La lotta nonviolenta di Bil’in compie gli anni

scritto per noi da Barbara Antonelli (da Peacereporter)

Corrono frenetici taxi, service e auto private sulla strada dissestata e polverosa che dalla periferia di Ramallah arriva a Bil’in, villaggio della Cisgiordania. “Fi el afle fi Bil’in, el lyom”, c’è un party oggi a Bil’in, dice il tassista mentre mi lascia nella piazza all’ingresso del paese, mai stata cosi affollata da giornalisti e dimostranti venuti da tutta la Cisgiordania, da Israele e anche dall’estero per partecipare alla consueta manifestazione del venerdì, contro il muro.

Oltre 2mila persone, 3mila dicono gli organizzatori, una folla festosa di attivisti, la banda di giovanissimi scout palestinesi, il gruppo israeliano di percussioni Ka/Ya Samba, i clown. Tutti accorsi a festeggiare cinque anni di caparbietà del comitato popolare del villaggio.

Da cinque anni, ogni venerdì, attivisti israeliani e internazionali marciano insieme al comitato popolare contro la costruzione della barriera con cui Israele ha espropriato i residenti di due terzi della terra agricola coltivabile, per l’espansione dei vicini insediamenti. Cinque anni che hanno reso Bil’in un esempio della nonviolenza palestinese contro l’occupazione israeliana, destando una sempre maggiore attenzione da parte dei media, anche mainstream; una formula basata sulla creatività e la costanza, diventata un modello per altri villaggi della Cisgiordania. Dieci giorni fa, le immagini dei manifestanti a Bil’in travestiti da Na’vi il popolo che nell’ultimo colossal di James Cameron, Avatar , si ribella ai colonizzatori, hanno fatto il giro della stampa internazionale.

C’erano anche le istituzioni venerdì scorso, Salam Fayyad, primo ministro palestinese, venuto a sostenere la lotta non violenta, ha ringraziato “il comitato popolare ma anche tutti quelli che hanno sostenuto la battaglia di Bil’in in questi anni, il diritto dei palestinesi a vivere liberi e in modo dignitoso”. C’erano anche molti rappresentanti del Consiglio Legislativo Palestinese, Mustafa Barghouthi, Walid A’ssaf, Abdallah Abdallah e anche invitati europei, tra cui il sindaco di Ginevra, Remy Pagani, che ha ricordato come “la comunità internazionale nulla abbia fatto per l’applicazone del diritto internazionale nei territori occupati Palestinesi”.

Qui a Bil’in si vive nel ricordo di Bassem. Non c’è un solo speaker nei comizi pre manifestazione che non l’abbia ricordato: Bassem Abu Rahme, ucciso nel 2009 da un candelotto di gas lacrimogeno, che gli ha perforato il torace. Perché se è vero che da cinque anni si manifesta, da altrettanti anni l’esercito israeliano tenta con tutti i modi di indebolire la lotta popolare nonviolenta: incursioni notturne, arresti generalizzati, intimidazioni e una repressione violenta della marcia ogni venerdì, con gas lacrimogeni, proiettili di gomma, e a volte proiettili veri. 31 attivisti di Bil’in sono ancora in carcere: tra loro Abdallah Abu Rahme, arrestato il 10 settembre 2009, per la cui liberazione è stata lanciata una campagna sostenuta da diverse organizzazioni che si battono per la difesa dei diritti umani. Dalla prigione di Ofer nel quale è detenuto (prigione israeliana nei territori occupati palestinesi), Abdallah in collegamento audio ha salutato i manifestanti e ricordato il legame forte che lega gli attivisti palestinesi a quelli israeliani e internazionali, perché la lotta popolare non violenta è qualcosa di molto più grande della sola giustizia per Bil’in o per la Palestina, è il simbolo di una lotta condivisa contro l’oppressione”.

E allora si è marciato come tutti i venerdì, fino alla barriera che divide il villaggio dalle terre agricole. Per venti secondi i manifestanti hanno pensato che l’esercito non ci fosse. Hanno superato la recinzione metallica e appeso bandiere palestinesi, hanno tirato giù 30 metri di reticolato e filo spinato. Allora è iniziata la pioggia di lacrimogeni, granate assordanti, idranti che spruzzano, un’acqua puzzolente, una sostanza chimica “il cui odore ti resta attaccato addosso per giorni” dice chi a Bil’in è di casa. Alcuni battono subito la ritirata, altri stano, un’ora o due, seduti sotto gli ulivi, a guardare da lontano la scena, sulla terra avvelenata dai gas lacrimogeni. Il bilancio della giornata è di oltre 15 intossicati e qualche ferito lieve.

Alle tre ci si avvia verso la piazza del paese, alla ricerca di un taxi, è ora di tornare a casa. Con una seppur piccola vittoria per cui gioire: la sentenza che la Corte Suprema di Giustizia israeliana ha emesso nel 2007 perché il muro fosse rimosso e il suo percorso spostato, è stata finalmente applicata dall’esercito israeliano; il 15 febbraio sono iniziati i lavori di spostamento del reticolato, lavori che restituiranno a Bilin quasi la metà dei dunum di terra confiscati. “La Corte israeliana aveva già emesso la sentenza due anni fa, ma è grazie alla nostra battaglia, non alla Corte, che l’esercito ha deciso di applicare la sentenza proprio adesso”, dice Mohammed Khatib, del Comitato popolare. “La Corte Internazionale di giustizia dell’Aja ha decretato che l’intero muro è illegale e andrebbe smantellato, non solo parzialmente come ha deciso la Corte. ” Una decisione molto sofferta, visto che il comitato, una volta accolta la sentenza, non potrà più ricorrere alla Corte: il villaggio ha votato per accettare e continuare però le azioni di protesta per l’illegalità del tracciato e del muro.

“Riprendiamoci la nostra terra occupata dal 1967, piccolo pezzo dopo piccolo pezzo e continuiamo a lottare”, riporta il comunicato stampa. La battaglia va avanti allora, appuntamento al prossimo venerdì.

97-021

foto di Brady Ng

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