La morte di Israa Gharib ripropone la questione dei “delitti d’onore” in Palestina

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La morte di Israa Gharib ripropone la questione dei “delitti d’onore” in Palestina


di Caroline Hayek L’Orient-Le Jour (07/09/2019) Traduzione e sintesi di Katia Cerratti

Dall’inizio dell’anno, 19 donne palestinesi sono morte per violenze domestiche.

Solo dall’inizio dell’anno, secondo i dati ufficiali, diciannove donne palestinesi sono rimaste vittime di un femminicidio, morte per le botte, spinte al suicidio o vittime di “delitto d’onore”. L’ultimo, sospetto, è quello della ventenne Israa Gharib, 21 anni, che ha scioccato i social network in tutto il mondo arabo e ha ribadito l’urgenza di porre fine all’impunità per autori di violenza contro le donne. La sua morte avrebbe potuto passare completamente inosservata. La giovane estetista originaria di Beit Sahour, vicino a Betlemme, nel sud della Cisgiordania occupata, il 22 agosto scorso, secondo la sua famiglia è morta di ictus. Ma molto rapidamente, i suoi amici, seguiti da alcuni attivisti, hanno messo in discussione questa versione, assicurando che si tratta invece di un omicidio e hanno chiesto che l’indagine sia resa pubblica. “Diciotto altre donne sono state uccise nei Territori palestinesi dall’inizio dell’anno, ma nessuna di loro ha ricevuto la stessa attenzione”, ha riferito a L‘Orient-Le Jour Maha Husseini, direttore esecutivo di ImpACT (International for Human Rights Policies) a Gaza.

Israa Gharib, studentessa di inglese all’Università di Betlemme, è arrivata in ospedale l’8 agosto scorso, dopo essere caduta dal secondo piano, con una frattura alla colonna vertebrale. La famiglia, tuttavia, pare non abbia voluto farla sottoporre a intervento chirurgico e l’avrebbe riportata a casa, dove è morta poche settimane dopo.

Ma un video diffuso online pochi giorni dopo la sua morte. ha suscitato costernazione. La registrazione mostra le urla della giovane donna picchiata dai membri maschi della sua famiglia all’ospedale. Secondo il cognato di Israa, che ha parlato a nome del clan, la giovane donna avrebbe iniziato a urlare quando si è svegliata in ospedale, temendo iniezioni e cure, e avrebbe affermato che alcune persone l’avevano picchiata. L’uomo ha poi raccontato che un jinn (diavolo) era entrato in Israa e che questa versione era stata confermata anche dal “servizio di trattamento coranico a Betlemme”.

Problema, “non esiste nessun caso di ‘dipartimento di trattamento coranico’, ha affermato il Ministero palestinese del Wakf e degli Affari religiosi. “I religiosi sono contro la violenza contro le donne. Tuttavia ritengono che in questa materia sia necessario fare riferimento alla sharia islamica. Solo che, mentre alcuni testi condannano la violenza, altri lasciano alla libera interpretazione e possono essere utilizzati da coloro che giustificano la violenza “, si rammarica Reham Owda, analista politico e specialista dei diritti delle donne a Gaza.

Dozzine di manifestanti si sono radunati sabato scorso a Betlemme e lunedì a Ramallah di fronte al quartier generale del governo palestinese. “La polizia si era accontentata di osservare la situazione da lontano dopo la morte di Israa, ma il clamore mediatico sui social ha portato all’arresto dei suoi due fratelli e di suo cognato”, continua Reham Owda. Sui social, la parola chiave “We are all Israa Gharib ” (in arabo) è diventata rapidamente virale. Personaggi arabi come Nancy Ajram ed Elissa hanno condannato la morte di Israa su Twitter e hanno chiesto che fosse fatta giustizia, mentre la polizia palestinese ha affermato di aver avviato un’indagine sul caso. “Per la prima volta in Medio Oriente, dopo tanti anni, i cosiddetti” delitti d’onore” hanno attirato questo tipo di attenzione a livello regionale e internazionale”, ha affermato Maha Husseini.

