La nonviolenza (per questa volta) ha vinto

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“Israele continua ad agire impunemente, ma noi continueremo a chiedere giustizia e pace. Le nostre preghiere di ogni settimana, da anni ormai, sotto gli ulivi delle nostre famiglie, non si fermeranno perché sono per la pace e senza violenza né provocazioni. Noi stiamo chiedendo solo la pace. Ma perché arrivi la pace, la giustizia deve venire prima. Perché i paesi e i leader che si vantano di essere cristiani non trasformano le loro ‘grandi preoccupazioni per i cristiani di Terra Santa’ in denuncia?”
Abuna Ibrahim Shomaly, parroco di Beit Jala

Nel febbraio di un anno fa aprivamo così il nostro editoriale. Nelle parole di abuna Ibrahim tutta l’amarezza ma anche la voglia di non mollare. Di crederci davvero. Dal 2006 lui e la gente di Beit Jala e tanti amici si battevano per il diritto alla vita sulla propria terra, tra i propri ulivi, nelle proprie case. Dal 2006, ogni venerdì, lo invocavano pregando nei campi che rischiavano la confisca.
Lottavano anche loro contro l’ennesimo sopruso perpetrato dall’esercito israeliano nei confronti di famiglie che avevano avuto la ‘sfortuna’ di trovarsi nella traiettoria, arbitraria, casuale e illegale, del muro dell’apartheid.
Migliaia di palestinesi si sono trovati in questi anni nella stessa situazione: spazzati via, o meglio ruspati via dalla prepotenza di chi si ritiene superiore al diritto, oltre che a qualsiasi principio di rispetto dell’umanità altrui. Talmente tante volte abbiamo assistito, a volte partecipato, alle manifestazioni nonviolente dei tanti villaggi palestinesi che chiedevano al muro e ai suoi costruttori almeno di spostarsi più in là, che quasi rischiavamo di pensare che il fine ultimo fosse la resistenza in sè. Purtroppo il ripetersi di espropri di terreni, di sradicamenti di alberi secolari, di abbattimenti di case ci aveva disilluso. A noi di qua. E loro a crederci che la loro vita invece dipendeva dalla loro lotta.

Giovedì 2 aprile 2015, dopo nove anni di battaglia legale, la Corte Suprema israeliana ha finalmente emesso il suo verdetto finale sulla valle di Cremisan, minacciata dal 2006 dal progetto di costruzione del ‘Muro di Sicurezza’. La Corte Suprema ha finalmente accettato la petizione contro la costruzione del Muro, di conseguenza l’esercito israeliano dovrà rinunciare a questo progetto giudicato dalla Corte come “dannoso per la popolazione locale e ai monasteri della valle” sottolineando che “il tracciato del Muro, come suggerito dal Ministero della Difesa, non è l’unica possibilità che permetta di garantire la sicurezza nuocendo il meno possibile, conforme alla Legge Amministrativa Israeliana”.
Cremisan è una delle ultime aree verdi rimaste nel distretto di Betlemme Israele ha annunciato che separerà questa zona dal resto di Beit Jala con la costruzione del muro, annettendo Cremisan in modo effettivo a Israele. Beit Jala è una città tradizionale cristiano palestinese di 15.000 abitanti. Ci sono sei chiese appartenenti a quattro diverse comunità: greco ortodossi, cattolici, luterani e Battisti. E ‘la prima parrocchia del Patriarcato Latino di Gerusalemme (160anni) ed anche la sede del Seminario del Patriarcato Latino. Ma la valle di Cremisan si trova tra gli insediamenti illegali di Gilo e Har Gilo. Il muro avrebbe fornito ad Israele, la potenza occupante, più terra per espandere entrambi gli insediamenti illegali in terra di proprieta’ privata palestinese. Questo piano avrebbe devastato la vita di 58 famiglie cristiane palestinesi, che non sarebbero più state in grado di accedere alla loro terra.

Per una volta ha vinto la giustizia, e questa, almeno in questa valle, porterà un po’ di pace, cme auspicavano abuna e la sua gente.
Per una volta la tenacia, la fiducia e la lotta nonviolenta, hanno legittimato l’ovvio a non essere assurdo e confinato l’assurdo oltre le barriere dell’illecito.
La possibilità di vivere a casa loro queste comunità hanno dovuto conquistarla quando, ovviamente, ne avevano legalmente tutto il diritto, a prescindere.

La sentenza del giovedì santo non è stata certo un ‘regalo di Israele’ come un giornalista della RAI si è premurato di farci sapere.
Solo, e grazie al sumud (=resilienza) di tanta gente, c’è stata la restituzione preventiva di ciò che rischiava ancora una volta di essere il maltolto.

BoccheScucite

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