La nonviolenza in Palestina esiste, ed è più efficace della lotta armata

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Intervista ad Hafez Hureini, leader del movimento di resistenza popolare delle Colline a Sud di Hebron

29 Apr. 2018 

di Noemi Valentini

 

Foto Operazione Colomba

Trenta giorni, quarantaquattro vite spezzate.

È il bilancio più recente dell’inestinguibile conflitto tra Palestina ed Israele, che nelle ultime settimane è prepotentemente tornato ad occupare le prime pagine di tutto il mondo a causa della violenza riversata dall’esercito israeliano contro i civili palestinesi impegnati nella Marcia del ritorno a Gaza.

Le immagini che arrivano dalla Striscia ci catapultano in uno scenario apocalittico, tra le decine di morti e le migliaia di feriti avvolti dal fumo denso e nero dei roghi appiccati dai manifestanti per confondere i cecchini.

Ciò che più di tutto sta spiazzando la stampa internazionale, però, è la quasi totale assenza di violenza da parte della fazione araba, che alzando in manifestazione cartelli raffiguranti il volto di Martin Luther King ha consapevolmente adottato una strategia pacifica, rivendicata dallo stesso gruppo armato Hamas.

Si tratta in verità di una modalità sempre più utilizzata nelle rivendicazioni palestinesi (basti pensare alla marcia delle donne dell’estate 2017), che ha radici ancorate nelle profondità della storia di questo popolo e strette intorno ad At Tuwani, un piccolo villaggio posato sulle colline intorno ad Hebron, nel sud della Cisgiordania.

È la storia di un popolo che resiste, di un movimento rivoluzionario e culturale, una storia di lotta ragionata e disarmante resilienza, ed è anche la storia di un uomo, Hafez Hureini, leader del movimento popolare non violento delle Colline a Sud di Hebron.

Nati e cresciuti sulle crepe di una pace solo apparente, dove lo scorrere del sangue sembra l’unica lingua comune, gli abitanti di At Tuwani hanno scelto di cambiare tattica, rispondendo a prevaricazioni e maltrattamenti non con altrettanta violenza ma – invece – con la resistenza pacifica. Questo perché, banalmente, “è molto più efficace” della lotta armata o intifada, come ha raccontato Hafez a TPI.

Le loro azioni non sono solo passive, ma decise e calcolate, in modo da non scivolare mai nel baratro della brutalità fisica. A questa rispondono sul piano legale, appellandosi alle istituzioni israeliane, e su quello mediatico, documentando le violazioni dei diritti umani e delle norme internazionali, partendo dal mancato rispetto dei confini tra i due stati.

La questione mediorientale, polverosa e ruvida come la terra su cui cresce, è infatti – prima di tutto – una questione geografica. I due popoli si contendono rettangoli di terra: è una guerra centimetro per centimetro, come in una partita di rugby, in cui ogni metro conquistato è un metro più vicino alla meta, e non si può cedere né indietreggiare di un passo.

Tutto si basa su un concordato iniziale: i cosiddetti accordi di Oslo, che nel 1993 (e poi nel ’95) suddivisero la West Bank (la “sponda occidentale”) in tre aree, secondo un piano transitorio che non sarebbe dovuto durare più di cinque anni ma che di fatto è in vigore ancora oggi.

Secondo tale ripartizione, l’area A (la più piccola e densamente popolata, limitata alle grandi città) è sotto il controllo palestinese sia sul piano militare che su quello civile, l’area B risponde civilmente alla Palestina e militarmente ad Israele, mentre nei territori dell’area C (costellata da piccoli villaggi, tra cui anche At Tuwani, pur sempre palestinesi) il controllo è tutto in mano ad Israele.

Gli accordi di Oslo II in una mappa di Shari Motro e Jonathan Corum, pubblicata su Legal Affairs.

 

 

Questo significa che, per costruire qualsiasi edificio, chi vive in area C deve ottenere l’autorizzazione delle autorità israeliane, rilasciata molto raramente, per cui ogni casa costruita dai palestinesi si trova in realtà sotto la costante minaccia della demolizione, che avviene su base regolare.

“Distruggono e confiscano, lasciano le famiglie senza casa, senza niente, e la maggior parte dei villaggi è a rischio demolizione. Le persone del villaggio di Susiya per esempio aspettano ogni giorno che le forze militari arrivino a buttar giù le loro case”, racconta Hafez.

Gli accordi di Oslo si basavano sulla “Green Line”, il confine stabilito con l’armistizio tra i due paesi nel 1949 e riconosciuto (di fatto) dalle Nazioni Unite quando queste contestarono la legittimità dell’annessione ad Israele dei territori conquistati con la guerra dei sei giorni del 1967, chiedendo di ripristinare la situazione precedente.

Nonostante i trattati internazionali, però, lo stato israeliano continua a rifiutare i confini ed ha avviato una politica espansionista e colonizzatrice, attraverso la costruzione in territorio palestinese di insediamenti cui è seguita l’ulteriore spontanea creazione di avamposti da parte di militanti radicali, considerati illegali anche da Israele stesso ma ciclicamente “legalizzati” attraverso condoni.

Questa pratica è considerata illegittima dalla comunità internazionale, che l’ha condannata a più riprese tramite diverse risoluzioni Onu, l’ultima a fine 2016.

Come mostra una dettagliatissima mappa della OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari) sono ben 587mila gli israeliani che vivono negli insediamenti o negli avamposti in contravvenzione alle norme internazionali.

 

La nonviolenza in Palestina esiste, ed è più efficace della lotta armata

https://www.tpi.it/2018/04/29/palestina-nonviolenza-intifada/

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