La Palestina e i mali necessari del colonialismo sionista

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tratto da: https://www.invictapalestina.org/archives/43292

09/07/2021

Mentre osserviamo ciò che sta accadendo a Gerusalemme, assistiamo alla creazione di una colonia in tempo reale.

Fonte: english version

Di Jacqueline B. Husary – 2 luglio 2021

Se avete mai avuto difficoltà a immaginare come sono stati creati paesi come gli Stati Uniti, il Canada e il Sudafrica, basta dare un’occhiata a quello che sta accadendo a Gerusalemme in questo momento; si sta assistendo all’implementazione del colonialismo sionista sul vostro smartphone e sugli schermi TV ad alta definizione in tempo reale, puro e semplice. Mentre cammino sulla terra non ceduta del Chochenyo Ohlone (terra dei nativi americani nella California settentrionale), non posso fare a meno di riflettere su come ciò che stiamo attualmente osservando nei quartieri di Gerusalemme di Sheikh Jarrah e Silwan è esattamente ciò che sta accadendo qui, a ogni singola comunità nativa, dall’invasione delle Americhe nel 1492.

Leggere libri di testo americani o guardare i principali media statunitensi può portare a credere che la costruzione degli Stati Uniti sia stata un processo benevolo e costante. Proprio come la tartaruga che corre con la lepre*, gli Stati Uniti sono stati costruiti mattone dopo mattone, nel tempo. Di pari passo con una serie di acquisizioni di terreni, i coloni su questa nuova frontiera stabilirono nuove leggi e un’economia che alimentava il compimento del loro destino manifesto. In Israele hanno fatto fiorire il deserto; negli Stati Uniti gli indiani sono stati “civilizzati” e assimilati.

Ma la realtà è che l’invenzione di questi sistemi giuridici, politici, di sicurezza ed economici è servita come pretesto per rivendicare con la violenza terre e risorse ed espropriare le popolazioni native. Questi sistemi co-costitutivi consentono di subordinare la terra e le risorse ai moderni regimi di proprietà che dipendono dai concetti prevalenti di razza e differenza razziale. In Palestina, come negli Stati Uniti, ciò si manifesta come terra e proprietà designate per i discendenti del popolo “eletto”, da godere e impiegare a piacimento. Stiamo vedendo, in Palestina, che il possesso di proprietà equivale ad avere a disposizione il potere dello Stato.

Questo è precisamente perché la legittimità dello Stato si basa sul fatto che noi accettiamo la necessità di questi sistemi per la nostra stessa sopravvivenza. Questo consenso è il meccanismo stesso attraverso il quale resiste il colonialismo. Il colonialismo è considerato un successo quando questi sistemi diventano un fatto compiuto anche tra i più critici. Ad esempio, nonostante il concetto di proprietà abbia queste nefaste origini, molti di noi aspirano a “possedere un piccolo pezzo di terra”. Quello che vediamo nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan è la legittimazione di questi sistemi, creati dalle potenze coloniali con l’esplicito intento di espropriare le popolazioni native. Così, mentre lo sgombero pianificato delle famiglie palestinesi è descritto come una “disputa immobiliare”, è, in sostanza, lo stato di Israele che legifera sull’espropriazione del popolo palestinese.

Per le famiglie Iskafi, Kurd, Jaanoi e Qassem a cui è stato ordinato dai tribunali israeliani di lasciare le loro case a Sheikh Jarrah, l’attuazione del colonialismo è brutale e inquietante. Nei 73 anni dalla sua fondazione, l’appropriazione della terra palestinese da parte dello Stato di Israele è proseguita senza sosta, e quasi sempre con il pretesto della sicurezza, o “crescita naturale”, che concede solo alla sua popolazione coloniale. Per anni, Adalah, il Centro Legale per i Diritti delle Minoranze Arabe in Israele, ha documentato come l’ordinamento giuridico israeliano funge da facciata per sostenere le richieste di appropriarsi della maggior parte della terra per l’insediamento esclusivamente ebraico, principalmente attraverso il fronte non governativo, il Fondo Nazionale Ebraico.

Violenza statale contro violenza estremista nel mondo coloniale 

Come ha osservato lo psicoanalista e teorico politico martinicano Frantz Fanon, l’ordinamento di questi regimi è governato dalla violenza. Negli Stati Uniti, in Palestina o altrove, l’occupazione, l’espropriazione della terra e gli sfratti abitativi sono sempre atti violenti. La violenza assume due forme: statale ed estremista. Il controllo militarizzato dei palestinesi, della loro terra e delle loro case, è sancito dallo Stato e quindi ritenuto legittimo per preservare la legge e l’ordine tra una popolazione ritenuta ostile. La chiusura mortale della Striscia di Gaza e l’uccisione indiscriminata di palestinesi a Gaza per via aerea, terrestre e marittima sono giustificati dal fatto che “Israele ha il diritto di difendersi”. E ‘anche nel nome, Operazione Legge e Ordine, che Israele ha lanciato per arrestare più di 1500 palestinesi che hanno protestato in tutta la Palestina storica contro gli assalti al loro popolo a Gaza e Gerusalemme.

D’altra parte, le folle inferocite di coloni israeliani di estrema destra che cantano “Morte agli arabi” e organizzano chat sul web per compiere attacchi contro i palestinesi, sono considerate “frange estremiste”. Ufficialmente, lo stato deve prendere le distanze e denunciare queste manifestazioni di violenza dei coloni, al fine di mantenere la sua posizione internazionale come “unica democrazia in Medio Oriente”. In pratica, tuttavia, lo stato beneficia effettivamente di questa violenza e deve rimanere legato a questa versione estremista del sionismo, per realizzare la visione di Eretz Israel.

