La Nazione start up al voto, dimenticando i palestinesi

19 GENNAIO 2013 – 19:19

Slow news di Ugo Tramballi

TEL AVIV. Dal nostro inviato. I sindacati e gli industriali, governo e opposizioni, i giornali e i guru della finanza appollaiati nei grattacieli di Ramat Gan, sono preoccupati. Nel 2012 l’economia d’Israele è cresciuta “solo” del 3,3%. “Solo” perché l’anno prima e nel 2010 era salita del 4,6 e del 5%. Una disdetta.

  Un problema è un problema: è il suo punto di osservazione, quanto si è vicini o lontani, che ne rende diversa la percezione. Dal 2009 al 2012 – nel quadriennio di governo Netanyahu, visto che è tempo di elezioni – l’economia israeliana  è cresciuta del 14,7%. In Australia del 10,7, in Canada del 4,8, negli Usa del 2,7 e in Francia dello 0,3. Visto dalla crisi europea, quel 3.3% di crescita nel 2012 non è un problema del quale parlare, come invece fanno a Tel Aviv.

   E sempre guardando Israele da Occidente, ci si aspetterebbe che invece, in previsione del voto di martedì, gli israeliani si accapigliassero sulla pace con i palestinesi, quella sì stagnante; che i candidati e i partiti perdessero le ore a discutere dei rischi e delle opportunità delle primavere e delle destabilizzazioni dei vicini arabi.

  Shelly Yachimovich, la nuova leader del Labour, il partito di Rabin e del processo di pace, è così convinta che non ci sia niente da dire sulla posizione geografica e i confini di Israele in mezzo a una regione turbolenta, da aver tolto la questione palestinese dalle sue priorità elettorali. I laburisti sono tornati alle problematiche sociali. Il deficit di bilancio al 4,2% del Pil è il doppio di quello che Bibi Netanyahu, il premier, aveva promesso; secondo l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni il 24,8% degli israeliani è povero, la più alta percentuale eccetto il Messico, fra i Paesi sviluppati.

 Ma quel 3,3% è la crescita più alta delle economie occidentali e questo basta a confortare un elettorato in ansia per la crisi del capitalismo. Il Likud di Netanyahu avrà circa 39 deputati e manterrà il primato. Anche se la geografia dice il contrario, Israele si sente in tutto un Paese occidentale: in realtà è un problema vistolo in prospettiva geopolitica. Ma è quello del quale gli israeliani non vogliono parlare, come si trovassero in mezzo all’Europa e non fra Egitto e Siria.

  Così i laburisti perderanno le elezioni. Erano precipitati a 13 seggi su 120 nel 2009, forse risaliranno a 20, niente di più. Se avessero impostato la campagna sulla ripresa del processo di pace, avrebbero perso comunque. L’unica incursione palestinese degna di nota nel dibattito elettorale è stata quella di Ahmed Tibi, leader del più importante fra i partiti arabi d’Israele: “Gli ebrei evadono le tasse più degli arabi”.

  I poveri crescono ma statisticamente diventano sempre meno poveri. Due anni fa Rothschild Boulevard, il cuore di Tel Aviv, era stato trasformato in un accampamento di giovani e nel momento più alto della protesta contro il costo della vita e le sperequazioni sociali, erano scesi in strada in 400mila. Una Primavera israeliana. Shelly Yacimovich ha fatto di tutto per avere nella sua lista tre leaders di quella protesta. Ma anche se la vita in Israele resta fra le più care d’Occidente, quel movimento spontaneo è totalmente evaporato.

  Se non ha lasciato segni permanenti è perché alla fine, per quanto squilibrata e costosa sia la vita, la società civile non smette di creare opportunità. Nel 2012 sono nate 575 nuove imprese, quasi tutte hi-tech: un po’ più dell’anno prima, 546. La “Nazione start-up” non si ferma anche se ci sono meno soldi a disposizione. “Se vivi fra Rehovot e Haifa potresti pensare che quasi tutti stiano mettendo in piedi una compagnia”, dicono da queste parti. Alla fine dell’ultimo decennio nasceva una start-up ogni 1844 abitanti; ed erano stati raccolti più di due miliardi di dollari in venture capital: come in Germania e Francia messe insieme. Ma laggiù sono 150 milioni di abitanti, in Israele quasi otto. Il problema delle start-up israeliane, ora, è di crescita: allargare la geografia da Rehovot, Sud di Tel Aviv, a Haifa lungo la piana costiera, in altre regioni del Paese. E la carenza di ingegneri: al mercato ne mancano 8mila.

   C’è qualcosa di surreale in tutto questo. Da un lato esiste la “Nazione start-up”, il Paese che nel 2012 ha esportato 5,6 miliardi di prodotti hi-tech: nel senso che crea imprese e poi le vende all’estero. Sono state 50 l’anno scorso, quasi esclusivamente di information technology e enterprise software. Da un altro lato ci sono le colonie nei territori occupati, il tribalismo ebraico, la Bibbia e la Torah che hanno inondato la campagna elettorale come non era mai capitato in quelle passate.

  Molti israeliani pensano sia surreale questa obiezione sulla dicotomia fra due realtà troppo diverse, perché la realtà è che “non esistono arabi con cui parlare di pace” ma solo un Israele più forte è più prospero. Tuttavia l’irrazionalità di fondo rimane: non c’è un nesso logico fra essere globali fino ad avere il più alto numero di imprese non americane quotate al Nasdaq, e conquistare a ogni prezzo una nuova collina in Cisgiordania.

   Se queste elezioni così senza nerbo resteranno nella storia d’Israele e forse del Medio Oriente, è perché è stato invece trovato l’anello di congiunzione fra l’Israele del futuro e quello del più lontano passato biblico. Si chiama Naftali Bennet, 40 anni. “Farò tutto quello che è in mio potere per garantire che i palestinesi non avranno mai uno Stato: basta con i negoziati, basta con le illusioni”, dice il fondatore di Bayit Yehudi, la casa degli ebrei, il partito dell’ultra destra nazional-religiosa che alle elezioni di martedì dovrebbe passare da tre a 13 seggi, condizionando le scelte del Likud di Nenatyahu.

   Oltre che capo tribù ebraica, Bennet è un imprenditore di origini americane, che ha avuto successo nell’Hi-tech. Non ha mai vissuto in una colonia ma dei coloni è stato il leader; pratica una vita da laico uguale a quella di un israeliano di sinistra o di un ebreo di New York dove viveva, ma è un fervente religioso: è convinto che fede e nazione siano strettamente connessi e possano crescere nella globalizzazione.

  Naftali Bennett che in 40 anni ha fatto in tempo anche a diventare ufficiale dei reparti speciali, andando “oltre la frontiera del Libano a uccidere più terroristi possibile”, è uno dei simboli della “Nazione start-up”. Non è solo: è l’avanguardia di una nuova gerazione con una nuova etica. Se avrà successo, prenderà il potere. Se non vincerà ora, lo farà alle prossime elezioni: la media dei primi 15 candidati nella lista di Bayit Yehudi è di 48 anni, quella del Likud di 56. Con loro, anche Israele sarà sempre più diverso da quello conosciuto fino ad ora.

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