“LA MIA PATRIA È QUELLA DI CUI HO VERGOGNA”

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Sabra (termine coniato nei primi anni del 1930 dal movimento sionista per celebrare il nuovo ebreo) è una persona ebrea nata in Israele.

Daniela Yoel, figlia di genitori ebrei polacchi, sionisti, emigrati nel 1933 in quella che oggi è chiamata Israele, nata e cresciuta a Tel Aviv, è quindi una sabra; ma non è solo questo.

Daniela Yoel è un’attivista di Machsom Watch (machsom è il termine ebraico per check-point), un’associazione pacifista israeliana il cui scopo dichiarato è quello di monitorare i punti di controllo sparsi tra Israele e la Cisgiordania e la Cisgiordania stessa. Un movimento di donne israeliane che si oppongono all’occupazione israeliana e la negazione dei diritti dei palestinesi di muoversi liberamente nella propria terra.

Dal 2001 conducono osservazioni giornaliere nei posti di blocco dell’esercito israeliano, nei checkpoint, così come negli uffici del amministrazione civile e in tribunali militari; documentano regolarmente ciò che vedono e sentono e le relazioni di queste osservazioni vengono pubblicate sul sito Machsom Watch e inviate ai funzionari pubblici e rappresentanti eletti; hanno un ruolo lontano da quello di un osservatore silenzioso

Per questo, Daniela insieme a molti altri, è finita nella lista nera di un sito (ma forse anche più di uno) sionista, in un elenco di persone considerate nemiche, che odiano se stesse in quanto ebrei e Israele, e viene accusata dagli israeliani di essere una traditrice del suo popolo.

Ci legge in un ottimo italiano una lungo testo preparato per questo nostro incontro serale prima di lasciare Gerusalemme, un testo in cui cita Carlo Ginsburg: “la mia patria è quella di cui ho vergogna”, ci racconta del lavaggio del cervello che viene fatto agli israeliani, di come la Shoà venga manipolata (fra l’altro parte della sua famiglia venne sterminata a Treblinka) e di come vi sia, per legge, il divieto di parlare della Nakba. Il suo impegno è dalla parte dei palestinesi, augurandosi che “Israele si salvi da se stessa” e “che solo quando Israele pagherà tutto questo, allora cambierà qualcosa”.

Questo un estratto del suo testo:

“Vorrei condividere con voi una breve storia personale che è quella che mi ha spinto a unirmi a questo gruppo di Machsom watch, oltre al desiderio di fare qualcosa di concreto.

Si tratta di un evento accaduto 17 anni fa a una donna palestinese che si era sottoposta a dei trattamenti per la fertilità per nove anni e alla fine era rimasta incinta di due maschi.

Il giorno del parto si era presentata con la famiglia al posto di blocco che doveva attraversare per andare in ospedale, ma i soldati non l’hanno lasciata passare; la donna ha così dovuto partorire per terra il primo bambino, che è morto subito.

Nonostante la sua famiglia implorasse i soldati dicendo: ‘Ne ha ancora un altro nella pancia, lasciatela passare’, per salvare almeno il secondo, quelli non l’hanno lasciata andare e così la donna ha partorito anche l’altro bambino, e anche questo è morto.

Solo quando era ormai evidente che la donna era a rischio di emorragia, hanno lasciato che raggiungesse l’ospedale.

Proprio in quel periodo mia nuora ha partorito anche lei due maschi che sono i miei nipotini.

Ora vedo come crescono e non posso non pensare a quella madre e anche a quella nonna che sono rimaste con un vuoto e un trauma indescrivibile.

Allora ho pensato che se fossi stata presente in quel momento al check point forse i soldati l’avrebbero lasciata passare”.

 

http://messaggidalleferitoie.wordpress.com/2013/11/13/una-piccola-finestra/

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