La missione di Monti in Medio Oriente

di don Walter Fiocchi

Se c’è un campo dove non c’è “tecnico” che tenga questo è la Politica Estera. Un capo di Governo o un Ministro degli Esteri non possono muoversi e comportarsi con i toni e gli atteggiamenti di un Ambasciatore, toni di solito pieni di cautele, di prudenze, toni felpati di chi cerca di acquisire notizie o favorire accordi senza dar fiato alle trombe.

Questa premessa per dare uno sguardo ad un cruciale impegno di politica estera: la missione di Monti in Medio Oriente e, in specie, in Israele e Palestina (che non c’è).

Se l’occasione è stata data da una doverosa visita al contingente di pace (questo è veramente di pace!) italiano di stanza in Libano, è evidente che ben altro rilievo assume la sua visita “privata” in Israele e Palestina. Se nel “privato” trovano facile collocazione la Messa al Santo Sepolcro a Gerusalemme e la visita alla Basilica della Natività a Betlemme, non possono essere lette come semplici visite di cortesia i molteplici – e di massimo livello – incontri che si sono succeduti: il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman; alla Muqata di Ramallah il colloquio con il presidente dell’Anp Mahmud Abbas (Abu Mazen) e con il Primo Ministro Salam Fayyad; il pomeriggio di Pasqua a Cesarea Marittima ha incontrato il premier israeliano Benyamin Netanyahu e in serata la cena con il presidente israeliano Shimon Peres. Oggi, lunedì, dopo la visita alla Chiesa della Natività a Betlemme tappa al Memoriale dell’Olocausto (Yad Vashem) e alla Sinagoga italiana a Gerusalemme dove ha incontrato la comunità ebraica italo-israeliana.
I media sono stati parchi di informazioni sui contenuti dei colloqui, ma evidentemente scarne sono state anche le informazioni. Posso solo cogliere e abbozzare un commento ad alcune frasi colte qua e là dopo i vari momenti…
Al termine del colloquio con Abu Mazen Monti ha ribadito la posizione italiana (ed europea?) dei due Stati per i due popoli, frase che appartiene ormai alla retorica diplomatica. Quando un cronista gli ha chiesto se ritiene ancora possibile la soluzione dei due Stati la sua vaga ed ermetica risposta è stata: ”Questo è il momento per auspicare ogni soluzione positiva, non per indicare delle strade” dove il capolavoro di diplomazia esprime il culmine dell’assenza di contenuto. Senza una strada da percorrere quale sarebbe la misteriosa “soluzione positiva”? Quella sognata da Israele di una “pulizia” dei Territori? Quella che gran parte dei giovani palestinesi sono arrivati a sognare, non avendo mai potuto scorgere segnali di un futuro possibile, cioè di una fine dello Stato ebraico? O quella perseguita da Abu Mazen, dalle Chiese cristiane e in specie da quella Latina, e – ne sono convinto senza dubbi – dalla maggioranza dei Palestinesi, cioè due Stati con i confini dell’armistizio del 1967? E’ chiaro che in questo caso almeno una strada bisogna indicarla: quella che riporta i coloni dentro i confini (inesistenti) di Israele fino al 1967. Una frase, quella del Presidente Monti che suona come tombale a riguardo della famosa Road Map e, a mio giudizio, non è né un danno né una perdita, vista la palese ingiustizia di quella strada, nata da una trattativa con l’usuale caratteristica di ogni “trattativa o dialogo di pace” tra Palestinesi e Israeliani: un dialogo dove uno dei due attori ha una pistola puntata alla tempia. Sono le ragioni per cui ho valutato positivamente la posizione negativa di Abu Mazen (decisa lo scorso anno dopo la farsa degli incontri di Sharm, quelli voluti da Obama e che in un anno avrebbero dovuto portare alla pace!) e il suo conseguente rifiuto di proseguire in qualsiasi incontro o trattativa (perlomeno ufficiale), soprattutto a seguito della rabbiosa reazione israeliana alla richiesta all’Onu del riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina quale membro effettivo delle Nazioni Unite. Mi pare ormai un mero esercizio di retorica l’invito a riprendere i “colloqui di pace”, da qualunque parte giunga questo invito. Non ci sono – se mai ci sono state! – le condizioni, non c’è proporzione di forza, non c’è pari disponibilità, non c’è neppure il presupposto di un riconoscimento di pari dignità tra i partner del “presunto” dialogo.
