La scoperta della Nakba in Israele. Incontro con Lia Tarachansky

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On the side of the road non è solo la storia delle persone che hanno combattuto per negare la Palestina. E’ anche la storia di chi lotta per rivelare tutto questo. Incontro con Lia Tarachansky, regista del film.

di Stefano Nanni

“Ho capito quello che è successo. L’ho studiato, ho incontrato gli storici più influenti. Ho scoperto la verità e l’ho accettata. Ma non smetterò mai di chiedermi come hanno fatto a nasconderci tutto.”

Questa è soltanto una delle tante domande che emergono da un film-documentario che probabilmente farà discutere a lungo in Israele, e non solo. Si chiama On the side of the road ed è stato proiettato per la prima volta in assoluto per l’apertura dell’International Nakba Film Festival conclusosi il 30 novembre, a Tel Aviv. In realtà è lo stesso festival, organizzato da Zochrot (dall’ebraico, “ricordare”), che dal 2002 lavora al fine di “ebraicizzare la Nakba”, a rappresentare anch’esso una prima assoluta.

Mai in Israele ha avuto luogo un simile evento. Mai nel paese nessuno aveva mai osato parlare così apertamente, e pubblicamente, di ciò che per gran parte della società israeliana è un argomento imprescindibilmente scomodo e politicamente scorretto: la Nakba, ovvero la catastrofe dei palestinesi che avveniva nel 1948 parallelamente alla nascita dello Stato di Israele.

In verità della Nakba in Israele si è sempre parlato. Quei 1,6 milioni di cittadini arabo-israeliani, cioè i discendenti dei palestinesi che hanno resistito all’espulsione nel ’48, ne hanno sempre parlato, sottovoce e di nascosto, ma invano, incontrando l’indifferenza degli altri cittadini, di origine ebraica, che quella realtà sono riusciti a nasconderla e hanno voluto non vederla. O se l’hanno vista, hanno deliberatamente scelto di non accettarla, forse, non avendo scelta.

Come hanno fatto ad esempio Ammon e Tikva, due ex combattenti dell’unità paramilitare Palmach, che quella realtà l’hanno vissuta in prima linea, imbracciando un’arma e obbedendo ed eseguendo ordini militari, con tutte le conseguenze che ciò comporta.

Tra queste anche il silenzio, l’accettazione e la stessa appartenenza al progetto politico di conquista e occupazione che si andava realizzando nei tragici mesi di quell’anno.

Ammon e Tikva sono soltanto due dei protagonisti di un viaggio che cerca di abbattere il taboo della Nakba andando a scavare nei meandri più nascosti della società israeliana. Mostrandoli per quelli che sono, senza censura e con grande rispetto per l’umanità di tutte le persone catturate dalla video-camera di Lia Tarachansky, che di On the side of the road è la regista ma al tempo stesso anche protagonista.

E non potrebbe essere altrimenti per una ragazza cresciuta all’interno di una delle conseguenze più evidenti della Nakba, gli insediamenti illegali nei Territori Occupati, nello specifico quello di Ariel, una delle colonie più vaste.

Sì, proprio lei, con il background forse più controverso, ha deciso di affrontare questo viaggio e di mostrarlo non solo al mondo esterno, ma soprattutto al mondo a cui lei appartiene, accettandone le delicate conseguenze.

Lia, 29 anni, giornalista di The Real News e attivista di Zochrot, ha dato la possibilità a Osservatorio Iraq di vedere il film prima della sua prima proiezione ufficiale, in modo da rendere molto più significativa la lunga conversazione che ne è seguita.

Un film che non avrebbe potuto avere inizio migliore: le immagini delle celebrazioni per la Festa dell’Indipendenza del 2011 “rovinate” dalle azioni di Zochrot, che affiggono cartelli di protesta contro la Nakba Law, legge approvata in quell’anno e che vieta a qualsiasi ente che riceve fondi pubblici di parlare della catastrofe palestinese.

Immagini che mostrano una donna reagire in questo modo di fronte a un attivista di Zochrot: “Sì, ok, sono razzista! Non voglio arabi qui e non voglio nemmeno [persone come] te”, modo dispregiativo riferito a persone di sinistra.

