La maledizione del doppio standard di Fulvio Scaglione

Il primo giorno dell’ultima “guerra di Gaza”, il 15 novembre 2012, il Corriere della Sera pubblicò un editoriale in cui, al di là del cordoglio per i civili di entrambe le parti colpiti dalla violenza, si cercava di dirimere la questione delle responsabilità. È di nessuna importanza, qui, quale fosse la conclusione dell’editorialista. Più interessante notare la scelta linguistica operata per scrivere l’articolo: molte volte le parole “razzi”, “missili”, “terroristi”, “brigate”, “fondamentalismo”; mai le parole “muro”, “bombardieri”, “striscia”, “strage”, “embargo”, “blocco”.
Basta la scelta linguistica, quindi, per farci capire quale potesse essere il punto di vista dell’autore. Ma quel che conta è capire quale sottile operazione di rimozione stia alla base di un tale atteggiamento: mentre le buone ragioni di Israele e della sua popolazione sono espresse nero su bianco (in parole, cioè in segni, appunto), le ragioni (magari anche solo ipotetiche) di Hamas e dei palestinesi sono cancellate alla radice. Non se ne parla, quindi non esistono. D’altra parte il Corriere della Sera non è lo stesso giornale che ai tempi della penultima guerra di Gaza, durante l’Operazione Piombo Fuso (2008-2009), diede ampio rilievo a un servizio secondo cui “gli ospedali della Striscia sono vuoti”? Unico giornale al mondo, forse, a non aver mai sentito parlare dei 1.400 palestinesi, in gran parte civili, morti nelle tre settimane di scontri.

Dalla newsletter “Voci del Vicino Oriente”

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