La lotta di Sabri: “Non lasceremo mai la nostra casa”

MONDAY, 23 APRIL 2012 07:00 HILDE REKSJO E MARIA YORK (THE ELECTRONIC INTIFADA)

 Manifestazione nel villaggio palestinese di Beit Ijza contro il Muro di Separazione (Foto: Activestill.org)

Nel 1970, il contadino palestinese Sabri Gharib ha costruito una casa in pietra Bianca su una collina del villaggio di Beit Ijza, nel centro della Cisgiordania, un’area fertile ricca di uliveti, vigneti e verdure. Oggi, 41 anni dopo, la vista dalla sua casa è occupata da una rete d’acciaio alta sei metri che ha annesso la sua abitazione alla colonia israeliana di Givat Zeev e separa la famiglia dalla propria terra e dal resto del villaggio.

la casa della famiglia Gharib è accessibile solo attraverso un corridoio di cemento rivestito con recinzioni in acciaio.

Hilde Reksjø e Maria York / The Electronic Intifada )

La situazione della famiglia Gharib è uno dei casi più estremi ed inquietanti e mostra con chiarezza gli effetti della politica coloniale illegale di Israele in Cisgiordania. Le famiglie palestinesi sono da sempre e ovunque colpite dall’occupazione israeliana, ma il caso della famiglia Gharib è unico per la sua assurdità.

Sabri Gharib, un uomo anziano che soffre delle complicazioni di un attacco cardiaco, ci accoglie seduto nell’ombra dell’unico albero di ulivo rimasto e ci spiega come la sua terra e la sua vita gli siano state portate via, lasciando a lui e alla sua famiglia solo un dunam di terra (1 dunam = 1km2). All’epoca in cui costruì la casa di famiglia, la sua terra era grande 110 dunam. Il piccolo giardino di Gharib, oggi soltanto un sentiero di pochi metri tra il muro bianco della casa e la rete d’acciaio che la separa dalla colonia, è appena sufficiente a ospitare il nostro piccolo gruppo, a sederci su sedie di plastica e a bere il nostro caffè.

Intanto, dall’altra parte della rete, una colona sta stendendo la biancheria, i bambini giocano e qualcuno porta a spasso il cane. È un dolce giorno di primavera – gli uccelli cantano e il sole splende. Il contrasto tra questa quotidiana normalità e l’anormalità della situazione di Gharib è forte e ci rende difficile credere a quello che vediamo.

Il peggioramento della situazione

 le telecamere registrano chiunque entri o esca dalla casa Gharib.

Hilde Reksjø e Maria York /The Electronic Intifada )

A differenza dell’ospitalità di Gharib, l’ingresso è tutt’altro che accogliente. La casa, dove crescono undici bambini e dove Gharib, sua moglie, suo figlio e sua cognata vivono, è accessibile solo da un corridoio in cemento. Il corridoio è controllato da un cancello di ferro che i soldati israeliani attivano automaticamente da una base lontana chilometri.

Camminandoci, realizziamo che siamo controllati da due telecamere poste sul cancello. Vediamo chiaramente che chiudendo il cancello non potremmo più uscire – non ci sono altre vie d’uscita. Ora il cancello è sempre aperto, ma solo dopo una recente sentenza del tribunale. Prima, il cancello veniva aperto e chiuso in modo casuale, facendo capire che l’esercito israeliano controllava ogni movimento della famiglia Gharib.

Gharib, ora tra i 75 e gli 80 anni – racconta che la sua data di nascita non è registrata da nessuna parte – ricorda bene i decenni appena trascorsi e di come la situazione della sua famiglia sia gradualmente peggiorata.

Negli anni Ottanta, la vita si era fatta dura per Gharib e per la gente dei villaggi vicini, quando Israele ha cominciato la costruzione di Givat Zeev, rubando le terre dei residenti palestinesi e incrementando la presenza militare nell’area. Nel 1995, i coloni hanno iniziato a costruire le case che oggi circondano l’abitazione di Gharib. Da quel giorno, i coloni hanno controllato le loro vite.