Una frase che Lia ha voluto inserire per mostrare non tanto il razzismo di una parte della società israeliana ma piuttosto per la sua onestà al “supporto diffuso e incondizionato alla supremazia ebraica in Israele. Si tratta di una delle fondamenta del sionismo che la stragrande maggioranza della società condivide e che fa sì che il concetto di razzismo in Israele sia inteso diversamente dalla sua accezione classica”.

“Perché è molto più facile in Israele sentire frasi come ‘no, non sono razzista… ma supporto certamente la supremazia degli ebrei’.

Il senso di queste parole è la negazione di quanto in realtà è effettivamente razzista il sistema legale in cui viviamo, come dimostrano numerosi leggi ma anche pratiche di linguaggio che discriminano i cittadini arabi-israeliani.”

C’è un’altra ragione per cui Lia ha scelto di iniziare così.

“Ciò che porta la donna a reagire in quel modo è la paura, che è il vero filo conduttore di tutto il film, perché è questo il sentimento che genera il dibattito sulla Nakba in Israele. Il mio obiettivo ultimo è questo: mostrare al pubblico l’onestà delle conversazioni, delle reazioni e dei comportamenti delle persone”. Come quelli di Ammon e Tikva, così uguali nel loro passato e anche nel loro presente, quando hanno deciso di rivelare pubblicamente l’onestà delle loro azioni, raccontando, anche in dettaglio, come la Nakba l’abbiano provocata loro e di come loro stessi ne siano i responsabili.

Ammon e Tikva sono tuttavia molto diversi nel reagire di fronte alle domande suscitate dalla loro decisione. Che detto in altre parole significa fare i conti con il proprio passato.

Mentre Tikva sembra più disponibile e lucida nel parlarne, capace anche di sviscerare le dinamiche politiche e ideologiche che hanno portato un’intera società a negare la verità, Ammon fa molta più fatica. Ammette sì, ma poi sembra ripensarci, diventa scontroso, non vorrebbe dire di più. Allora Lia ed Eitan, altro protagonista del film, fondatore e attivista di punta di Zochrot, insistono e soltanto alla fine riescono a convincerlo a parlare.

Tikva invece accetta subito di accompagnare Lia nel luogo che prima ospitava il villaggio palestinese di Saris, al posto del quale ora sorge quel che sembra, secondo Lia, “una foresta svizzera”. E dove ora spicca poco più in là un monumento celebrativo proprio della Palmach, che dimostra come la verità il sionismo non l’abbia solo ricoperta nel senso fisico del termine, ma anche modificata.

Entrambi i personaggi, spiega la regista, rappresentano i due lati di una stessa medaglia, ovvero “l’incredibile e doloroso processo nell’affrontare la verità, che nel loro caso è fatta di un passato violento e di un’intera esistenza vissuta nel posto più insano e assurdo al mondo”.

A sua detta non ci possono essere altri aggettivi per descrivere il contesto israelo-palestinese, la cui assurdità è ben esemplificata da un aneddoto che Lia ci racconta. Poco dopo la fine della proiezione del documentario, giovedì scorso, la prima chiamata che ha ricevuto era quella di un suo amico palestinese che le chiedeva “una mano per ottenere un permesso per raggiungere un ospedale in Israele”.

Un processo violento, doloroso e allo stesso tempo assurdo, che Lia capisce e che sta vivendo sulla sua pelle, innescato ‘semplicemente’ “guardando le cose da un altro punto di vista”. O semplicemente guadando al lato della strada, come indica lo stesso titolo. E’ lì che la verità continua ad essere negata e dove si nasconde. Molto più vicina di quello che il discorso politico voglia far apparire, ma tremendamente lontana, e dunque ostile, negativa, nell’idea delle persone.

Guardando il film quest’opposizione tra vicino e lontano emerge chiaramente, con diverse scene riprese da una macchina o durante i preparativi prima di uscire di casa, che danno l’impressione di un viaggio, non solo metaforico.

E invece il tutto si svolge in Israele/Palestina, un territorio così piccolo ma al cui interno certe distanze possono essere siderali.

