La nuova “soluzione dei due Stati” che colonizzerà la Palestina

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23 ago 2016

Un nuovo paradossale progetto prevede il ritiro degli insediamenti da parte di Israele in cambio di una Palestina come gigantesco surrogato di una colonia israeliana

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di Nafeez Ahmed – Middle East Eye*

Roma, 23 agosto 2016, Nena News – Un influente gruppo filoisraeliano che si occupa di strategie politiche con legami con l’amministrazione Obama ed i servizi segreti militari israeliani sta incoraggiando dei piani per una “soluzione dei due Stati” che subordinerebbero i palestinesi al controllo militare israeliano, sotto la supervisione di una permanente presenza militare statunitense.

Questi piani sono stati elaborati dal Forum sulle Politiche di Israele (IPF), un gruppo di pressione con sede a New York fondato nel 1993 su iniziativa del Primo Ministro Yitzhak Rabin al fine di promuovere il processo di pace di Oslo. Poco dopo l’inizio del suo mandato nel 2009, il Presidente Obama ha adottato la “Roadmap” per il Medio Oriente dell’IPF.

Tra le raccomandazioni del piano, la completa smilitarizzazione della Palestina nonostante essa venga definita un territorio “sovrano”, un’infrastruttura per la sorveglianza delle frontiere ed una presenza militare statunitense permanente che sorvegli il fiume Giordano.

La sicurezza prima di tutto – per Israele

Il progetto “Sicurezza dei due Stati” (Two State Security) del Forum sulle politiche di Israele ha incaricato i Capi della Sicurezza di Israele (CIS) – una rete di oltre 200 ex ufficiali militari e funzionari dei servizi segreti – ed il Centro per una Nuova Sicurezza Americana (Cnas) di Washington DC, di realizzare studi sulla soluzione dei due Stati.

Il rapporto del Cnas, pubblicato a maggio, si presenta come il “prodotto” di “numerose consultazioni e seminari con attuali ed ex responsabili della sicurezza e negoziatori israeliani, palestinesi, giordani ed americani.
Condizione fondamentale alla base del progetto dei “due Stati” è l’eliminazione di Hamas a Gaza, sebbene questa sia vagamente descritta come segue:

“Parte della sfida consiste nel fatto che la transizione a Gaza richiederebbe per prima cosa una riaffermazione del governo e del controllo della sicurezza di Gaza da parte dell’Autorità Palestinese – una questione che va oltre lo scopo di questo studio”.

All’interno di questo piano, l’Autorità Palestinese è vista come una forza alleata che applica misure di sicurezza interna in Cisgiordania e Gaza per conto di Israele. Il sistema interno di sicurezza palestinese includerebbe, suggerisce il rapporto, quattro componenti chiave: una “forza di sicurezza palestinese non militarizzata (Pasf)”; una piccola “unità palestinese antiterrorismo (Ct) addestrata ed equipaggiata ad un livello analogo alle unità Armi e Tattiche Speciali (Swat) di una grande città americana”; un sistema palestinese antiterrorismo indipendente e ad ampio spettro composto da personale controllato e protetto, incluso funzionari dei servizi segreti”; centri per operazioni congiunte israelo-palestinesi tra “le forze di sicurezza israeliane (Isf) e la Pasf per la condivisione di informazioni dei servizi segreti, identificazione di potenziali obiettivi, e il coordinamento delle operazioni”. Quest’ultima fornirebbe il meccanismo principale con cui una forza di sicurezza interna dello stato palestinese, la PASF, funzionerebbe effettivamente sotto il controllo operativo di Israele.

Presenza permanente degli Stati Uniti

Il rapporto evidenzia la necessità di “meccanismi multipli” per risolvere contrasti tra la Pasf e le forze di sicurezza israeliane “attraverso la mediazione americana” ed una scelta finale concessa ad Israele in indefinite “situazioni estreme”.
La decisione finale di Israele include il potere di “agire unilateralmente per difendersi nella consapevolezza che all’indomani riceverebbe il supporto diplomatico americano”.

