La Palestina e il lungo inverno israeliano

di Stefano Nanni

Nonostante la realtà in Medio Oriente sia in continuo divenire, la risposta israeliana alla Primavera Araba ha preso la forma di un inverno in letargo. Come un orso polare – secondo un’espressione coniata dal giornalista Barak Ravid – Israele si è ritirato nella sua caverna, si è rinchiuso in se stesso e aspetta che la rabbia passi.
 di Stefano Nanni
 Nel frattempo però non resta a guardare: costruisce barriere di sicurezza al confine con Egitto e Giordania, aumenta il suo budget militare, si prepara ad uno scontro con l’Iran e si astiene da qualsiasi concessione ai palestinesi.
Soprattutto la situazione più delicata, quella delle colonie, non risente in alcun modo del vento di primavera, anzi.
Nell’ultimo anno e mezzo, dopo l’illusorio congelamento delle costruzioni terminato nel luglio 2010, sono sorte nuove colonie e quelle già esistenti si stanno estendendo.
Secondo Human Rights Watch, da ottobre 2010 a luglio 2011, Tel Aviv ha autorizzato 2598 nuove costruzioni, mentre altre 2149 sono state già portate a termine.
Nell’ottobre scorso invece, a pochi giorni dalle prime elezioni post – Mubarak in Egitto, Netanyahu annunciava il più grande progetto di insediamento nei Territori Occupati degli ultimi 25 anni: la costruzione di una vera e propria colonia attorno agli accampamenti di Givat Hamatos, ad est di Gerusalemme, attraverso 2600 nuovi edifici.
L’espansione di Givat Hamatos sembra rientrare in realtà nel piano (di vecchia data) di occupazione della zona est di Gerusalemme, che secondo la road map sarebbe la capitale del futuro Stato Palestinese.
Il cosiddetto Piano E-1 (Est 1), che mirerebbe alla creazione di un’enclave israeliana in modo da creare continuità territoriale tra la colonia di Ma’ale Adumim e Gerusalemme Ovest, è tornato a far parlare di sé poco dopo l’annuncio di Givat Hamatos.
Infatti, il 15 novembre scorso è stato depositato un progetto per la costruzione di un parco nazionale alle porte della Città Santa, che separerà definitivamente i villaggi palestinesi di Isawiyya e A-Tur.
Inoltre, durante il mese di novembre, il ministro per l’Abitazione ha annunciato la pubblicazione di gare d’appalto per altre 1557 nuove costruzioni, sempre nell’area di Gerusalemme est.
A questo proposito Peace Now ricorda come “le gare d’appalto rappresentino l’ultimissimo step prima che le costruzioni comincino”.
Nell’oscurità della caverna, tuttavia, l’orso polare israeliano non sembra lavorare soltanto all’espansione, piuttosto anche al consolidamento delle colonie più importanti.
Nei giorni scorsi ha tenuto banco il caso dell’insediamento di Migron, la più grande colonia non riconosciuta ufficialmente da Tel Aviv in Cisgiordania.
Lo scorso agosto la Corte suprema israeliana aveva stabilito che questa avrebbe dovuto essere evacuata entro il 31 marzo 2012, poiché era stato finalmente riconosciuto che il terreno sulla quale essa sorge è di proprietà palestinese.
Ma le proteste degli abitanti della colonia, attraverso diversi episodi di price tag, hanno indotto il governo israeliano a cercare la via del compromesso, nonostante l’ordine di evacuazione provenisse dal supremo livello giudiziario.
Dopo sette mesi di negoziati tra rappresentanti di colonie e governo, il 18 marzo si è raggiunto un accordo secondo il quale lo sgombero avverrà nell’arco di tre anni.
Intanto i coloni si sposteranno in un altro insediamento da costruire a due km di distanza e continueranno a usufruire di alloggi gratuiti, mentre le loro abitazioni a Migron non saranno abbattute. 
