La pianificazione coloniale della sommità della collina di mio nonno.

Scritto da Associazione  Venerdì 28 Dicembre 2012 17:15

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12.12.2012
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La pianificazione coloniale della sommità della collina di mio nonno.

 

di Dana Erekat

 

Oggi, per la prima volta nella mia vita, ho camminato in un insediamento coloniale, quello in cui la maggior parte del terreno su cui sorge; una volta apparteneva a mio nonno.

Per camminare su questa terra ho bisogno del permesso dei coloni. Mentre camminavo sul marciapiede ho provato nel contempo alienazione e contentezza. La prima per il totale scollamento tra me e questa terra. La seconda, per il poter mettere finalmente piede in un luogo che per diritto è mio.

“Vedi la cima di questa collina? Appartiene tutta a tuo nonno.” Questa frase è stata ricorrente nei viaggi in auto della nostra famiglia da Abu Dis a Jericho. L’ho sentita fin dal primo momento in cui sono stata in grado di capire il senso delle parole. Non riesco neppure a ricordare chi l’abbia detta per primo. Ma è stato un ritornello costante fin dall’infanzia. Ancora oggi, tuttavia, a trenta quattro anni, mia madre, mio padre, la zia e la nonna, ripetono quell’asserzione come se me la stessero dicendo per la prima volta. Il ripeterlo è una garanzia, un’invocazione, a non dimenticare mai. Loro si rifiutano di dimenticare. Ed anche dopo tanti anni rispondo ancora con un perplesso “tutto?” come se apprendessi la notizia per la prima volta. Mi rifiuto di dimenticare. “Tutto quanto?” Oggi che viaggio da sola senza nessuno che me lo rammenti, ripeto: “Questa terra apparteneva a mio nonno”.

Eppure, nonostante questo legame storico con la terra, nonostante la certezza di quella storia, nonostante la volontà di non dimenticare mai, tutto ciò che si trova in cima alla collina mi è estraneo come il Polo nord. Oggi il colono al cancello mi ha permesso di entrare per soli duecento metri fino alla stazione di polizia, che si trova alla periferia della colonia, per poi tornare indietro. Mi ha fatto capire che potevo trascorrervi solo il tempo necessario per completare le mie pratiche burocratiche. Non ho potuto prendere confidenza con la mia terra. E quindi, continuo a racimolare una familiarità a distanza con la mia terra ancestrale.

Dall’auto, la colonia ricorda gli splendidi campi verdi della sfarzosa Napa Valley in California. Pure quei campi sono suggestivi e pure quei campi sono spesso non accessibili, recintati con un cartello: “Attenzione. Rete elettrificata”. Nei miei sogni a occhi aperti, andavo in cima alla collina di Ma’ale Adumim proprio come immaginavo violare le recinzioni della Napa Valley e gioire del verde dei campi. Nei miei sogni ad occhi aperti relativi alla California, posso ricevere una citazione per violazione di domicilio. In quelli riguardanti la Palestina posso essere ucciso o per lo meno incarcerato. Non c’è una segnaletica che me lo dica. E’ un’informazione che io, come tanti palestinesi, comprendo istintivamente.

Qui, sulla terra di mio nonno, ci sono altre cose che mi ricordano la California. Quei tetti spioventi di tegole rosse imitano le case della periferia di Fremont, dove ho vissuto per una parte della mia adolescenza. Ero solita sgattaiolare fuori dalla finestra con i miei cugini sul tetto ripido; fissavamo con lo sguardo le stelle e ridacchiavamo sulla nostra ultima cotta. La possibilità di essere scoperti  o di scivolare e cadere rendeva il tutto ancor più emozionante. Intravedendo quegli stessi tetti ricoprire Ma’ale Adumim, mi viene la voglia di svellere quelle rosse tegole, una ad una, e lanciarle nella valle. Questa non è Fremont. E’ la terra di mio nonno.

Da lontano Ma’ale Adumim appare pianificata in modo perfetto, ogni casa un duplicato di quella successiva. L’omogeneità è in totale contrasto con le città palestinesi, dove i proprietari di immobili, privi dei freni imposti dai piani urbanistici, aggiungono ciascuno per conto proprio un po’ di discontinuità tanto da creare un paesaggio irrazionale. Forse questa omogeneità è vera solo per quella parte che posso vedere dalla strada, il quartiere più vecchio della colonia che risale a molto tempo fa, alla fine degli anni ’70. A prescindere dalla sua diffusione, l’omogeneità programmata in precedenza allo scopo di dare un senso di comune coerenza è l’epitome del colonialismo degli insediamenti. E’ supremazia coloniale.