Condivido totalmente poi le parole scritte da Monti sul libro d’onore degli ospiti dello Yad Vashem, il museo nato per ricordare i sei milioni di ebrei vittime della Shoah: «Tragedia, memoria, speranza, come ci insegna l’inno nazionale israeliano». «Ho reso omaggio con profonda emozione e rispetto alla forza e al coraggio del popolo ebraico e alla sua storia millenaria» ha detto poi lanciando un monito perché «la memoria parli anche alle nuove generazioni affinché tragedie di questo tipo non si ripetano mai più». «L’Italia rinnova il suo impegno a tener viva, nella società civile, la consapevolezza contro ogni insorgere di antisemitismo». Non ho mai rinunciato a portare coloro che viaggiano con me ogni anno in Terrasanta in visita a Yad Vashem. In alcuni passaggi nessuno riesce a trattenere la commozione e spesso le lacrime. Parole equilibrate quelle di Monti, anche perché non permettono, come altri hanno improvvidamente fatto, di instaurare una stretta e indissolubile correlazione tra antisemitismo e antisionismo e, ancor più tra antisemitismo e critica della politica del Governo di Israele. Ho giusto pochi giorni fa subito un violento e rabbioso attacco mediatico – sulla mia pagina Facebook – da agguerriti (almeno nell’uso delle parole, spesso false e vuote di contenuto, ma ricchissime di insulti, di odio, di retorica propagandistica) sionisti. Li ho quasi tutti cancellati e bloccati non perché mi infastidissero, ma proprio perché i loro toni minatori e razzisti, il loro furore ideologico di cancellazione di ogni memoria e contaminazione di presenza araba in Israele (mi hanno ingiunto di non usare più il termine Terrasanta, perché l’unico nome consentito è Israele e solo Israele!), il loro bollare di antisemitismo chi non accetta la lettura della storia dei vincitori (non con la forza del diritto, ma con il diritto della forza), tutte queste cose non potevano che favorire in chi leggeva autentici e realistici rigurgiti di antisemitismo!
Più nello “stile” del Presidente, capace anche di humor, anche se è difficile trovare occasioni di humor nel suo veloce ma denso passaggio in Israele e Territori militarmente occupati, è stata la sua risposta alla cronista che, dopo che l’ex Presidente del Consiglio Berlusconi aveva dichiarato nel 2010 di “non aver visto” il Muro, anche Monti non si sbilancia e risponde con una breve risata. Certo, non poteva commentare lo sguardo attento del suo predecessore, né poteva irritare oltremodo i governanti di Israele, ma attendo fiducioso che, tornato in Italia, provi a sbilanciarsi. Non poteva richiamare Israele al rispetto del diritto internazionale, non poteva criticare i balbettii europei a riguardo dei drammatici problemi di quella Terra, ma dopo il nulla del “presunto” Ministro degli Esteri del Governo Berlusconi, dopo l’ostentato sionismo del Cavaliere, ribadire con più forza uno sforzo di ritorno alla tradizionale politica estera italiana che tanto prestigio e stima e amicizia ha sempre suscitato in tutto il mondo arabo. Qualcuno, ma credo lo sappia benissimo, potrà spiegare al Presidente Monti che finché Israele considererà e farà strame del “Diritto internazionale” – atteggiamento positivamente più volte dichiarato – è impossibile “auspicare ogni soluzione positiva”. Il ricordo della colpevole indifferenza delle nazioni davanti allo sterminio, mentre stava avvenendo, spiega l’atteggiamento di sospetto e sfiducia da parte dei governanti israeliani nei riguardi di concetti come “garanzie internazionali” o il “diritto internazionale”. Bisognerà che qualcuno abbia il coraggio di riaffermare con forza – e una visita di Stato, ancorché “privata” poteva comunque esserne l’occasione – che non c’è speranza di pace nel mondo, men che meno in Terrasanta – senza affidarsi al diritto internazionale, sia pure munito di efficaci strumenti di applicazione, anche coercitiva, ma nei confronti di tutti, anche nei confronti di Israele! Ma se Israele è un tabù per la governance mondiale, almeno il Governo tecnico abbia il coraggio di affrontarlo, come ha affrontato il tabù dell’art. 18!

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