“E’ un premio per i coloni ed una sconfitta per la giustizia” dice Haaretz, mentre Peace Now afferma che il piano per la costruzione del nuovo insediamento costerà ai cittadini israeliani 200 milioni di nis.
A questi, inoltre, vanno aggiunti altri 61 milioni di NIS come fondi speciali per le colonie oltre la Green Line, approvati dal Comitato finanziario della Knesset nell’ambito di un disegno di legge il 22 marzo.
Ma l’inverno israeliano e nei Territori Occupati non finisce qui.
Quanto accaduto il 25 e il 26 marzo fa pensare che la situazione delle colonie, il cui status di illegalità secondo il diritto internazionale non è affatto mutato, stia diventando sempre più pressante per il governo di Tel Aviv.
Il primo episodio riguarda la risposta della Corte suprema israeliana rispetto all’accordo di Migron: i giudici hanno deciso unanimemente che l’accordo non è valido e che dunque l’insediamento dovrà essere evacuato entro il 31 marzo.
“La situazione di disagio è intollerabile e continua a gravare sulle spalle dei legittimi proprietari della terra e a discapito dello stato di diritto” – ha affermato uno dei giudici della Corte, Mirian Naor. 
Il secondo, invece, concerne la decisione di Israele di ritirarsi dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.
Questa arriva in seguito alla recente risoluzione del Consiglio di istituire un team d’inchiesta circa l’impatto delle colonie sui diritti economici, sociale e culturali dei palestinesi.
Ignorando totalmente la gravità della situazione, della cui violenza è stato già discusso ampiamente in questa sede, il governo israeliano giudica “inaccettabile, superfluo e ridicolo” un tale organo “il cui scopo non è altro che soddisfare i capricci palestinesi e nuocere alle future chances di raggiungere un accordo attraverso mezzi pacifici” , secondo le parole del ministro degli Esteri Lieberman.
A fargli eco, in un modo per forza di cose più moderato, ci sono ancora una volta gli Stati Uniti, unico voto contrario in seno al Consiglio, per i quali una tale commissione d’inchiesta “non promuove una pace giusta e duratura, ma serve solo ad allontanare le parti”.
Il nocciolo della questione risiede sempre lì, a Washington, dove non c’è stagione che tenga: primavera o inverno, il governo americano non vuol mutare di una virgola i suoi rapporti con Israele.
L’immobilismo sarà ancor di più la regola nei prossimi mesi di campagna presidenziale: Obama non vuole farsi trovare impreparato e dunque stringe a sé il partner israeliano e seppellisce le tante promesse che ne hanno fatto di lui un’icona globale.
Thomas Friedman arriva addirittura a definire l’attuale presidente degli Stati Uniti “il presidente americano più schierato o uno tra i più schierati”. (Nena-news, 19 marzo 2012)
Nessun cambiamento all’orizzonte dunque, altro che primavera. Non sono bastati quei pochi raggi di sole che sembravano poter sgomberare il cielo dalle nuvole.
L’accordo di liberazione dei prigionieri palestinesi e del soldato israeliano Shalit, la mossa diplomatica di Abu Mazen alle Nazioni Unite e il fragile accordo di unità nazionale tra Fatah e Hamas hanno rappresentato i soliti falsi allarmi, i quali non hanno scalfito minimamente i reali rapporti di forza ed hanno sommerso di silenzio la sostanza di quel che è stato a Tunisi, Cairo e Benghazi.
Parafrasando Robert Fisk, l’atteggiamento silente di Israele sulla primavera araba parla da sé.
Quali possibilità di pace ci sono in Medio Oriente se la rielezione di Obama conta più della Palestina ed Israele continua imperterrito nell’occupazione?
La risposta, secondo lui, risiedeva già nel discorso di Netanyahu rivolto all’Assemblea Generale lo scorso settembre contro il riconoscimento della Palestina: in quell’occasione il premier israeliano citò il rabbino Meir Kahane, lo stesso rabbino che ispirò Baruch Goldstein che 18 anni fa uccise 29 palestinesi in una moschea di Hebron.
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