Foto di Ma’ale Adumim

e di Silwan

“Tutto deve essere deciso prima in modo sistematico”, scrisse Theodor Herzl nel paragrafo, L’occupazione della terra, del suo trattato del 1896  “Lo Stato Ebraico”. Le implicazioni dell’anticipazione di Herzl sono alla base della strategia della pianificazione di Israele. Nel 1948, poche settimane dopo la Nakba, Arieh Sharon (da non confondere con Ariel Sharon), un architetto laureato Bauhaus, cominciò a lavorare su un piano generale onnicomprensivo di Israele. Sharon, che al momento era il capo del Dipartimento di Pianificazione del Governo, cooperò con David Ben-Gurion e un gruppo di progettisti europei ed ebrei, architetti, esperti di mappatura, per la realizzazione di un unico piano (scala 1:20.000) per l’intero Stato di Israele. Nel giro di un solo anno, Sharon e il suo gruppo realizzò un piano generale che divenne noto con il nome di il Piano Sharon. Una scala di quel tipo e il proposito erano senza precedenti, in quanto i paesi tendono a crescere in un tempo più lungo delle città, che sono progettate con tale velocità. Tuttavia, la leadership israeliana aveva urgente necessità del piano per forgiare una visione fisica e di sviluppo di Israele, che assicurasse il suo controllo sulla Palestina.

Il programma politico, che contiene un suo vincolo temporale, è stato alla guida dello sviluppo del  piano generale. Pertanto, gli esiti previsti del Piano Sharon possono essere sintetizzati in tre modi diversi. Per prima cosa, esso è un conglomerato di idee e modelli presi in prestito,  alcuni dei quali sono stati elaborati durante il Mandato Britannico e altri introdotti dall’Europa “, in quanto disponibili e repentinamente naturalizzati”. [1] In secondo luogo, il progetto rispondeva all’ urgente esigenza di fornire velocemente abitazioni ai nuovi immigrati ebrei, soprattutto nelle zone di confine, allo scopo di impedire il ritorno dei profughi palestinesi. In terzo luogo, il Piano ha suddiviso Israele in un certo numero di distretti, che erano stati pianificati matematicamente, con quartieri modulari, per ospitare un ugual numero di abitanti. Così il Piano Sharon ha gettato le basi per l’attuale stato di Apartheid israeliano: l’architettura, che riprende disegni europei; le colonie periferiche, che racchiudono le città palestinesi , e “Nuove Città”,  che vengono  progettate prima e poi costruite in moduli per facilitarne la rapida attuazione.

Meno di vent’anni dopo che il Piano Sharon aveva gettato le basi per la progettazione di Israele, il governo israeliano ha incrementato la sua idea per l’espansione coloniale. Dopo la vittoria di Israele nella guerra dei Sei Giorni del giugno 1967, il governo approvò una legge che annetteva Gerusalemme Est e le parti adiacenti della West Bank a Israele, incrementando così il suo progetto di espropriazione della terra e l’ampliamento delle colonie. Al fine di perseguire tale obiettivo, Israele mise in atto una serie sistematica di politiche che avrebbero agevolato l’espansione di Gerusalemme e assicurata l’egemonia di Israele sulla città tramite il controllo fisico e demografico.

Mentre Israele emanava l’Ordinanza per l’Acquisto di Terre di Utilità Pubblica e la Legge sulla Proprietà degli Assenti, per legalizzare la confisca di terre palestinesi e limitare la loro diffusione spaziale, nel 1967, Israele promulgò una serie di linee guida per la pianificazione urbana volte ad attirare coloni ebrei europei con il conseguente trasferimento dei palestinesi. Per realizzare tali obiettivi, Israele pose gran parte del terreno annesso nel 1967 sotto la giurisdizione dell’ Amministrazione delle Terre di Israele (ILA) la cui dirigenza era connessa con quella del Fondo Nazionale Ebraico (JNF). Lo statuto del Fondo Nazionale Ebraico limitava le aree di sviluppo urbano e l’utilizzo della terra a esclusivo profitto degli ebrei, dal punto di vista costituzionale la terra dell’ILA non poteva essere “venduta o affittata o utilizzata” da o per gli arabo-palestinesi.

