La stampa israeliana è complice nella disumanizzazione delle vittime palestinesi

Scritto il 2011-10-13 in News

 

Uruknet.info. Di Sarit Topaz (*). Motasem e Ali sono stati feriti a morte dall’IDF all’inizio del Ramadan. La stampa israeliana ha sorvolato sulla vicenda. Scrivendo di loro, qui, l’autore cerca di ristabilire un po’ di umanità per tutti i palestinesi senza volto uccisi dall’esercito.

Questo post è stato scritto in seguito alla richiesta di un caro amico, che mi ha chiesto di rendere pubbliche le morti di Motasem Adwan e Ali Khalifa, uccisi durante un’incursione notturna dell’Idf nel campo profughi di Qalandia, il primo giorno del digiuno di Ramadan.

Tutti si sono occupati dell’ondata di proteste dilagate in Israele, mentre si discute sulla definizione di giustizia sociale; sulla questione se la lotta sia politica o meno; sulla delicatezza della scelta delle parole; sulle richieste e sulle soluzioni; se la nazione si sta veramente unendo o l’unità è solo un mosaico; cos’è la “nazione” e chi include. Nel frattempo, silenziosamente ed inesorabilmente, l’occupazione procede con la sua routine.

Coprifuoco non ufficiali ed incursioni notturne nei villaggi della Cisgiordania sono comuni. Le forze armate entrano senza informare gli abitanti con un altoparlante, così che le persone che sono fuori casa si trovano in pericolo di vita. Il danno precede l’avvertimento. Durante la prima settimana di Ramadan, le forze occupanti si sono comportate come di solito, facendo irruzione nei campi profughi e nei villaggi durante la notte, utilizzando fuochi d’artificio. Il fragore assordante delle bombe al suono, i razzi che illuminano il cielo notturno, l’odore del gas lacrimogeno che arriva ai nervi, brucia in bocca, acceca gli occhi e rende il respiro pesante. Sensazioni di vertigini e paura che segna l’entrata di coloro che non dovrebbero essere lì. Non è un caso che queste incursioni siano effettuate durante la notte, quando le persone dovrebbero essere nei loro letti, a dimenticare la realtà per qualche ora. È allora che il circo militare arriva, seminando la paura, per “trattenere le persone ricercate”.

Solo un esempio fra tanti – un’incursione notturna nel villaggio di Nabi Saleh, a metà della scorso luglio:

video: http://www.youtube.com/watch?v=i8NxTuaLnd8&feature=player_embedded

Il campo profughi di Qalandia ed i villaggi di Nil’in e Beit Ummar hanno ricevuto un augurio di buone feste particolarmente caloroso. Due persone sono state uccise nel primo giorno del mese sacro: Motasem Adwan e Ali Khalifa. I siti di notizie israeliani hanno dedicato meno di 400 parole ai resoconti riguardanti queste morti. L’accaduto è stato schedato come notizia “militare e di sicurezza”. Su entrambi i portali di notizie Ynet e Nrg, le vittime sono rimaste anonime: nessun nome, nessuna faccia, nessuna storia di vita. Il primo menzionava “giovani palestinesi”, il secondo solo “palestinesi”. I due sono quindi stati spogliati della propria soggettività, delle proprie storia di vita, delle loro famiglie straziate. Quando si spoglia qualcuno della sua soggettività, non si sente alcuna responsabilità morale per lui. È così che i confini della nostra apatia vengono innalzati: non c’è bisogno di piangerli, non sono “dei nostri”, sono “palestinesi”.

