La Palestina vicina. Appunti di un viaggio che continua.Intervista a Laura Ciaghi.

Domenica, 30 Giugno 2013 – 22:33

Attualità e Società

20 Maggio 2013

La Palestina vicina. Appunti di un viaggio che continua.Intervista a Laura Ciaghi.

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Queste righe nascono da un viaggio in Palestina promosso da Agronomi senza frontiere tra il marzo e l’aprile 2013. La delegazione, composta da una dozzina di persone provenienti dall’Italia, differenti per età e formazione, ha toccato Gerusalemme, le South Hebron Hills, Hebron, Betlemme, Gerico, Jenin, la Valle del Giordano, la parte settentrionale del Negev.

 Il viaggio si è focalizzato soprattutto su alcune aree della Palestina rurale, che rappresenta la zona in cui l’occupazione israeliana è maggiormente opprimente ed è stato animato principalmente da incontri con persone, comunità, associazioni impegnate nella resistenza nonviolenta all’occupazione israeliana e nella risoluzione nonviolenta del conflitto, aprendo finestre sulla quotidianità palestinese ed israeliana ed offrendo alcune chiavi di lettura per capire il conflitto. Organizzato da chi ha a che fare con le pratiche della semina e dei processi di sostegno allo sviluppo, non solo in campo agricolo, questo viaggio  ha generato desideri di approfondimento e di relazioni, humus che nutrirà alcune interviste ad attiviste/i palestinesi e israeliane/i contro l’occupazione, responsabili di progetti di sperimentazione agraria, rappresentanti di comunità dei territori palestinesi occupati.

La prima intervista è dedicata a chi ha progettato e condotto la delegazione, Laura Ciaghi, attivista, forestale e guida ambientale, che dal 2005 al 2011 ha lavorato in Palestina nelle South Hebron Hills in un progetto di supporto alla resistenza popolare nonviolenta delle comunità di agricoltori palestinesi contro l’occupazione israeliana. Negli anni passati ha organizzato e guidato delegazioni italiane ed internazionali in Palestina ed in Colombia.

Maggio è un mese di anniversari, e il 2013 fa cifra tonda: 65 anni dalla proclamazione dello Stato di Israele e di Al-Nakba, la Catastrofe, ovvero l’espulsione dei Palestinesi dalle loro terre. Due eventi indissolubilmente legati. Laura, possiamo partire da qui?

Si, credo sia bene partire dalla Nakba, perché nel 1948 è iniziato un processo di espropriazione di risorse, di terra, di acqua, e un trasferimento forzato della popolazione palestinese , tutti processi che continuano tutt’oggi. Una fra i tanti esempi di tutto ciò, per stare su una realtà che conosco bene, è la situazione  delle colline a sud di Hebron.

In questa realtà rurale, che si trova all’interno dei territori militarmente occupati da Israele nel 1967, costituita da una quindicina di villaggi palestinesi abitati da circa 1300 persone, il Ministero della Difesa israeliano ha deciso di costituire un’area di esercitazione per i propri soldati (la Firing Zone 918), ed ha presentato all’Alta Corte la richiesta di evacuare otto di questi villaggi per necessità militari. Gli abitanti dell’area che erano già stati evacuati nel 1999 per lo stesso motivo ed erano ritornati nove mesi più tardi grazie ad un’azione legale, hanno presentato due ulteriori petizioni all’Alta Corte e ora stanno aspettando la risposta dello Stato. Se la Corte dovesse dare priorità alle richieste del Ministero della Difesa, un altro migliaio di persone andranno ad aggiungersi ai milioni di profughi palestinesi.

Secondo un report scritto dalle Nazioni Unite lo scorso agosto (“L’impatto umanitario delle aree dichiarate da Israele come “Firing Zone” in Cisgiordania”), i residenti delle aree di addestramento militare sono tra i più vulnerabili in Cisgiordania in quanto soffrono la mancanza di servizi ed infrastrutture e subiscono violazioni dei diritti umani da parte dei soldati e restrizioni di accesso e movimento all’interno dell’area. Queste condizioni contribuiscono a creare un ambiente oppressivo che genera pressione sulle comunità palestinesi, specialmente su quelle economicamente o socialmente più vulnerabili, affinché abbandonino le loro terre, lasciando spazio alla colonizzazione israeliana.