In secondo luogo, conseguentemente alla visione del Piano di Sharon per Gerusalemme, la municipalità dette inizio all’attuazione di un progetto di “evacuazione e costruzione”, con il pretesto della  “modernizzazione”, che consisteva nella demolizione dei vecchi edifici palestinesi, la costruzione di nuove strade e l’ampliamento della Jaffa Street nel cuore di Gerusalemme. L’allargamento della strada aveva comportato un ulteriore incremento delle demolizioni di edifici palestinesi antichi. Così, con la sua asserzione di “rinnovare” la città, Israele venne a cancellare la narrazione dei suoi abitanti arabi.

In terzo luogo, la municipalità promulgò una serie di linee guida per la pianificazione che favorivano la popolazione ebraica  migrante. Per lo sviluppo di molti dei quartieri di Gerusalemme, la municipalità  impose un limite di altezza per gli edifici a 6 – 8 piani, e pretese che essi fossero di molte unità abitative e di aspetto “moderno”. Qui, con il termine moderno mi riferisco esclusivamente al periodo architettonico caratterizzato dalla semplificazione degli edifici. In altri quartieri, vennero realizzati esempi di giardini urbani mutuati da modelli europei del Piano Sharon. Questi elementi progettuali erano rappresentati da tegole rosse, tetti spioventi e spazi verdi e avevano lo scopo di dare la sensazione di una “comunità pianificata.”

Gerusalemme moderna. Fonte: jewishpostcardcollection.com

Facendo riferimento a queste linee guida per la progettazione destinata agli insediamenti coloniali ebraici della West Bank, la municipalità israeliana ha respinto la maggior parte dei progetti presentati dai residenti palestinesi. Essa ha considerato i progetti di questi ultimi, che usualmente consistono in case unifamiliari a uno o due piani, costruite in pietra, inaccettabili per il loro “stile arabo.” Inoltre, anche nel caso in cui la municipalità israeliana avesse approvato i disegni di progetti per palestinesi, il rilascio del permesso potrebbe richiedere fino a quattro anni. Le autorità israeliane si sono riservate questo lungo tempo di attesa per stabilire se il terreno proposto per lo sviluppo potrebbe essere utile al fine di futuri progetti israeliani. Se vedessero che potrebbe esserlo, applicherebbero la legge dell’Ordinanza Pubblica e confischerebbero la terra per il suo uso da parte dello stato. [2]

Non credo che mio nonno abbia ma fatto richiesta di permesso. Non ne ha mai avuto la possibilità.

Casa tradizionale palestinese. Foto di Marcy Newman.

Oltre all’espansione territoriale, nel 1967, Yigal Allon, al momento ministro del lavoro, redasse il Piano Allon per rendere “sicuri” i confini di Israele. Il Piano Allon proponeva che Israele avrebbe dovuto allungare le mani sulle terre popolate da arabi della Palestina verso la Giordania, mentre alle truppe giordane non sarebbe stato concesso il permesso di attraversare il fiume Giordano verso ovest. Oltre a ciò, il Piano prospettava la creazione di una “cintura di sicurezza” [3] fatta di colonie israeliane lungo la Valle del Giordano, oltre a una strada che collegava Gerusalemme al Mar Morto. Nel 1975, durante il mandato di Allon quale ministro degli esteri nel primo governo Rabin, Israele passò a esaminare una nuova fase della pianificazione, cominciando a progettare la “cintura di sicurezza”.

Israele mise in atto la strategia della pianificazione urbana della “cintura di sicurezza” per prevenire l’espandersi di una qualsiasi edilizia residenziale palestinese, per impiantare una popolazione ebraico-israeliana all’interno di una popolazione prevalentemente palestinese e per separare ulteriormente le città arabe,  isolandole le une dalle altre. L’ex direttore del Distretto di Gerusalemme del Ministero dell’Edilizia Abitativa,  Shmaryahu Cohen, sintetizza il processo:

Abbiamo fatto sforzi enormi per localizzare terre statali vicino a Gerusalemme e abbiamo deciso di appropriarcene prima…..[che] le piglino gli arabi. Sappiamo tutti che invece rimuovono le rocce, alberi di ulivo, piante allo scopo di creare nei campi situazioni di fatto. Che cosa c’è di sbagliato nel cercare di arrivare prima di loro? So che questo tipo di politica nel breve periodo è nociva a Gerusalemme, ma garantisce spazi vitali per le generazioni future. Se non lo facciamo oggi, i nostri figli e nipoti si recheranno a Gerusalemme passando attraverso un ambiente arabo ostile.[4]

 

Gli alberi di ulivo di mio nonno, in cima alla collina, creavano situazioni di fatto sui campi.