Nel 2005, quando Israele ha avviato la costruzione del Muro nella zona, è diventato ancora più difficile per la gente muoversi e vivere normalmente la propria vita. Ancora più terra è stata occupata. Durante questo periodo, la popolazione ha protestato per difendere la propria terra, ma l’esercito israeliano li ha contenuti con misure drastiche: molti palestinesi sono stati uccisi e le proteste non hanno fermato il furto di terre.

Imprigionato per proteggere la sua casa

Come molti altri palestinesi la cui esistenza è direttamente minacciata dalla costruzione di colonie israeliana, anche Gharib ha tentato di difendere la sua terra e la sua casa. Finora ha resistito a numerosi tentativi da parte israeliana di sfrattarli dalla loro abitazione. Il suo figlio maggiore, Samir, è stato ucciso dall’esercito israeliano.

Israele ha reagito alla resistenza di Sabri arrestato oltre 30 volte. Il periodo più lungo trascorso in prigione è stato nel 1990, quando è stato detenuto per 36 mesi. L’ultima volta, nel 2005, ha passato un mese in galera: aveva già 70 anni.

Sabri Gharib e la sua famiglia hanno dovuto anche subire le violenze dei vicini coloni. A gruppi, i coloni hanno lanciato violente aggressioni. Una volta, nel decennio scorso, circa 300 coloni hanno circondato e attaccato la loro casa – tagliando la rete e lanciando Molotov e pietre alla gente che stava dentro. Uno dei figli di Sabri, Ahmed, ci racconta che dieci persone, tra loro donne e bambini, era rinchiuse in casa, pronte a difendersi dall’attacco. Dopo un’ora e mezzo, la polizia israeliana è arrivata e ha fermato i coloni.

Anche in questi giorni, i coloni aggrediscono verbalmente la famiglia, gridando insulti dall’altra parte della rete. E negli anni, l’esercito ha più volte compiuto raid nella loro casa, un altro modo per convincerli ad andarsene.

Il periodo peggiore

Sabri Gharib, recentemente scomparso, all’ombra del suo unico albero di olive rimasto

(Hilde Reksjø e Maria York / The Electronic Intifada )

Sabri Gharib ricorda il periodo peggiore, circa due anni fa, quando il cancello è stato chiuso per sei mesi interrottamente. I soldati israeliani lo aprivano solo per una o due ore al giorno, permettendo a altri membri della famiglia di far visita ai Gharib e di portare loro cibo. È stato difficile per la famiglia uscire di casa o ricevere visite. Anche ora, non lasciano mai la casa vuota, per paura di tornare e non essere più autorizzati ad entrare nella loro stessa abitazione.

La loro casa è chiaramente una preda desiderata da Israele – le autorità israeliane hanno anche consegnato loro un assegno in bianco, che Sabri potrebbe riempire con la somma che vuole e vendere così l’abitazione. Ma Sabri Gharib si rifiuta di firmare e dice che continuerà a farlo. Ha perso tanto negli ultimi decenni – la sua terra, la sua vita, la sua libertà e un figlio – a causa dell’occupazione israeliana, ma non ha perso la sua dignità. “Non rinuncerò mai alla nostra casa. Non rinuncerò mai al nostro ultimo dunam”.

Postscriptum: Sabri Gharib è morto pochi giorni dopo il nostro incontro. È stato seppellito il 18 aprile. Sabri è stato un uomo forte, che ha combattuto fino alla fine della sua vita. La sua storia e la sua battaglia non devono essere dimenticate.

Hilde Reksjo è un’infermiera che ha lavorato a Ramallah come volontaria nei servizi medici d’emergenza della Mezza Luna Rossa Palestinese. Nel 2008 è stata rappresentate in loco del Comitato Norvegese per la Palestina.

Maria York è un’insegnante che vive in Norvegia. Ha vissuto a Nablus e Ramallah.

Questo articolo è stato pubblicato su The Electronic Intifada: http://electronicintifada.net/content/i-will-never-give-our-house-sabri-gharib-kept-promise-resist-israeli-settlement-until-his

Tradotto in italiano da Emma Mancini (Alternative Information Center)

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/economy-of-the-occupation/3549-la-lotta-di-sabri-non-lasceremo-mai-la-nostra-casa

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