Demolizione di case, sottrazione di terre e di acqua. Le violenze a colpi di carta bollata, di ingiunzioni, di ruspe e bulldozer fanno meno notizia delle uccisioni e degli arresti…

Questi elementi di violenza strutturale, la distruzione di una casa, di una cisterna, la confisca delle terre, le limitazioni di libertà di movimento sono cose che devastano le esistenze di intere famiglie e di comunità. La burocrazia dei permessi di costruzione o ristrutturazione delle case, rilasciate in numero assolutamente inadeguato alle necessità edilizie della popolazione locale, obbligano molte famiglie a costruire la propria casa in mancanza di permesso e quindi inevitabilmente a ricevere e quindi a convivere con un ordine di demolizione pendente sulla casa, che può rimanere potenziale anche per anni, ma che prima o poi verrà eseguito all’alba di un giorno qualsiasi, con solo pochi minuti di preavviso per portare via le cose più preziose

Un attivista del Comitato israeliano contro la demolizione delle case, l’I.C.A.H.D., per esempio, mi faceva notare come la demolizione di una casa sconvolga e metta in tensione i rapporti famigliari… se come genitore, come marito, non sono in grado di assicurare nemmeno un tetto sicuro sulla testa della mia famiglia, se la mia famiglia da un giorno all’altro può perdere praticamente tutto, questo crea una situazione di precarietà spaventosa e di mancanza di controllo sul proprio presente e il proprio futuro ma anche una messa in discussione dell’identità e della funzionalità di una persona.

Mi sembra importante ricordare come i territori palestinesi di Cisgiordania siano tutti occupati militarmente e quindi governati dall’amministrazione militare israeliana, attraverso l’emissione di ordini militari ed in alcune zone tramite l’Autorità Palestinese. I palestinesi residenti nei Territori Occupati sono sottoposti a legge marziale, leggi speciali emesse in tempo di guerra, mentre i coloni, persone civili israeliane che abitano all’interno dei territori occupati, sono soggetti alla legge civile israeliana, molto più garantista.

Dove vive la popolazione palestinese?

Più di due milioni e mezzo risiedono nella West Bank e come detto prima sono sottoposti a legge marziale, un altro milione e mezzo vive confinato nella Striscia di Gaza, un lembo di terra di 40 km per 10 km. Circa un milione e mezzo di Palestinesi risiede all’interno di Israele e possiede la cittadinanza ed il passaporto israeliani,  pur subendo sostanziali discriminazioni. Quasi sette milioni di Palestinesi sono dispersi nella diaspora, per lo più nei vicini paesi arabi (Libano, Siria, Giordania).

Davanti alle enormi ingiustizie e alle violenze sistemiche subite dai palestinesi accade spesso di sentire qualcuno chiedersi, come può lo Stato che si richiama a una storia di persecuzioni, di confische e di massacri, vissuta dal popolo ebraico,  agire tutto ciò? E’ una di quelle domande che sembrano cristallizzare il conflitto, riducendo a una sorta di impotenza, come innanzi a un tragico destino.

E’ vero, è una domanda che ritorna spesso. La mia risposta è che non vi è nulla di eccezionale, neanche in questo, anzi, è una cosa piuttosto comune nella storia.

Non c’è proprio nulla di nuovo sotto il sole… Posso fare un paio di esempi storici che ci riguardano da vicino.