 

Il processo di istituzione di una cintura di sicurezza comprendeva la costruzione, nelle aree municipali attorno a Gerusalemme, di colonie sulle colline, sulle cime e vicino alle strade importanti. Il governo israeliano progettò la costruzione di tre insediamenti coloniali all’interno di questa fascia: Ma’ale Adumim a est, Givon a nord ed Efrat a sud.[5] Col il sostegno del governo 23 famiglie israeliane rilevarono la cima della collina di mio nonno, apponendo il marchio di una colonia israeliana. Michael Dumper, un professore di politica del Medio Oriente all’Università di Exeter, descrive in modo eloquente l’ubicazione di Ma’ale Adumim nel suo libro The Politics of Jerusalem  Since 1967:

 

Ma’ale Adumim è statas collocata appositamente in cima a una collina scoperta che sovrasta la strada per Jericho sia per motivi di sicurezza che per impedire la costituzione di un corridoio via terra per un accesso giordano a Gerusalemme Est, nel caso di un accordo di pace. [6]

 

La decisione di costruire Ma’ale Adumim sulla sommità della collina fu puramente politica. Di per sé il territorio non si prestava alla costruzione di una colonia urbana, in quanto la morfologia del terreno era irregolare e si sarebbe reso necessario effettuare una gran quantità di scavi e ripianamenti. Era, invece, ideale per la costruzione di piccoli villaggi. [7]

Quando il principale architetto e progettista di Ma’ale Adumim, Thomas Leitersdorf, espresse a Gideon Patt, al momento ministro del turismo, queste preoccupazioni  relative al sito, gli venne detto che “con tutto il rispetto dovuto, questa era una decisione del governo e che entro 120 giorni le ruspe avrebbero dovuto iniziare i lavori sul posto”. [8] Inoltre, quando Leitersdorf propose al Comitato Ministeriale delle Colonie delle localizzazioni alternative, l’unica questione che gli pose l’amministrazione pubblica fu: “Quale tra le ubicazioni alternative è quella che esercita il migliore controllo sulle vie principali?” e “Quale città ha una maggiore possibilità di crescere rapidamente e di offrire requisiti tali da renderla competitiva rispetto a Gerusalemme?” [9] Perciò, la decisione politica di Israele di “occupare la sommità delle colline” escludeva qualsiasi considerazione di sito, architettonica o di pianificazione.

Nel 1979, Israele iniziò la costruzione di Ma’ale Adumim. In seguito, con la strategia di pianificazione di Israele di realizzare “città istantanee”, nell’arco di tre anni, Leitersdorf e il suo gruppo progettarono e svilupparono la prima fase di Ma’ale Adumim che comprendeva 2.000 appartamenti costruiti tutti con “un unico sistema di costruzioni e di infrastrutture”. [10] Nel mese di ottobre del 1991, il governo israeliano dichiarò Ma’ale Adumim,  con i suoi 15.500 abitanti, “la prima e la più grande città ebraica in Giudea e Samaria”, [11] nonostante il fatto che essa fosse collocata all’interno della Linea Verde del 1967. Nonostante il fatto che essa tagli di traverso e di sopra la terra di mio nonno. La popolazione di Ma’ale Adumim è aumentata dalle iniziali 20-3 famiglie del 1975 alle circa 40.000 persone di oggi. Ed è in crescita.

Il 30 novembre 2012, meno di 24 ore dopo che la Palestina ha acquisito lo status di stato non membro alle Nazioni Unite, e cinque giorni dopo che per la prima volta ho messo piede sulla terra di mio nonno, Israele ha annunciato il suo progetto di costruire ulteriori 3.000 unità abitative per coloni. Il Piano E-1, com’è noto, ha in progetto di espandere da ovest Ma’ale Adumim e collegarla a Gerusalemme, mettendo a segno la visione a lungo termine di Israele. Si deve notare che l’espansione di Ma’ale Adumim a est della Valle del Giordano è un processo continuo. Nonostante Israele abbia fatto l’annuncio del Piano E-1 solo dopo la dichiarazione delle Nazioni Unite, sarebbe ingenuo credere che abbia adottato questa decisione nell’ambito di 24 ore e solo come rappresaglia al “unilateralismo” palestinese. Israele ha approvato ilPiano E-1 nel 1999, ma lo ha accantonato a causa della pressione internazionale e degli Stati Uniti. Ha colto il momento della dichiarazione delle Nazioni Unite per mettere in atto un piano che risale a ben oltre il 1999.

