LA SINISTRA ISRAELIANA, DISSOLUZIONE E ISOLATI VAGITI (seconda parte)

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tratto da: NENA NEWS

19 giu 2020

Storia, sviluppo e scomparsa della sinistra israeliana. Le ragioni di un crollo che da un lato ha lasciato campo aperto alla destra religiosa e ultranazionalista e dall’altro ha favorito la nascita di una sinistra esigua ma più radicale nella critica delle politiche di Israele verso i palestinesi

Il kibbutz Ruhama

Il kibbutz Ruhama

di Francesca Merz

Roma, 19 giugno 2020, Nena News – (qui la prima parte) Le recenti elezioni israeliane hanno confermato la morte del fronte laburista, la situazione che si è venuta a creare non è affatto assimilabile, come alcuni hanno detto, a ciò che era accaduto ai tempi del governo di unità Peres-Shamir. Rifletteva una divisione equilibrata della “sinistra-destra” in Israele; l’attuale governo si è spostato decisamente sulla destra. Il potente partito laburista controlla tre seggi nella Knesset su 120 posti. In effetti, se i laburisti non si fossero uniti a un piccolo partito progressista post nazionalista chiamato Meretz, i laburisti avrebbero potuto benissimo essere esclusi dalla Knesset.

Inoltre, sebbene il blocco (ormai rotto) di partiti che Gantz aveva radunato, chiamato Blu e Bianco, venisse descritto come centrista o persino di centro-sinistra dai media stranieri, l’opposizione di Gantz a Netanyahu è stata tutt’altro che ideologica. In qualsiasi altra parte del mondo Blu e Bianco, sarebbe stato considerato un classico partito di destra: Gantz chiamava Netanyahu “debole” per aver bombardato o invaso insufficientemente Gaza, e non contento ha arruolato nelle sue fila altri due generali della stessa idea per dimostrare la sua idea.

Ai raduni della campagna elettorale e in tv, i leader di Blu e Bianco si sono letteralmente avvolti nella bandiera blu e bianca di Israele, i generali, non particolarmente eloquenti, hanno ripetuto spasmodicamente lo slogan “Israele prima di tutto” e hanno offerto poco altro. Gli attacchi alle famiglie industriali che controllano le principali imprese israeliane – una volta obiettivi tipici dei riformisti di sinistra – sono passati in cavalleria, così come tutti gli altri temi una volta al centro del dibattito laburista.

Le recenti elezioni e il governo di unità nazionale hanno confermato il crollo della sinistra – e del suo principale strumento, il Partito laburista – nella vita politica israeliana. Per gli osservatori di lunga data della politica israeliana, questo crollo sembra a dir poco sorprendente, poiché, seppur ormai ideologicamente lontano, il sionismo laburista è stata l’ideologia fondante dello Stato di Israele, e questo si è mantenuto inalterato dalla fondazione dello stato nel 1948, e poi durante i primi tre decenni dell’esistenza di Israele: i partiti laburisti hanno governato Israele senza interruzione dal 1948 al 1977.

E anche quando Menachem Begin portò Likud al potere per la prima volta nel 1977, i laburisti rimasero ancora dominanti tra le classi dirigenti: giudici, generali, dipendenti pubblici e capi dell’industria erano tutti membri del partito. La situazione iniziò a cambiare alla fine degli anni ’80 e accelerò drammaticamente negli anni ’90. Nel caso israeliano, il declino della sinistra è attribuibile a fattori geopolitici sia locali che più ampi. Il fallimento degli accordi di Oslo, e la stessa propaganda dei leader del partito che avevano posto al centro quegli accordi come la soluzione all’eterno conflitto, portando invece sui tavoli della trattativa un accordo sostanzialmente non accettabile da parte dei palestinesi (si veda articolo sui protocolli di Parigi) pose le basi per un colpo di coda delle destre e dei coloni, per l’ attentato di Rabin, e per l’esodo di molti elettori verso la destra di Likud.

