La Palestina che lavora in Israele

Ieri Tel Aviv ha concesso 5mila nuovi permessi di lavoro a palestinesi della Cisgiordania. Dal 1948 Israele ha annesso anche la forza lavoro, annichilendo l’economia palestinese.

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 lunedì 9 settembre 2013 09:46
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Lavoratori palestinesi impiegati nella costruzione del muro di al-Walaje (Foto: Nena News)

di Emma Mancini

Gerusalemme, 9 settembre 2013, Nena News – Ieri le autorità israeliane hanno optato per un nuovo gesto di apertura nei confronti della controparte palestinese, nell’ambito dei difficili negoziati di pace in corso. Il governo di Tel Aviv ha deciso di concedere altri 5mila permessi di lavoro in Israele a palestinesi della Cisgiordania, con i requisiti per poter trovare un impiego all’interno dello Stato israeliano.

La notizia giunge mentre il segretario di Stato americano Kerry definisce le due parti “intenzionate a proseguire nel dialogo”. Un dialogo che appare quanto mai debole: dei sei precedenti incontri tra i team di negoziatori si san ben poco, mentre sul terreno le politiche israeliane di confisca delle terre ed espansione coloniale non cessano.

Secondo il Palestinian Central Bureau of Statistics, sono circa 77mila i palestinesi che lavorano in Israele, di cui soltanto 41mila in possesso di un permesso di lavoro. Inoltre, il numero di quelli impiegati nelle colonie israeliane è salito lo scorso anno a 15mila unità. Dal 1948 ad oggi Israele ha annesso non solo fisicamente ma anche economicamente l’intera Palestina, attingendo dalla forza lavoro palestinese operai e muratori a basso costo.

Le procedure per ottenere un permesso sono complesse. Come spiega Suleiman H., 23enne di Betlemme, laureato in Economia ma costretto a cercare un impiego nel settore delle costruzioni israeliano: per ottenere un permesso di lavoro ci si deve appoggiare al datore di lavoro israeliano che chiede il via libera a Tel Aviv. Per poter fare richiesta di permesso, il lavoratore deve avere almeno 35 anni, deve essere sposato, avere almeno un figlio e non deve avere avuto precedenti penali con l’esercito israeliano, un fattore estremamente discriminante: il 40% degli uomini palestinesi è stato arrestato almeno una volta dal 1967 a oggi per ragioni politiche.

Una volta ottenuto un permesso della durata massima di sei mesi, valido dalle 5 di mattina alle 7 di sera, il lavoratore riceve una carta magnetica senza la quale è impossibile attraversare un checkpoint verso Israele. Nel 2002, però, con la costruzione del Muro di Separazione, la creazione dei checkpoint e del regime dei permessi di lavoro, Israele ha ridotto drasticamente il numero dei palestinesi impiegati nel proprio territorio, sostituendoli con immigrati provenienti da Thailandia, Cina, Filippine. Se negli anni ’90 il numero di lavoratori palestinesi con un regolare contratto in Israele andava dai 100mila e i 120mila l’anno, dopo il 2002 il numero è crollato: meno di 20mila durante la seconda Intifada e oggi intorno ai 40mila. I lavoratori si sono così trovati senza mezzi di sussistenza: nel frattempo, confisca delle terre per l’espansione delle colonie, perdita del controllo delle risorse idriche e restrizione del diritto al movimento da parte israeliana hanno distrutto le basi del commercio e dell’agricoltura palestinese, tradizionale fonte di entrata economica per gran parte delle famiglie della Cisgiordania.

C’è anche chi un permesso non lo ottiene. E allora scavalca il Muro.Si calcola che circa 30mila palestinesi residenti in Cisgiordania lavorano in nero in Israele o nelle colonie israeliane. Permettendo ai datori di lavoro di risparmiare: un lavoratore illegale costa in media 124 shekel (25 euro) al giorno, contro i 210 (42 euro) pagati a chi ha in mano un permesso. Ciò si traduce nell’assenza totale di diritti: niente malattia, assicurazione contro gli infortuni, né ferie pagate.

“I palestinesi della Cisgiordania – ci spiega Yonathan Balaban, membro del sindacato israeliano democratico Koach La Ovdim, creato nel 2007 per rappresentare lavoratori non sindacalizzati, immigrati e palestinesi – sono per lo più lavoratori a cottimo. Vengono organizzati dai caporali e non godono di alcun diritto: né salario minimo né malattia né contributi. E una parte del loro salario giornaliero viene girata al caporale. In teoria, però, la legge israeliana prevede l’opposto. Una sentenza della Corte Suprema nel 2007 ha permesso di modificare la normativa nazionale sul lavoro: i palestinesi che non sono cittadini israeliani e lavorano nelle colonie o nello Stato di Israele devono vedersi riconosciuti gli stessi diritti dei dipendenti israeliani. Ma questo non accade mai e i lavoratori palestinesi non hanno alcun modo di difendersi: non possono fare vertenza, perché privi di un contratto legale e perché gli è impedito di entrare in territorio israeliano”.

“Per i lavoratori legali con un permesso di lavoro- continua Yonathan – ciò si traduce in un furto dei contributi. Un quinto del salario di un dipendente con regolare contratto di lavoro finisce in tasse e deduzioni, volte a coprire pensioni, contributi, assicurazione medica e figli a carico. Anche ai palestinesi della Cisgiordania lo Stato di Israele applica le ritenute, ma poi non le restituisce”. Secondo uno studio dell’associazione israeliana Kav LaOved, infatti, non solo tali ritenute non coprono eventuali infortuni sul lavoro, ma dal 1970 al 2010 hanno deprivato i lavoratori palestinesi di almeno 2,25 miliardi di dollari, un decimo del budget dell’Autorità Palestinese. Tutto denaro rimasto al Ministero dell’Economia di Tel Aviv. Nena News

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=85960&typeb=0&La-Palestina-che-lavora-in-Israele

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