Il Piano E-1 . Fonte. Passia

Dall’esame dei piani e delle mappe elaborate dai leader israeliani nel corso degli ultimi 64 anni, risulta evidente che i processi storici dell’insediamento coloniale e della costruzione di strade portano deliberatamente alla creazione di una Gerusalemme israeliana più grande. Il confini attualmente in atto della Grande Gerusalemme Israeliana sono più estesi di quelli del Piano di Ripartizione delle Nazioni Unite del 1947 che dichiarò la Grande Gerusalemme essere un corpus separatum. L’espansione delle colonie sia a est che a ovest, così come la creazione di strade di collegamento a uso esclusivo, servono per collegare le colonie con Gerusalemme e con il resto di Israele, mentre dividono ulteriormente le aree palestinesi in sacche di terra.

Gerusalemme e il Corpus separatum, 1947

lo stato finale di Gerusalemme, previsione 2000

Inoltre, dalla comparazione del territorio palestinese classificato come Area C, e quindi sotto il controllo israeliano secondo gli Accordi di Oslo del 1993, con il Piano Allon, risulta evidente che l’Area C viene a realizzare la visione Allon del territorio israeliano entro i confini del 1967. Ciò mette ulteriormente in discussione la fattibilità del “processo di pace” mediato dagli Stati Uniti e la buona fede di Israele per realizzare una soluzione a due-stati. L’edificazione della E-1, che copre una superficie di circa 12.000 dunam, rappresenterà un ulteriore passo nel senso atto alla realizzazione del Piano Allon, in quanto dividerebbe la West Bank in due aree: l’una a nord e l’altra a sud, e isolerebbe Gerusalemme Est dalle altre città palestinesi.

Mappa Allon,1967                                       

Palestina attuale, 2012

Israele si rifiuta di lasciare Ma’ale Adumim tagliata fuori, disconnessa e nei territori palestinesi. Forse, l’unica possibilità per Ma’ale Adumim di ritornare ai primitivi proprietari passa attraverso una soluzione a stato unico. Tuttavia, riconosco che nessun leader israeliano in vita sua smantellerà volontariamente Ma’ale Adumim. Si tratta di una fortezza a protezione degli occupanti. Si tratta di una torre di avvistamento che domina la Valle del Giordano. E’ un simbolo della modernità coloniale. E’ il segno dell’egemonia.

Ma so anche che non potrò mai dimenticare che la terra sulla quale si trova questa colonia appartiene a mio nonno. Una terra che avrei potuto chiamare mia. Una terra che i miei figli avrebbero potuto dire loro. E non vedo l’ora che venga il giorno in cui dirò a mia figlia “Vedi la sommità di questa collina? E’ del nonno di tua madre.”

[1] – Efrat, Zvi, “The Plan,” A Civilian Occupation: the Politics of Israeli Architecture, Rufi Segal and Eyal Weizman, ed. Babel, 2003, London

[2] – Maguire Kate, “The Israelization of Jerusalem,” Arab Papers, 7 , 1981.

[3] – Dumper, Michael, “The Politics of Jerusalem Since 1967” , Columbia University Press, 1997

[4] – Dumper, ibidem 1997

[5] – Following the concepts of the Allon Plan , the Israeli governments built 21 settlements along the Jordan Valley and Eastern plains between 1967 to 1977

[6] – Dumper, ibidem, 1997

[7] – Tamir-Tawil, Eran, “To Start a City From Scratch: An Interview with Architect Thomas M. Leiterdorf, “A Civilian Occupation: the Politics fo Israeli Architecture, Rafi Segal and Eyal Weizman, ed Babel, 2003 , London

[8] – Ibidem

[9] – Ibidem

[10] – Ibidem

[11] – Ma’ale Adumim Official Website.

(tradotto da mariano mingarelli)

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