Allo stesso tempo, il declino della sinistra è stato un fenomeno mondiale dalla fine degli anni ’90, e quella israeliana non ha fatto eccezione. Ma la realtà è che, come ben sintetizzato da Neil Rogachevsky su American Affairs “il declino della sinistra israeliana è molto meno sorprendente quanto più si studia la sua storia e le tendenze ideologiche dalle sue stesse origini”

Uno studio approfondito di queste origini solleva una domanda fondamentale: quanto “di sinistra” era davvero il movimento operaio israeliano? C’era certamente una componente “internazionalista” nel sionismo e la cultura e la società israeliane erano piene di retorica e simboli del lavoro, fino agli anni ’50, i ritratti di Stalin potevano ancora essere trovati in molte sale da pranzo degli insediamenti agricoli cooperativi, i kibbutzim, e non ha fatto male che Stalin fosse stato un alleato occasionale di Israele nei primi anni dello Stato.

Per un po’, e in vari momenti della storia dell’insediamento ebraico in Palestina e successivamente nello Stato di Israele, i suoi leader furono in grado di bilanciare le tensioni tra l’agenda pro-lavoratore e presumibilmente anticapitalista e lo sviluppo nazionale dello Stato. Ma ogni volta che emergevano conflitti, il nazionalismo aveva la meglio. Il lavoro ha servito il sionismo, e non viceversa, un fatto che era sorprendentemente vero in teoria come si sarebbe dimostrato nella pratica. E così, quando le dottrine e l’ideologia del movimento operaio limitarono lo sviluppo nazionale dello Stato, si sciolsero nell’aria molto più velocemente di quanto la maggior parte degli osservatori allora, e ora, si aspettasse. Il sionismo laburista sorse tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, ma all’interno del sionismo, aveva un concorrente: il sionismo politico di Theodore Herzl, che immaginava uno stato ebraico molto più borghese con alcune componenti aristocratiche respingendo completamente il socialismo: “È follia per gli ebrei essere collegati al socialismo”, scrisse nel suo diario.

L’essenza del sionismo laburista era che la redenzione della terra di Israele sarebbe avvenuta attraverso un massiccio afflusso di lavoratori ebrei che avrebbero prosciugato le paludi, costruito insediamenti – principalmente agricoli – e governato in un modo più o meno collettivista. Tuttavia, come ha dimostrato Ze’ev Sternhell in un suo studio, quasi tutte le figure centrali del “sionismo laburista” alla fine, se non dall’inizio, rifiutarono il socialismo dottrinario, e spesso con forza. Lo fecero o a causa delle loro opinioni teoriche sull’importanza del nazionalismo, oppure semplicemente cedettero alle esigenze pratiche di costruire uno stato-nazione.

D’altra parte, Ber Borochov il fondatore di Po’alei Sion (gli operai di Sion), un movimento che alla fine fu comandato da David Ben-Gurion, non abbandonò mai l’idea della lotta di classe. Vide il raggiungimento di una patria ebraica come una fase preparatoria per una lotta di classe globale. Eppure il movimento di Borochov ottenne riconoscimento solo quando riconobbe uno stato-nazione per gli ebrei come il veicolo necessario per quella lotta. In rigorosi termini marxisti, i teorici del sionismo laburista furono fin dall’inizio compromessi da quella presunta trappola borghese, la nazione-stato.

L’espressione più pura del lato socialista dell’ideologia del lavoro era forse il kibbutzim rurale, le famose comunità agricole cooperative in cui la proprietà privata era strettamente limitata e i cui residenti si chiamavano compagno. Ma molto rapidamente, i lavoratori urbani, dai negozianti e fornai alle cooperative alimentari e di abbigliamento, così come i lavoratori nel settore manifatturiero, sono stati integrati in un sistema altamente nazionalizzato di salari e lavoro. Nena News

(segue)

http://nena-news.it/la-sinistra-israeliana-dissoluzione-e-isolati-vagiti-seconda-parte/

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