I cristiani, all’inizio perseguitati e massacrati, che nel giro di pochi decenni si espandono e diventano parte del sistema, un trend coronato con la conversione al cristianesimo dell’imperatore Costantino: nel giro di pochi anni da vittime perseguitate diventano persecutori di altri credenti. Un secondo esempio che ci riguarda ancora più da vicino, e proprio in quanto italiani, è quello rispetto al discorso dell’immigrazione. L’Italia in meno di un secolo, si è trasformata da paese di persone che emigravano soprattutto per fame – con milioni di persone che hanno lasciato casa e terre in cerca di fortuna subendo discriminazioni, oppressioni, persone che sono stata giudicate secondo stereotipi di tipo etnico –  in un paese che è meta di immigrati che si muovono a loro volta in cerca di migliori condizioni economiche o in fuga da situazioni di guerra, miseria e sfruttamento. Tuttavia, 50 anni più tardi non siamo capaci di fare  politiche minimamente rispettose delle persone che migrano. Come migranti italiani siamo stati usati come capro espiatorio e adesso abbiamo una classe politica che fa altrettanto con i migranti che arrivano qui.

Vedo anche un secondo parallelo tra la situazione in Italia e quella in Israele. Proprio come i palestinesi, anche i migranti che arrivano in Italia fanno sempre notizia nel momento in cui compiono un atto di violenza, quasi mai quando invece la subiscono.

Penso ad Adam Kabobo, il ghanese che ha compiuto una strage a colpi di piccone a Milano nei giorni scorsi, con un passato ed un presente di soprusi, di violenza e di solitudine che credo avrebbe messo molti di noi alla prova. Si parla solo della sicurezza degli italiani o degli israeliani, come se le persone che immigrano in Italia o i palestinesi dei Territori Occupati non avessero diritto a loro volta ad una vita sicura, la cui cronica mancanza porta poi a volte a reazioni violente, poi immediatamente utilizzate per dimostrare una presunta pericolosità sociale di tutta la categoria

Anche qui possiamo fare  un parallelo tra Italia ed Israele sulla violenza della burocrazia:  il rifiuto di un permesso di soggiorno, gli ostacoli burocratici al riconoscimento dello status di rifugiato, il divieto a trovare lavoro mentre si attende una risposta che può impiegare anche molti mesi,  sono esempi nostrani di come la burocrazia diventi strumento di violenza strutturale, molto simile a quella del soldato israeliano che consegna o esegue un ordine di demolizione

Spesso nel viaggio ci invitavi a osservarci mentre osservavamo, a fare un viaggio nel viaggio. Ho colto i miei personali stereotipi, quelli che appannano la vista e sfocano dettagli che fanno la differenza. Ci proponi tre luoghi comuni sul conflitto israeliano-palestinese che vuoi contribuire a sfatare?

Il mito numero uno è che l’Europa sia un posto neutro rispetto a questo conflitto. Da una parte l’Europa ha una lunga e terribile storia di antisemitismo, che ha portato tristi frutti di discriminazioni, limitazioni alla libertà, confische, fino agli stermini di massa (la Shoà è l’esempio più nefasto e recente ma certo non è l’unico). Questo antisemitismo io lo ritrovo nei luoghi comuni che si sentono sugli ebrei, purtroppo ripetuti anche in qualche ambiente pacifista. D’altra parte l’Europa in questo momento è pesantemente schierata con Israele da un punto di vista economico, politico e militare. Per fare solo un esempio, l’aviazione militare italiana compie regolari esercitazioni militari nei cieli italiani e mediorientali assieme all’aviazione israeliana, la stessa aviazione che negli ultimi anni ha ripetutamente bombardato la popolazione civile di Gaza con centinaia di morti. Questo mito, assieme a quello che dice che “basterebbe che palestinesi ed israeliani si parlassero” alimenta una vasta serie di incontri organizzata in sede europea tra ragazzi, studenti, donne,etc palestinesi ed israeliani affinché “dialoghino fra di loro”; incontri organizzati anche con le migliori delle intenzioni ma che non cambiano una realtà di violenza strutturale e un disequilibrio in termini di potere e di libertà fra israeliani e palestinesi.