Come lo era quella che separava la vita di Lia dalla realtà dei Territori Occupati, soltanto aldilà delle reti metalliche che circondano Ariel. Emigrata nella colonia da Kiev a 6 anni, nel 1991, insieme alla madre e alla sorella, Lia è cresciuta lontana dall’Occupazione pur essendovi all’interno, vivendo un’infanzia e un’adolescenza i cui ricordi, sentendola parlare, sono più che positivi. L’assurdità di come sia stato possibile ignorare tutto il resto è la stessa del modo in cui Lia ha scoperto la verità.

“Ero in Canada, avevo 20 anni. Ero all’ingresso dell’università e a un certo punto arriva un ragazzo che mi chiede delle indicazioni per raggiungere un posto. Noto subito che era arabo, e la paura mi fa ignorare ciò che sta dicendo. Tuttavia iniziamo a parlare, mi sembrava un ragazzo normale. Mi chiede da dove vengo gli dico che sono israeliana. Lui era palestinese, e dopo avermelo detto scoppia a ridere, divertito dalla mia espressione terrorizzata”.

E’ iniziato così il viaggio di Lia verso la scoperta della verità, in modo “ridicolo e stupido” per sua stessa ammissione.

Con quella che può sembrare una banale di prova di come esistano arabi che “non vogliano soltanto uccidere gli ebrei”, un’asserzione che a molti può sembrare banale ma che nel caso israeliano non lo è affatto. Perché non è soltanto un cambio di opinione, ma è una questione di identità, che viene trasformata quando si accetta e si interiorizza la verità. La trasformazione è radicale, perché interessa tutto ciò che si è compreso e vissuto fino a quel momento e che necessariamente cambia il modo di vedere e di pensare.

Ma non è così per tutti, anche per la generazione di Lia che di Nakba ne ha sentito parlare molto di più di quella precedente.

“La maggior parte preferisce non farlo per questioni di convenienza. Molti ormai conoscono la verità, ma o la ignorano, o cercano addirittura di giustificarla.” Cambiare atteggiamento nei confronti dello Stato e delle sue politiche di negazione dell’identità palestinese “comporta conseguenze non indifferenti”, che attraverso le scene del film sono ben visibili dalle reazioni negative e verbalmente violente suscitate dalle attività di Zochrot. Immagini che per la loro onestà meritano di essere viste e discusse, perché sono piene di messaggi carichi di significato che di rado si riscontrano nella società israeliana.

Come quelle finali del film, che mostrano il ‘ritorno’ di un rifugiato palestinese amico di Lia, Hilal, nell’antico villaggio di Qaqun dove viveva la sua famiglia prima del ’48. Oppure della visita della regista nel suo campo profughi a Nablus.

Immagini che hanno in comune lo shock che si può provare di fronte alla scoperta dell’altro, o delle discussioni che ne seguono. Come quella tra Hilal e Ilai, coetaneo ebreo di Lia, secondo il quale un’altra tragedia potrebbe accadere prima o poi, perché nei campi profughi non può non nascere una profonda rabbia nei confronti della società israeliana.

Ma Hilal controbatte dicendo che oltre la rabbia c’è principalmente la voglia di avere una vita normale sulla propria terra di appartenenza. Come era possibile “prima del 1948, quando ebrei e palestinesi vivevano insieme senza alcun problema”.

Alla domanda se sia questo il messaggio fondamentale che il film voglia lanciare, un messaggio che guardi a un ipotetico futuro dove palestinesi e israeliani possano vivere insieme, Lia risponde di non avere alcuna pretesa o speranza.

“Spero solo che qualcuno, guardando il film, inizi a parlare e ad agire in modo più onesto.”

*Il film si chiude con una dedica a Stanley Cohen, sociologo scomparso lo scorso gennaio, autore di numerose opere sulle ‘negazioni collettive’, tra cui States of Denial. Knowing About Atrocities and Suffering . La foto in copertina è la locandina del film, di cui ringraziamo Zochrot e Lia Tarachansky per la gentile concessione.

01 Dicembre 2013
di:
Stefano Nanni

http://www.osservatorioiraq.it/punti-di-vista/la-scoperta-della-nakba-israele-incontro-lia

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