’oppressione. Con la presente dichiaro di affrontare e combattere gli occupanti non per me stesso come individuo, ma per il bene di migliaia di prigionieri che vengono privati dei diritti umani basilari mentre il mondo e la comunità internazionale rimangono a guardare”. Nena News

http://nena-news.globalist.it/?p=17124

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