La sofferenza infinita dei figli dei detenuti: padri dietro alle sbarre e visite vietate

Bambini Evidenza Prigionieri palestinesi – 1/6/2013

 
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Gaza-Quds Press. di Hala al-Hasanat. Il caso di Reem, 12 anni, figlia del detenuto Rami ‘Anbar, 32 anni, è l’emblema della sofferenza dei figli dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, che non possono visitare i propri padri, a causa di un divieto imposto, senza motivazioni, da Israele.

Con molto dolore e sofferenza, Reem dichiara: “Non ricordo bene l’ultima volta che visitai mio padre, sette anni fa, ero ancora una bambina. Mi ricordo di averlo visto dietro ad una parete di vetro e parlato con lui attraverso un telefono”.

Il 6 maggio scorso, le autorità di occupazione hanno consentito, per la prima volta, a sette dei figli dei detenuti, di età inferiore agli otto anni, di visitare i loro padri. Tale numero rimane esiguo rispetto a quello dei figli dei prigionieri privati dal diritto di vedere i propri padri.

Nel 2006, le autorità israeliane hanno sospeso il programma di visite a tutti i prigionieri palestinesi della Striscia di Gaza, circa 450, come rappresaglia al rapimento del soldato Gilad Shalit, catturato dalla resistenza palestinese. Nel 2012, le autorità di occupazione hanno acconsentito alla ripresa del programma di visite ai prigionieri, che nell’aprile di quell’anno, avevano condotto uno sciopero della fame, conclusosi dopo 28 giorni con l’accordo della “dignità”, raggiunto tra i leader del movimento dei detenuti e l’amministrazione carceraria dell’occupazione, con mediazione egiziana. Tuttavia, Israele vieta ancora ai bambini di età superiore agli otto anni di visitare i loro genitori, con l’eccezione di pochissimi casi.

‘Anbar fu arrestato nel 2002 al posto di blocco di Abu Huli, nel centro della Striscia di Gaza, e condannato a 18 anni di carcere, di cui ha finora trascorso 11.

Reem, la bambina di otto anni, nata otto mesi dopo l’arresto di suo padre, ha esortato tutte le persone coscienziose nel mondo e le organizzazioni per i diritti umani a sostenere i prigionieri. Ha dichiarato: “Tutto quello che chiedo, è di poter visitare mio padre in carcere”.

La figlia unica di ‘Anbar ha spiegato di aver chiesto al Comitato della Croce Rossa di poter visitare suo padre, ha fornito tutti i documenti richiesti per la visita, ma non ha ricevuto alcuna risposta.

E aggiunge, cercando di trattenere le lacrime e il dolore che la affligge: “L’immagine di mio padre non lascia la mia mente, i suoi ricordi sono con me tutto il tempo, e mi manca”. E prosegue: “Il mio papà è in carcere fisicamente, ma la sua anima è qui con me”.

La scatola delle memorie. La bambina Manar, di dieci anni, figlia del detenuto Jamal al-Nouri, si lamenta perché non ha mai visto suo padre, che le manca sempre.

Manar afferma: “Da quando sono nata non ho mai visto mio padre, e mi manca tanto, in ogni occasione. Mi sento molto triste quando vedo le mie amiche con i loro padri, o quando vengono a prenderle da scuola”. E mentre si asciuga le lacrime, aggiunge: “Non ho mai visto mio padre, lo conosco solo attraverso le foto, non vedo l’ora di riabbracciarlo”.

Manar è nata un mese e mezzo dopo l’arresto di suo padre, Jamal, 32 anni, arrestato il 1° luglio del 2002, mentre tornava dall’Egitto, attraverso il valico di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, allora controllato dalle forze di occupazione.

La madre di Manar ha rivelato che sua figlia “raccoglie le lettere e le foto di suo padre in una scatola speciale e, ogni tanto, dedica del tempo per leggerle, cercando di alleviare la sofferenza per la lontananza”.

La moglie del detenuto ha spiegato che “Manar e sua sorella, Ibtisam (12 anni), non hanno mai visitato il loro padre, da quando fu arrestato. Abbiamo chiesto al Comitato internazionale della Croce Rossa di permettere alle figlie di visitare il loro padre, presentando tutti i documenti necessari, ma ci hanno risposto che le visite sono permesse ai soli bambini di età inferiore agli otto anni”.

Ha dichiarato: “Quando l’età di mie figlie era inferiore agli otto anni, le visite erano vietate del tutto, e ora che hanno superato quell’età, non sono permesse. Che cosa dobbiamo fare?”

Speranza per un incontro. La sofferenza è la stessa per tutti i figli dei detenuti nelle carceri israeliane. Hussein, un bambino di nove anni, figlio del prigioniero Rami Hijazi, 33 anni, dichiara: “Sogno sempre di vedere mio padre, ogni giorno e per tutto il tempo”.

Hijazi fu arrestato nel 2004, al posto di blocco di Abu Huli, nel centro della Striscia di Gaza, due mesi dopo il suo matrimonio. E’ stato condannato a 15 anni di carcere, sua moglie ha dato alla luce Hussein, il loro figlio, a nove mesi dal suo arresto.

Hussein non ha mai visto suo padre, lo conosce solo attraverso le foto. Afferma a Quds Press: “Mi manca in tutte le occasioni, soprattutto quando vedo i bambini gioire e divertirsi, accompagnati dai loro padri”.

Anche quelli del prigioniero Nahed al-Aqra’ (44 anni), vivono nelle stesse condizioni degli altri figli di detenuti rinchiusi nelle carceri israeliane. Al-Aqra’, la cui seconda gamba è stata amputata all’inizio del mese scorso, a causa della politica di negligenza medica perseguita dall’amministrazione penitenziaria israeliana, è detenuto da sei anni.

Sua moglie, Ghadir, dichiara: “Da quando è stato arrestato, i miei figli non hanno potuto visitare il loro padre, nonostante la sua difficile condizione di salute”.

Il detenuto ha quattro figli: Nasma, di 15 anni, Nida’, di 12, Raed, di nove anni e la più piccola, Nara, di sette anni.

I sentimenti di questi bambini privati dai loro padri, ancora vivi, sono un misto di dolore per la separazione e speranza per un possibile incontro. Essi esortano la comunità internazionale, le organizzazioni dei diritti umani e tutte le persone coscienziose del mondo ad aiutare loro per affermare il più elementare dei diritti umani, quello di poter vedere i loro padri detenuti nelle carceri israeliane.

(Foto di Pal.info)

© Agenzia stampa Infopal
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