“La mia Via Crucis” di suor Donatella Lessio

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3 aprile 2015
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Uno quando parte ha una meta.

La mia oggi era Gerusalemme per pregare la via crucis.

Pochi minuti dopo aver lasciato il Caritas Baby Hospital l’avevo gia’ raggiunta.

Check point 300.

Ma le stazioni erano piu’ di 14.

Fermate. Porte. Tornelli. Metal Detector. Controlli passaporti. Impronte digitali. Denudarsi. Umiliazioni. Grida. Non rispetto. Beffe.

Il copione del Reietto di 2.000 anni fa si stava ripetendo davanti ai miei occhi, toccava il profondo del mio cuore. Ero dentro tutta. Anima e corpo. Tutta. La categoria delle “periferie” questa volta sembrava annullarsi.

Attrice assieme ad altri dentro quel percorso che sembrava non finiere mai. Nessuno di noi eravamo comparse. Dentro fino al collo. Non avevo scampo e… non volevo nemmeno scappare.

Mi accorgevo, passo dopo passo, assieme ad una folla non osannante alcuna parola, che la via della Croce la stavo facendo a Betlemme.

Dolore. Sofferenza. Impotenza.

Nessun “giardino” nelle vicinanze che facesse intravedere un preludio della stazione della Risurrezione.

No, quella stazione non e’ stata costruita, anzi e’ stata “demolita” prima della costruzione stessa.

La via della Croce di oggi, di un oggi continuo che non si ferma, che continua nel tempo, non e’ per niente memoria, come quella di Gerusalemme, e’ tremendamente, reale, concreta, dolorosa.

Tornando a casa, mi sono chiesta quale era stata la vera via della Croce che avevo vissuta: quella di Betlemme o quella di Gerusalemme?

La stessa domanda gliel’ho rivolta a Dio.

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