Nrg riporta: “Il portavoce dell’Idf ha affermato che gli scontri sono scoppiati durante ‘una missione di routine per trattenere le persone ricercate’. Diffuse violazioni degli ordini sono iniziate dopo gli arresti, e cinque soldati sono stati lievemente feriti da lanci di pietre”. La routine delle invasioni sotto il nome in codice di “trattenere le persone ricercate” dà enfasi alla successiva descrizione delle azioni dei palestinesi. La nostra azione era di “routine” – loro hanno risposto con “insurrezioni diffuse”. Un’invasione militare viene normalizzata come ”ordine” di routine, mentre la risposta delle persone occupate all’invasione notturna delle loro residenze è una violazione di tale ordine. Ciò crea una simmetria tra l’evento e la conseguenza sofferta da “loro” (i palestinesi impegnati in diffuse violazioni dell’ordine pubblico, e per questo due di loro sono stati uccisi) e tra l’ingiustizia delle conseguenze dell’evento per “la nostra parte”. (Stavamo agendo di routine, e cinque dei nostri sono stati feriti –  è terribilmente ingiusto!)

Ynet ha riportato che in risposta all’“incidente”, l’esercito “indagherà sull’uso dei metodi per disperdere la folla. È stato poi affermato che le truppe avevano effettivamente aperto il fuoco. L’esercito sta indagando sull’incidente, che è accaduto nel primo giorno di Ramadan, considerato un periodo delicato”.

Fermiamoci per un momento, ed esaminiamo la semantica di questa risposta. Prima di tutto, è stato l’esercito che ha deciso quando effettuare una “missione di arresto” – ciò non è qualcosa che è deciso dalla sorte, quindi perché viene presentato come tale? Secondariamente, ho sempre trovato divertente quando un’organizzazione che commette un crimine indaga su se stessa. Terzo, dipingere il primo giorno di Ramadan come un periodo delicato dà ai lettori l’idea che siamo diventati i più grandi pluralisti. Improvvisamente, l’Idf rispetta i palestinesi musulmani nelle loro festività. Gli auguri di Netanyahu per il Ramadan sono stati sufficientemente esasperanti [ebraico]:

video: http://www.youtube.com/watch?v=5942IW_VBvo&feature=player_embedded

Il resoconto del portale di notizie Walla sembra inizialmente più bilanciato. Le vittime hanno nomi ed età, e sono forniti i nomi di un altro ferito e di due detenuti. Nel pezzo si legge: “Nel corso dell’operazione, durata varie ore, i soldati dell’Idf hanno colpito numerosi residenti e danneggiato le loro proprietà e case”. Ma attenzione ai numerosi dettagli aggiuntivi che appaiono qui, non presenti negli altri resoconti che ho letto. Qui si dice che i palestinesi avevano lanciato delle pietre ferendo cinque soldati, che è il motivo per cui sono iniziati gli spari. Inoltre, si afferma che “i livelli di allerta erano alti per la possibilità che elementi estremisti usassero l’incidente per commettere violenza durante il primo giorno di Ramadan”. Ancora una volta, l’operazione è descritta come moderata e le morti sono presentate come un incidente irrilevante, che verrà sicuramente usato dagli estremisti per infiammare l’area. L’invasione notturna del primo giorno di festività non è presentata come la fonte della tensione – ma piuttosto come normale e di routine.

Infine, la seguente immagine è dell’unico sito tra quelli da me passati in rassegna che include una foto nel suo resoconto. La fotografia non documenta un’invasione militare né tantomeno l’occupante. Mostra alcuni giovani palestinesi, mascherati, mentre lanciano pietre da dietro un’ambulanza palestinese. Questa foto parla alle paure collettive degli ebrei in Israele, preclude anche solo un briciolo di identificazione con i palestinesi. L’angolo del teleobiettivo impedisce che essi siano umanizzati. Invece, sono marchiati come Palestinesi dai loro abiti, dai loro visti nascosti, dalle scritte in arabo sull’ambulanza:

Torniamo a Qalandia. Pensate al tipo di empatia che sarebbe sorta se i resoconti avessero raccontato, come ha fatto l’amico di Motasem, che lui – morto a soli 22 anni – stava studiando giornalismo all’università, e si stava preparando per un esame proprio quella notte? Il frastuono intenzionale provocato dal circo militare israeliano ha spinto le persone fuori dalle loro case, perché avevano sentito degli spari. Urla sparse che aveva sentito dalla finestra l’avevano portato ad uscire. Ma non cadiamo in errore: la sua morte non è stata ordinata divinamente. La sua morte è stata causata da persone, persone che possedevano armi, e che hanno sparato. Sì, gli hanno sparato alla testa. Ali Khalifa, morto a 26 anni, aveva visto Motasem ferito ed era corso ad aiutarlo. È stato così che anche lui è stato colpito ed ammazzato. L’arbitrarietà dell’invasione militare non annunciata semina il panico, esponendo tutti gli abitanti al pericolo. Come scrive Ariel Handel, “è in questo modo che l’atto di un crimine, giudizio, decisione, avvertimento ed esecuzione vengono purificati in un unico momento. La multa arriva insieme al biglietto; gli spari arrivano insieme al verdetto … la presenza del potere non è solo la condizione necessaria (…) per il colpo, ma anche la sua causa. Le persone muoiono ‘perché si trovano lì’”.

Le discussioni sulla morte di questi due uomini, sempre che si terranno dalla nostra parte, si chiederanno se i soldati hanno obbedito alla procedura quando hanno aperto il fuoco, se hanno sbagliato non utilizzando metodi di controllo della folla piuttosto che fuoco vivo per disperdere i lanciatori di pietre. La discussione sarà tecnica, arida, ed infine rimossa. Nessuno chiederà cosa stava facendo l’esercito lì prima di tutto, come gli occupati dovrebbero comportarsi quando l’occupante invade, o in generale – quale valore ha la vita umana.

Questa è una fotografia di Motasem Adwan:

La sua immagine mi tocca il cuore. È più giovane del mio fratellino; non avrà l’opportunità di crescere, di finire i suoi studi e costruirsi un futuro. A cosa pensate, quando vedete questa foto? Ariela Azulai scrive che quando il pubblico israeliano guarda fotografie di palestinesi, generalmente si sottomette all’unica interpretazione accettabile, che li identifica con la rappresentazione del male. Spero che i lettori di questo post, vedendo la fotografia di Motasem, non soccombano alla rappresentazione unipolare che gli è stata insegnata. Spero che questa foto evochi la memoria di un passato che è scomparso e di gente amata che è morta. Spero che si evochi una risposta morale ed un senso di dolore. Questo è il suo funerale (il link porta a un video su Facebook).

La fotografia di Motasem, che ho postato sopra, documenta un momento della sua vita. Ma quando ho chiesto ad un amico di mandarmi una foto di Ali, ha scelto di inviarmene una che documenta la sua morte. La fotografia è stata scattata all’obitorio, con lui che giace su un tavolo, ad occhi chiusi, sangue raggrumato sul suo corpo e sulle lenzuola che lo avvolgono. Il suo torso è nudo. Questa è la documentazione della faccia della morte di un giovane uomo, il promemoria di un corpo che verrà seppellito e non tornerà. Non allegherò la fotografia, ma un link ad essa, così che i miei lettori possano scegliere di affrontare o momento questa difficile immagine.

Il mio amico, che mi ha chiesto di scrivere questo post, ed io speriamo entrambi che queste parole riusciranno a restituire alla vittime di Qalandia la loro umanità agli occhi israeliani – o almeno, di impedire che questo avvenimento scompaia nel ciclo delle notizie. Le storie laconiche della stampa che riassumono le vite di questi due uomini sembrano essere un’ingiustizia. Ma non dimentichiamo che queste storie non sono rare, e che non sono ordinate dal fato. Le loro morti sono causate da altri esseri umani, nella cornice di una politica particolare ed intenzionale che espone i palestinesi ad incidenti che non sono affatto accidentali.

Il mio amico di Qalandia mi ha chiesto di firmare questo post con alcune parole di addio per Motasem. Mi ha chiesto di scrivere che gli vuole molto bene, e che non verrà dimenticato. Lo stesso vale per Ali. Che il loro ricordo sia benedetto.

(*)Sarit Topaz è una studentessa di Gender Studies alla Tel Aviv University.

ùQuesto articolo è stato in origine pubblicato in ebraico su Haoketz.

(Traduzione per InfoPal a cura di Giulia Sola)

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