La seconda Intifada, 20 anni dopo: migliaia di morti per una lotta fallita

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Articolo pubblicato originariamente sul quotidiano israeliano Haaretz e tradotto in italiano da Grazia Parolari per Invicta Palestina

di Gideon Levy – 26 settembre 2020

L’Intifada di Al-Aqsa è stata la più grande rivolta popolare contro l’occupazione. Due decenni dopo lo scoppio, la situazione palestinese è più cupa che mai.

Lo Yom Kippur quest’anno segnerà gli anniversari dello scoppio di due degli eventi più violenti nella storia di Israele, eventi che hanno plasmato il suo carattere per anni. Saranno 47 anni dall’inizio della guerra dello Yom Kippur e 20 anni dallo scoppio della Seconda Intifada. Entrambi hanno colto Israele di sorpresa, ma nessuno dei due avrebbe dovuto sorprendere nessuno.

Il 28 settembre 2000 Ariel Sharon visitò il Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme e la polveriera esplose. Il giorno dopo, un soldato delle forze di difesa israeliane e sette palestinesi furono uccisi. Il giorno seguente, l’uccisione del dodicenne Mohammed al-Dura nella Striscia di Gaza in un fuoco incrociato fu ripresa dalle telecamere. Nei giorni seguenti, un ufficiale della polizia di frontiera israeliana della comunità drusa, Madhat Yusuf, morì dissanguato nella tomba di Giuseppe a Nablus, due riservisti dell’IDF, Yosef Avrahami e Vadim Norzhich, furono assassinati a Ramallah – e il demone della resistenza violenta all’occupazione e la sua violenta repressione  fuoriuscì con forza dalla bottiglia.

Sarebbero passati più di quattro anni letali prima che la furiosa rivolta venisse repressa con l’uso di una forza massiccia, e forse solo temporaneamente, solo fino alla successiva rivolta , anche se al momento non se ne vedono segni all’orizzonte.

Uno screenshot dal filmato che catturò l’uccisione del dodicenne Mohammed al-Dura.

Per Israele, la Seconda Intifada si trasformò nell’incubo di autobus che esplodono e di attentatori suicidi, anni di incessante orrore e paura per i cittadini del Paese. Per i palestinesi, furono anni di brutale repressione, estesi spargimenti di sangue, assedi, chiusure, serrate, posti di blocco, arresti di massa e anche combattimenti e sacrifici che non li portarono da nessuna parte.

Vent’anni dopo, la loro situazione è peggiore, più disperata di quanto non fosse prima dello scoppio dell’Intifada di Al-Aqsa e più cupa che mai: solo nella Nakba, la catastrofe del 1948, la loro situazione è stata  ancora più dura e senza speranza. Ma questo non è un gioco a somma zero. Non è mai un gioco a somma zero: il loro sangue e il nostro sangue  sono stati superflui, il loro sangue e il nostro sangue sono stati versati invano. Solo il prezzo che hanno pagato, come sempre, è stato di gran lunga superiore al prezzo pagato dagli israeliani. Secondo i dati del servizio di sicurezza Shin Bet, ci sono stati 138 attacchi suicidi e 1.038 israeliani uccisi dal 28 settembre 2000 all’8 febbraio 2005; 3.189 i palestinesi uccisi, secondo i dati dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Inoltre, 4.100 case palestinesi sono state demolite e circa 6.000 palestinesi arrestati.

Questa settimana sono tornato ad allora, agli articoli, ai rapporti e agli appunti presi, dalla parte palestinese, nei primi giorni di quella che divenne  rapidamente l’Intifada di Al-Aqsa. Le prime tre vittime palestinesi le cui storie noi – il fotografo Miki Kratsman ed io –raccontammo , subito alla fine della prima settimana di rivolta, erano bambini. Uno era ferito, uno stava morendo e il terzo era già morto.

Uno screenshot dal filmato che catturò l’uccisione del dodicenne Mohammed al-Dura.

Israele lanciò la sua repressione sparando alla testa dei bambini sul Monte del Tempio: Ala Badran, 12 anni, perse un occhio; Mohammed Joda, 13 anni, giaceva moribondo nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Makassed a Gerusalemme est; e Majdi Maslamani, 15 anni, era già morto e sepolto nel cimitero del quartiere di Gerusalemme di Beit Hanina. Circa 10 giorni dopo l’inizio dell’intifada, 14 bambini palestinesi erano già stati uccisi. Questi casi furono a malapena riportati dai media israeliani, che come al solito si occuparono quasi esclusivamente delle vittime ebree, allora ancora poche.