Inoltre, questa violenza non è nuova, né è un’anomalia. Ciò è evidente nei linciaggi perpetrati nelle cosiddette “città miste” da israeliani laici e liberali considerati la corrente principale della società israeliana. E non dimentichiamo che la violenza è stata fondamentale per stabilire lo Stato; molti dei padri fondatori di Israele erano membri, e spesso al comando, delle milizie che hanno compiuto attacchi terroristici per costringere i palestinesi a fuggire dalle loro case.

I mali necessari del colonialismo sionista

Non fraintendetemi, quello che sta accadendo a Sheikh Jarrah non è solo una disputa legale tra proprietari e inquilini che sta arrivando al culmine. Né è la prima volta che queste famiglie hanno dovuto sopportare la violenza coloniale sionista. Ricordiamo che le famiglie che ora stanno lottando contro la loro espulsione dalle proprie case di Sheikh Jarrah sono originarie di Haifa, e facevano parte dei 750.000 palestinesi sfollati a cui Israele nega il diritto di tornare nelle case da cui erano fuggiti per salvarsi la vita durante la pulizia etnica sionista nel 1948. Che queste famiglie si trovino a rischio di essere sfollate una seconda volta, sotto l’egida di leggi scritte per proteggere il carattere ebraico di Israele, è la prova di quanto Israele renda difficile per i palestinesi sopravvivere nella loro patria.

Questo non avrebbe potuto essere reso più ovvio che dal colono nato a New York che occupa una parte della casa di El Kurd a Sheikh Jarrah. In un’intervista, e nel suo modo poco eloquente, suggerisce che l’espropriazione dei palestinesi è “un male necessario”. Il suo atteggiamento non è nuovo, ma è piuttosto emblematico del “male necessario” culminato nell’espropriazione di oltre l’80% della popolazione palestinese nel 1948.

Questo male necessario ha anche un nome: colonialismo. Denominandolo, può essere adeguatamente collocato nelle matrici storiche, politiche, economiche e legali che il nuovo Stato ha inventato per offuscare il fatto che i palestinesi appartengano alla loro terra, che hanno portato a un processo di espropriazione prolungato per quasi un secolo. Quindi le proteste che stiamo vedendo in tutta la Palestina storica, e nella diaspora palestinese globale, sono un popolo che resiste alla propria cancellazione da parte di un sistema che è progettato per rendere insopportabile la loro esistenza come non ebrei nella loro patria.

Lo sfollamento come insicurezza duratura 

La resistenza mostrata dai palestinesi in tutta la Palestina storica non dovrebbe essere compresa nei termini stabiliti dai media internazionali e dai governi israeliano e statunitense. Le parole contano, e aggettivi come “divampare” e “scontri” non solo distorcono ma decontestualizzano ciò che è stato materialmente in gioco per i palestinesi per più di sette decenni. Questi termini diminuiscono anche la forza dell’impulso umano a resistere alla cancellazione. Come la maggior parte del mondo le cui terre sono state colonizzate, i palestinesi conoscono fin troppo bene il senso di insicurezza duratura che la perdita della propria casa e patria genera in un popolo e nelle generazioni successive.

Sheikh Jarrah è anche il luogo in cui una popolazione di coloni stranieri sta invadendo e occupando sfacciatamente gli spazi più intimi dei palestinesi: le loro case. Perdere la propria casa, sia per pignoramento bancario, come abbiamo visto dopo il crollo economico del 2008, sia per disegno coloniale, come vediamo in Palestina, lascia un sentimento così viscerale e un trauma così profondo, che getta un’ombra di terrore e condiziona quasi tutte le decisioni della vita. Conosco fin troppo bene questa sensazione. Sono la nipote di palestinesi che sono fuggiti dalle loro case ad al-Lydd (Lod) e Yaffa nel 1948 e a cui non è stato permesso di tornare. Poi, a tredici anni, anch’io ho sperimentato lo sfollamento quando la mia famiglia ha ceduto la nostra casa alla banca nel mezzo di una recessione economica. Prima di sapere cosa volesse dire, le esperienze della mia famiglia hanno chiarito che la colpa è del sistema. Dopo tutto, un sistema che è indifferente e/o facilita la perdita di ciò che dovrebbe essere più sicuro, è un sistema fallito.

Mentre osservo ciò che il mio popolo continua a sopportare, nulla mi convincerà mai che ciò che stiamo vedendo svolgersi oggi a Gerusalemme, o che ciò che si è svolto ripetutamente in Palestina per quasi un secolo, sia giustificato. Eppure questo “male necessario” è implacabile, nonostante il trauma, nonostante le condanne, e nonostante la sua immoralità.

Tanto duratura quanto questi sistemi, è la resistenza che i popoli colonizzati oppongono alla loro cancellazione in tutti i frangenti e in tutti i modi. Nonostante tutta la forza che Israele usa contro i palestinesi, con il miope sostegno dei media e del governo statunitense, e nonostante tutti gli sforzi per negare la loro appartenenza alla Palestina attraverso una matrice inventata di cavilli legali e lessicali, i palestinesi continueranno a resistere. Oltre al ciclo continuo di notizie e all’accesso ai video in tempo reale, ciò che è diverso oggi da quando i primi coloni invasero Turtle Island, è che sappiamo come appare la conclusione logica.  Assomiglia a noi, e non abbiamo scuse.

Note:

[* La lepre e la tartaruga è una favola che ci dà due importanti insegnamenti: il primo è che non bisogna mai sottovalutare gli altri avendo la presunzione di essere migliori, il secondo è che con calma e pazienza si possono raggiungere molti traguardi.]

Jacqueline B. Husary è una intellettuale, umanista e scrittrice statunitense.

 

Traduzione : Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

 

 

 

La Palestina e i mali necessari del colonialismo sionista

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