In altre parole, ci si aspetta che gli americani fingano di essere “onesti mediatori” imparziali che, però, sosterrebbero Israele in tutte le circostanze in cui senta il bisogno di agire unilateralmente contro i palestinesi. Oltre a questo, il rapporto chiede una permanente presenza militare degli Stati Uniti nella regione.

Una forza di sicurezza palestinese funzionale richiederà “un impegno a lungo termine ed una presenza costante di addestratori statunitensi, guide e osservatori”, afferma il documento. Inoltre sarebbero necessarie “pattuglie perlustrative che includano una piccola forza americana lungo il confine tra la Palestina e la Giordania” nella forma di una “forza permanente americana, di poche centinaia”.

Il rapporto sottolinea che chiunque alla fine effettui i pattugliamenti – che siano le forze israeliane, giordane o palestinesi – la responsabilità della sicurezza generale in quest’area ricadrebbe sugli Stati Uniti”.

Sovranità in assenza di sovranità

Probabilmente la proposta maggiormente paradossale è che la “sovranità” territoriale palestinese sul proprio spazio aereo e marittimo resti subordinata al controllo israeliano. A parte stabilire una nuova definizione di “spazio aereo palestinese sovrano” limitato a “3.000 metri” sul livello del mare (la quota di crociera per un volo commerciale è di almeno 8.500 metri), il documento si spinge oltre nel chiedere che i controllori israeliani abbiano la capacità tecnica di prendere agevolmente il controllo dello spazio aereo palestinese e del traffico aereo in caso di difesa aerea di emergenza”.

Il rapporto continua: “Così come nel dominio dello spazio aereo, i palestinesi governerebbero le loro acque territoriali palestinesi a largo di Gaza, ma con alcune limitazioni che consentirebbero agli israeliani di mantenere la sicurezza” – cioè, “procedure standard nelle acque internazionali, dove Israele” ma non la Palestina, “è libero di intercettare, abbordare e ispezionare qualsiasi nave (in conformità con il diritto internazionale)”.

La mia sovranità è più grande della tua

Alla base della soluzione dei due Stati prospettata c’è una disparità fondamentale nel potere militare. Mentre i palestinesi sarebbero tenuti a smilitarizzarsi definitivamente nel quadro della “transizione di Gaza tornata sotto il controllo dell’Autorità Palestinese”, Israele riceverebbe supporto statunitense per fare esattamente il contrario:

“Nel quadro della ricostituzione di Gaza e della Cisgiordania, il governo a Gaza dovrebbe acconsentire allo smantellamento dell’industria militare di Gaza, dei sistemi per il lancio di razzi e delle capacità militari offensive… Presumiamo che Israele manterrà (o aumenterà) le sue attuali capacità di difesa… In altre parole, l’attuale apparato di sicurezza israeliano non verrà sostituito, ma piuttosto potenziato”.

Il rapporto suggerisce una serie di livelli di sicurezza regionale, di confine ed interna che fornirebbero ad Israele un “invisibile” grado di controllo sulla società palestinese senza precedenti. Tra questi vi è l’idea di meccanismi formali per operazioni congiunte di servizi segreti, lotta al contrabbando e al terrorismo con Giordania, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed altri stati del Golfo.

Ciò si accompagnerebbe a nuove istituzioni comuni per la sicurezza interna “per individuare attività terroristiche” – incluso le forze antiterrorismo dell’Autorità Palestinese “al fine di compiere incursioni sui siti e arrestare i colpevoli”, insieme ad una nuova struttura palestinese di tutela dell’ordine che includa “centri di detenzione indipendenti”.

“Questi cinque livelli fornirebbero ad Israele un grande piano strategico”, conclude il rapporto, permettendo ad Israele di ritirarsi militarmente da Gaza e dalla Cisgiordania – potendo contare su accordi per la sicurezza con l’Autorità Palestinese, i regimi arabi e gli Stati Uniti per il controllo della Palestina.