Quando  incontrammo il direttore del Makassed Hospital, il dottor Khaled Qurei – fratello di uno degli architetti degli accordi di Oslo, Ahmed Qurei (meglio conosciuto come Abu Ala) – questi aveva già esposto nel suo ufficio 16 barattoli contenenti i proiettili rimossi dai feriti. Uno di loro, Joda, era cerebralmente morto. Suo padre, un camionista, era appena tornato dall’insediamento di Har Homa a Gerusalemme, dove aveva effettuato una colata di cemento,  quando suo figlio  era stato colpito alla testa sul Monte del Tempio.

“Amico, ti rendi conto  che questo è un ragazzo di 13 anni?” Il dottor Wahab Dajani, un medico del reparto di terapia intensiva che aveva già visto tutto, ci urlò contro.

Scontri a Betlemme, ottobre 2000 Credito: Pavel Wolberg

A poche centinaia di metri, nel quartiere di Beit Hanina, era già in corso il lutto per Maslamani. Il padre, Samir, proprietario di un negozio di computer a Gerusalemme est chiamato Japanese Technology Center, riferì che suo figlio era andato al Monte del Tempio il 6 ottobre per protestare contro il blocco imposto ai Territori. Un proiettile lo aveva colpito in  testa da distanza ravvicinata.

Ala Badran subì un destino meno brutale: perse solo un occhio. La regina Elisabetta sorrideva da un ritratto all’ingresso del St. John of Jerusalem Eye Hospital nella città orientale, dove nelle prime due settimane dell’intifada 11 bambini furono operati dopo essere stati colpiti. Ala era uno di loro. Sua madre non gli disse fino a pochi giorni dopo l’operazione che aveva perso un occhio in modo permanente.

La visita alla stazione di polizia di Ramallah il 15 ottobre, tre giorni dopo il linciaggio dei due riservisti israeliani,  fu molto più tesa. Il capo della stazione, il colonnello Kamal al-Sheikh, ci disse che aveva cercato di proteggere fisicamente i due soldati in uniforme ma che la folla che aveva invaso il luogo lo aveva spinto con la forza contro il muro e aveva portato via i due soldati. Al-Sheikh fu l’ultima persona a vederli vivi. L’incidente fu “il più grande fallimento dell’Autorità Palestinese” e “la più grande umiliazione mia e della polizia di Ramallah”, ci disse . Gli israeliani, scioccati dalle fotografie del sangue e dei corpi gettati fuori dalla finestra del secondo piano, non erano pronti ad ascoltare il suo racconto e la sua pubblicazione suscitò molta rabbia.

Munawar Muslith e il suo bambino lasciano la loro casa di Beit Jala dopo che era stata bombardata dall’IDF in risposta agli spari palestinesi nel vicino quartiere di Gilo, alla fine di ottobre 2000. Credito: Miki Kratsman

Una settimana dopo, visitammo la casa di Jamil Muslith, un fornaio di Beit Jala, fuori Betlemme, la cui casa era stata bombardata dall’IDF. Era ancora scosso dall’evento. Sua moglie Munawar e i nove figli  si erano salvati per miracolo. Ma incollate sui muri della città c’erano le fotografie del quattordicenne Mueid Juarish, il cui cranio pochi giorni prima era stato frantumato da un proiettile di un soldato. Beit Jala era allora sotto il coprifuoco e le sue strade erano già ampiamente distrutte. Questa era stata  la risposta di Israele alla sparatoria diretta all’adiacente quartiere ebraico di Gilo, costruito da Israele dopo il 1967 oltre la linea verde. Era difficile credere che solo un anno prima un gruppo di bambini di Beit Jala avesse assistito a un concerto della Israel Philharmonic a Gerusalemme, e che un anno prima Leah Rabin avesse inaugurato qui un centro israelo-palestinese per la protezione ambientale.