Il secondo mito è che questo sia un conflitto di tipo religioso o fra religioni mentre invece è un conflitto sulle risorse, e specificamente su terra e acqua. Quando parlo di terra intendo sia una terra molto fertile da un punto di vista agricolo, per esempio la ricca produzione di agrumi nelle pianure lungo il mare Mediterraneo o di ortaggi, di fiori e di frutta tropicale nella Valle del Giordano  sia di siti di grandissimo valore religioso ed archeologico e quindi importanti e molto remunerativi dal punto di vista turistico.

Infine, spesso sento dire da molte parti, comprese alcune coinvolte direttamente nel conflitto, che la pace del mondo gira intorno a Israele e Palestina e che una volta risolto questo tutti gli altri conflitti si risolveranno più facilmente

A me sembra invece che dinamiche che vedo succedere in Palestina-Israele abbiano molto in comune con quelle di altri conflitti. Nelle mie brevi esperienze in Colombia e Kurdistan iracheno ho visto le stesse dinamiche, in cui il conflitto armato è utilizzato per spostare il controllo delle risorse dalle comunità locali a qualcun altro che ha molto potere in termini economici, militari e politici.

Qualcosa che ci riguarda molto da vicino: mi chiedo se qualcosa di simile stia succedendo in Grecia e potenzialmente, negli anni a venire anche in Italia. In questo caso non c’è (ancora)  un conflitto armato ma la crisi economica in qualche modo  ne assume la funzione.

Da questo punto di vista Israele può rappresentare uno specchio in cui osservarci.

l’importante è non prendere le distanze, ma riconoscere Israele e Palestina come uno specchio dove poter vedere con maggiore chiarezza, in quel riflesso, dinamiche che ci riguardano.

Cosa significa per te costruire e accompagnare viaggi di conoscenza come quelli che proponi in Palestina e altrove?

Dopo aver accompagnato per alcuni anni le comunità palestinesi in resistenza nonviolenta contro l’occupazione, mi sembra che portare le persone dall’Italia e da altre parti del mondo a conoscere queste realtà di oppressione e di resistenza che ci riguardano da vicino ma di cui si sa poco, sia un modo fruttuoso di dare visibilità a queste comunità da una parte e maggiore consapevolezza a noi dall’altra. Ogni viaggio per me rimane comunque un’esperienza in cui mettermi in gioco ed imparare qualcosa sia dalle persone che incontriamo sia dai miei compagni e compagne di avventura.

Nel 2005 la società civile palestinese ha rivolto un appello ai movimenti internazionali di solidarietà per individuare modalità di boicottaggio di prodotti israeliani, di disinvestimento da attività commerciali in Israele, di boicottaggio accademico o culturale degli israeliani che non prendono posizione contro l’occupazione e l’apartheid. Sono nate le campagne BDS,Boycott, Divestment and Sanctions. Cosa pensi di questa strategia di resistenza e di solidarietà?

Su questo punto vorrei citare Judith Butler, filosofa ebrea americana, che sintetizza molto bene quali sono gli obiettivi della BDS e con cui mi trovo completamente d’accordo.

“È possibile considerare il movimento BDS come l’unica modalità non violenta credibile per resistere alle ingiustizie commesse dallo stato di Israele, senza cadere nel gergo calcistico di essere “pro” Palestina e “anti” Israele. Si può ragionevolmente e appassionatamente essere preoccupati per tutti gli abitanti di quella terra, e semplicemente affermare che il futuro di qualsiasi soluzione pacifica e democratica per quella regione diventi pensabile attraverso lo smantellamento dell’occupazione, applicando pari diritti alle minoranze palestinesi e trovando modi giusti e credibili per onorare i diritti dei profughi. Se si punta a questi tre obiettivi nella vita politica, allora non si vive semplicemente nella logica del “pro” e “contro”, ma si cerca di immaginare le condizioni per un “noi”, un’esistenza plurale fondata sull’uguaglianza.”

 

 

Roberta Padovano

 

http://frammentivocalimo.blogspot.it/2013/06/la-palestina-vicina-appunti-di-un.html

 

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