L’avvertimento cruciale qui è che il controllo militare israeliano non terminerebbe, semplicemente esso continuerà ad essere esercitato con altri mezzi, meno visibili:

“Come ogni altro stato sovrano, Israele manterrà la facoltà di rispondere nei casi estremi in cui l’ha ritenuto necessario per difendersi, anche se questo dovesse significare violare la sovranità di un altro stato. Ma, proprio come ogni altro stato, intraprendere simili azioni comporterebbe rischi politici ed altre conseguenze che dovrebbero essere ben valutate dai capi israeliani. Per ridurre alcuni di questi rischi, si potrebbe ipotizzare un accordo tra gli Stati Uniti ed Israele sulle circostanze generali in cui gli USA sosterrebbero diplomaticamente Israele nel caso in cui decida di agire unilateralmente dentro la Palestina”.

Pertanto il Forum sulle politiche di Israele sta in pratica proponendo che, in cambio di un ritiro delle colonie israeliane dalla Palestina, la Palestina stessa diventi un gigantesco surrogato di una colonia israeliana.

Uscire dallo stallo?

Il ricorrente punto debole degli autori del rapporto è che la “sovranità” offerta ai palestinesi è completamente in contraddizione con la più elementare definizione di sovranità nazionale.
Immaginate, per un attimo, quanto segue:

Un gruppo di esperti che ha relazioni con Hamas elabora un rapporto, molto simile a questo. Il rapporto collegato ad Hamas sostiene che come precondizione della soluzione dei due Stati, il governo di Israele guidato da Benjamin Netanyahu dovrebbe “in qualche modo” essere sostituito da uno più appropriato, un alleato israeliano meno fanatico. Il nuovo alleato più disponibile dovrebbe accettare la completa smilitarizzazione delle capacità militari offensive che sono alla base del suo potere di invadere unilateralmente Gaza e la Cisgiordania.

Lo Stato israeliano dovrebbe installare centri operativi congiunti con i palestinesi al fine di identificare estremisti in Israele che incitano alla violenza ed al terrore, incluso organizzazioni che attivamente promuovono attività di insediamento illegali. Ed il nuovo Stato palestinese richiederebbe la capacità di condurre unilateralmente operazioni militari “in extremis”, da concordare con un potere esterno a loro scelta (diciamo, l’Unione Europea) che fornirebbe copertura diplomatica per tali azioni militari palestinesi unilaterali.

Se un simile rapporto venisse mai rilasciato, sarebbe dapprima accolto con risate, poco dopo con derisione e subito dopo con il terrore che una simile idea possa essere mai presa sul serio dai palestinesi come una strada percorribile per una soluzione pacifica dei due Stati.

Ed è esattamente come i palestinesi considererebbero l’ultima idea israelo-statunitense per la “pace” – un assurdo progetto per il dominio militare straniero permanente che non ha imparato nulla dalla condizione di stallo generata da Oslo.

Traduzione a cura di Rosa Schiano

*Il dottorando Nafeez Ahmed è un giornalista d’inchiesta, studente di sicurezza internazionale e autore di successo sulle tracce di quella che definisce la “crisi della civilizzazione”. È vincitore del Project Censored Award for Outstanding Investigative Journalism per i suoi scritti sul Guardian sull’intersezione tra la crisi ecologica mondiale, la crisi energetica ed economica e la geopolitica regionale ed i conflitti. Ha anche scritto per l’Indipendent, Sydney Morning Herald, The Age, The Scotsman, Foreign Policy, The Atlantic, Quartz, Prospect, New Statesman, Le Monde Diplomatique, New Internationalist. Il suo lavoro sulle cause alla radice del terrorismo internazionale e sulle operazioni sotto copertura ha contribuito ufficialmente alla Commissione 9/11 e alla inchiesta del Coroner 7/7.

 

 

http://nena-news.it/la-nuova-soluzione-dei-due-stati-che-colonizzera-la-palestina/

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The new ‘two-state solution’ that will colonise Palestine

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