Il campo profughi di Deheisheh si trova a pochi chilometri a sud di Beit Jala. Mentre a Beit Jala si parlava ancora di pace, a Deheisheh si parlava di guerra. Durante le prime settimane dell’intifada un’ondata di emozioni di rabbia e vendetta attraversò le strade del campo profughi, dove solo pochi anni prima avevamo seguito una vivace campagna elettorale per il Consiglio Legislativo Palestinese. Ora, i residenti andavano alle manifestazioni intrise di sangue vicino alla Tomba di Rachele, che divenne un punto focale di resistenza. In estate facemmo visita a Rami Maali, un ragazzo della vicina Betlemme che vendeva succhi di frutta e il cui braccio era stato rotto senza motivo da un soldato dell’IDF.

Sulle pareti di Deheisheh c’erano Che Guevara e George Habash, fondatore del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Tutta l’amarezza accumulatasi nel corso di decenni di esilio e di occupazione  esplose all’improvviso in questo campo militante. Qui il sogno del ritorno non era mai stato abbandonato. E forse non lo sarà mai.

Manifestanti palestinesi bruciano una bandiera israeliana durante una manifestazione nel centro di Gaza City, 13 ottobre 2000. Credito: ENRIC MARTI / AP

“Prima di questa Intifada eravamo oppressi”, ci disse uno degli uomini armati. “Ora i nostri spiriti sono stati risollevati. Pensavano di poter infrangere il nostro sogno. Di cancellare i palestinesi dalla storia. Ma l’Intifada ha ripristinato il nostro sogno. Sarà difficile tornare a quello che c’era prima. [Yasser] Arafat e [Ehud] Barak non potranno più tenere colloqui. Di cosa parleranno? Oslo è finita. ”

E poi iniziarono gli omicidi mirati. Lo studente e attivista della Jihad islamica Anwar Himran uscì dall’università di Nablus dopo aver sostenuto un esame, libri in mano, sua moglie a fianco,  e si mise ad aspettare un taxi. Venti colpi di un cecchino dell’IDF lo colpirono da una distanza di 300 metri, dall’alto del monte Gerizim. Un buon numero di passanti  rimasero uccisi nel corso degli omicidi. A dicembre, un totale di 250 palestinesi erano già stati uccisi in tali incidenti e in altre circostanze.

Tre mesi prima dello scoppio dell’Intifada, avevamo pubblicato una fotografia della vetrina del negozio “Oslo Shirts” a Nablus. Il proprietario, Saad al-Haruf, che dopo anni di esilio parlava tedesco, ci aveva avvertito allora della rivolta incombente. Alla fine di dicembre fu assassinato, quando qualcuno, fingendosi un conoscente, lo chiamò a tarda notte e gli chiese di andarlo a salvare nella sua macchina.

L’allora leader dell’opposizione Ariel Sharon lascia il Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme, il 28 settembre 2000.Credit: Eyal Warshavsky / AP

Il campo profughi di Al-Fawar, a sud di Hebron, era sotto assedio quando uno dei suoi residenti, Samar al-Hodor, 18 anni, fu colpito e ucciso dai soldati poche ore prima del suo matrimonio. Erano passate solo due settimane dall’inizio dell’Intifada. Al-Hodor fu sepolto con l’abito  che i suoi genitori gli avevano comprato per il matrimonio . Da allora l’assedio imposto al campo durò ancora per mesi. Le strade in Cisgiordania furono gradualmente bloccate.

“Avete diviso la Palestina, ora ogni villaggio è uno stato indipendente”, ci disse nel campo un impiegato dell’Agenzia di Sviluppo delle Nazioni Unite.

Poche settimane dopo, un tassista, Ismail al-Talabani, 50 anni, fu ucciso vicino all’insediamento di Netzarim nella Striscia di Gaza, semplicemente perché aveva osato guidare vicino a un convoglio di auto di coloni di passaggio. Sabarin Balut è nata in un taxi in Cisgiordania mentre i suoi genitori imploravano i soldati di farli arrivare in ospedale.  Scese dal taxi ancora collegata a sua madre dal cordone ombelicale, mentre i soldati ridevano.

Nel marzo 2001  pubblicammo le fotografie di 66 bambini palestinesi che erano stati uccisi dall’inizio dello  scoppio della Seconda Intifada. All’epoca, Obai Daraj, un bambino di 8 anni che stava giocando in casa quando un proiettile vagante era entrato nella sua stanza, era l’ultima vittima. Successivamente venne raggiunto da molte altre giovani vittime, sia israeliane che, principalmente, palestinesi. Poche settimane prima, il 6 febbraio, Ariel Sharon, la cui visita al Monte del Tempio aveva innescato tutto, era stato eletto Primo Ministro di Israele.

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