La questione dell’onore e del comportamento “adeguato” delle donne all’interno della loro famiglia e nella società, che rimane patriarcale, rimane un fenomeno significativo nel tessuto sociale palestinese, come in molte società arabe. Il giudizio della comunità può indurre le famiglie a punire severamente, fino alla morte, comportamenti “devianti” o “vergognosi”. “Cerchiamo di non usare le parole” delitti d’onore “, ma di parlare davvero di omicidio, violenza contro le donne, in un contesto patriarcale, con atteggiamenti maschilisti e misogini all’interno delle famiglie tradizionaliste”, spiega la figura della resistenza palestinese Hanane Achraoui, membro del comitato esecutivo dell’OLP, contattata tramite WhatsApp. Secondo le testimonianze di amici, la violenza della famiglia Gharib contro Israa, sarebbe nata da una foto che la ragazza avrebbe pubblicato su Instagram, in compagnia di un giovane che l’aveva chiesta in sposa poche settimane prima. La madre era a conoscenza dell’incontro pubblico dei due innamorati, che erano accompagnati dalla sorella di Israa. “Il problema è radicato nella cultura di molte società e le credenze culturali sono generalmente le più difficili da cambiare. La violenza contro le donne rimane un tabù poiché le stesse donne e ragazze che vivono in una famiglia premurosa e comprensiva non si sentono al sicuro se non addirittura minacciate. E la maggior parte di loro pensa che subirà la stessa sorte di Israa se le loro famiglie saranno pressate dalla società “, afferma Maha Husseini.

Nella Striscia di Gaza, la situazione delle donne si evolverebbe diversamente da quelle che vivono nella Cisgiordania occupata. “L’occupazione invisibile, l’assedio e la situazione economica hanno avuto un duplice ruolo nell’evoluzione della situazione. Da un lato, vi sono più divorzi a causa della violenza domestica dovuta alla mancanza di occupazione per gli uomini, allo stress e al trauma dopo la continua aggressione israeliana in quel territorio. Dall’altro, c’è una maggiore consapevolezza e organizzazioni che difendono i diritti delle donne, sapendo che parlare dei loro diritti prima non era permesso “, afferma Nabila Kilani, insegnante di inglese e fondatrice di due centri educativi per bambini a Gaza. “ Quando gli uomini sentono venir meno la loro virilità nel senso tradizionale, a causa della violenza dell’occupazione, degli assalti e della costante umiliazione, rivolgono la loro rabbia e frustrazione contro donne e bambini “, aggiunge Hanane Achraoui.

La lotta per i diritti delle donne palestinesi non riguarda solo il cambiamento degli atteggiamenti a livello sociale. Gli attivisti chiedono da molti anni una modifica della legge. “Abbiamo chiesto un cambiamento delle leggi, un’assunzione di responsabilità da parte del sistema giudiziario, del governo e del legislatore, per porre fine a queste atroci pratiche, che continuano ad esistere”, denuncia Hanane Achraoui, che lotta per i diritti delle donne da molti anni. Dopo il caso di Israa, iI Primo ministro palestinese Mohammad Chtayyeh, sabato scorso sul suo account Facebook, ha chiesto il “rafforzamento del sistema legislativo a protezione delle donne palestinesi”. Nonostante un emendamento all’articolo 99 del codice penale palestinese risalente al 2018, che autorizzava i giudici a ridurre le condanne agli autori di delitti d’onore, i rapporti mostrano che il femminicidio è in aumento in Cisgiordania, a Gaza e in seno alla comunità palestinese in Israele. I Territori palestinesi dispongono di un quadro giudiziario unico che combina leggi giordane, egiziane, britanniche e ottomane. “Le nostre leggi devono essere rinnovate e unificate in tutti i Territori. In Cisgiordania prevale il codice penale giordano risalente al 1960, mentre a Gaza c’è un codice penale ancora più antico poiché risale al mandato britannico del 1936 “, afferma Reham Owda. Il codice penale giordano considera ancora la difesa dell’’onore’ una circostanza attenuante per un omicidio. Il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, ha tentato invano di cambiarlo nel 2011.

Reham Owda ritiene che le divisioni politiche siano la fonte di questo immobilismo. Hamas è salito al potere nel 2007 nella Striscia di Gaza, mentre Fateh rimane al comando nella Cisgiordania occupata. “Le divisioni palestinesi hanno effetti negativi sulla lotta per i diritti delle donne, perché le autorità rappresentate da Abbas non funzionano, quindi non sono in grado di proporre nuove leggi”, si rammarica l’analista politico.

Fra tutte queste ombre, tuttavia c’è anche un po’ di luce. Secondo gli attivisti intervistati da L’Orient-Le Jour infatti, il numero di donne che lavorano e di ragazze che seguono un corso universitario, sarebbe fortemente aumentato negli ultimi dieci anni. Secondo il Central Bureau of Palestinian Statistics (PCBS), il 54% delle donne che hanno almeno 13 anni di scolarizzazione e più, sono attualmente disoccupate. “Prima del 2010, l’idea di consentire alle giovani donne di viaggiare da sole era stata totalmente respinta, mentre oggi, persino quelle che vivono nelle zone rurali e emarginate, hanno la possibilità di farlo”, conclude Maha Husseini.

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