La Nato è a corto di idee e di armi

29/06/2011

I vertici dell’alleanza chiedono aiuto alla Germania: le bombe scarseggiano e la credibilità della Nato precipita

Che la Nato senza gli Stati Uniti sia una pecora zoppa, non è una sorpresa. Ciò che stupisce, invece, è la limitata riserva di armamenti in possesso degli alleati. In verità, le difficoltà economiche e l’allarme sullo svuotamento degli arsenali nella guerra contro la Libia erano affiorati già ad aprile, a meno di un mese dall’inizio delle operazioni (19 marzo) che per i primi giorni hanno visto coinvolti direttamente anche Washington.

Due mesi fa, il Washington Post ridicolizzava la potenza di fuoco di Regno Unito e Francia in testa e degli altri alleati europei a seguire, incapaci di sostenere “una piccola azione militare” per un prolungato periodo di tempo. Un limitato numero di aerei da combattimento, il continuo controllo di spesa nel lancio di missili (che comunque continuano a provocare vittime civili che la missione dovrebbe invece proteggere) hanno permesso a Muammar Gheddafi di rimanere relativamente tranquillo nel centro di Tripoli. La Nato sta mostrando, forse, quella che è la sua vera natura: una pura dama di compagnia degli Usa nelle campagne di aggressione, un velo allargato sulla volontà di potenza di Washington efficace solo quando è schierata al fianco dell’esercito più armato del pianeta.

A Bruxelles non splende il sole e, secondo indiscrezioni rivelate dal settimanale tedesco Der Spiegel, i vertici dell’alleanza atlantica avrebbero chiesto aiuto a tutti i membri e soprattutto alla Germania. La macchina da guerra (che senza gli Stati Uniti non è la più potente del mondo come si è abituati a credere) ha bisogno di tecnologie e componenti per le bombe. Berlino, astenutasi dal voto della Risoluzione 1973, si è dichiarata disponibile a fornire gli armamenti di cui la Nato avrà bisogno e il ministro della difesa Thomas de Maizière ha già dato la sua autorizzazione.

Con i ribelli che arrancano sul terreno e con gli alleati incapaci a chiudere la partita, il consenso intorno a quest’ultima guerra si è indebolito. L’entusiasmo scatenato dalla “rivoluzione” scattata il 15 febbraio, sull’onda di Tunisia ed Egitto è ai minimi. Giusto il mandato di cattura spiccato il 27 giugno dalla Corte penale internazionale nei confronti di Gheddafi, di suo figlio Seif al-Islam e del capo dell’intelligence Al-Senussi poteva riaccendere gli animi. Quali effetti produrrà il mandato firmato dal procuratore Luis Moreno Ocampo? Secondo alcuni, il provvedimento non accelererà gli eventi e non porterà a una soluzione immediata del conflitto. Per i più, invece, l’atto di accusa per crimini di guerra rappresenta la pietra tombale per il Colonnello. I fedelissimi del Colonnello hanno risposto con una gran risata: la Libia (così come Cina, Israele, Russia, Usa) non riconosce la giurisdizione della Corte. Di sicuro, l’avallo della Corte, dopo quello delle Nazioni Unite e della Nato, dà forza di convincimento a chi si è imbarcato in questa avventura, ritenendo che la strada delle bombe fosse l’unica perseguibile.

Sul fronte delle prove su cui poggia l’accusa di crimini contro l’umanità, Donatella Rovera – senior adviser di Amnesty International – ha sollevato più di un dubbio: dopo tre mesi di permanenza in Libia, Rovera ha affermato che non c’è nessun indizio che possa far pensare a stupri sistematici e all’utilizzo preordinato di viagra da parte delle truppe di Gheddafi. Altro punto poco chiaro riguarderebbe i mercenari: secondo Rovera non si tratterebbe di miliziani sub sahariani ingaggiati dal regime ma di migranti che lavoravano in Libia senza documenti e quelli che venivano mostrati ai giornalisti come tali dai ribelli, erano rilasciati appena le telecamere si allontanavano.  

Nicola Sessa

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