La storia degli altri

Intervista ad Eitan Bronstein, fondatore di Zochrot, uno dei protagonisti di Piazza Pulita, ultimo film della Campagna Ponti e non Muri di Pax Christi. Eitan Bronstein è in questi giorni in Italia.

 

 di Lorenzo Kamel

 

”Muri mentali” e verità assolute: questo sembra l’unico scenario possibile quando israeliani e palestinesi approcciano l’eredità storica del 1948. L’organizzazione israeliana Zochrot (in ebraico ‘ricordando’) è ciò che in molti considerano una terza via, un “messaggio ponte” tra le due comunità. Fondata nel 2002, ha acquisito da allora una crescente notorietà grazie a un’idea tanto complessa quanto ambiziosa: avvicinare l’opinione pubblica israeliana alla Nakba (in arabo ‘tragedia’) palestinese del 1948. Per farlo organizza tour sulle rovine dei villaggi, pubblica opuscoli, allestisce mostre, cataloga testimonianze. Tutto ad esclusivo uso e consumo della maggioranza ebraica del Paese.

Zochrot continua ad attirare critiche serrate, ma anche un forte appoggio e un progressivo interesse. Eitan Bronstein*, il fondatore, non vede alternative: “Riconoscere il passato. Capire il presente. Affrontare il futuro”. Per comprendere il suo messaggio lo abbiamo incontrato in due circostanze. La prima nel suo studio, nel pieno centro di Tel Aviv. La seconda nell’antico sito dove sorgeva il villaggio di Deir Yassin, oggi conosciuto come il quartiere ebraico di Har Nof, nel corso di una marcia organizzata da Zochrot per ricordare il 62° anniversario della sua tragica fine.

Signor Bronstein, perché ha fondato Zochrot?

L’idea mi venne in mente all’inizio dell’ottobre del 2000. L’evento scatenante fu l’uccisione di dodici palestinesi, tutti cittadini di Israele, per mano della nostra polizia. Erano dimostranti e nessuno di essi era armato. Manifestavano in segno di solidarietà con i palestinesi dei Territori Occupati. Era una fase di grande fermento e l’occupazione, sommata ad anni di discriminazioni e povertà crescente, stava favorendo l’esplosione dell’odiosa violenza che ha scandito la Seconda Intifaḍa.

Il circolo vizioso che, ancora una volta, stava prendendo vita, mi fece capire l’urgenza di cambiare qualcosa, alla radice. Compresi che solo avvicinandosi alla sofferenza dell’altro fosse possibile raggiungere una reale riconciliazione tra i nostri popoli. Non è un caso che tutti i processi di pace degli ultimi decenni siano falliti. Erano poco più che ‘scatole vuote’. Non c’è pace che tenga senza che prima si raggiunga una vera riconciliazione. Ma non avremo alcuna riconciliazione senza che alla base ci sia una genuina volontà di capire la Nakba’.

In che modo portate avanti il vostro progetto?

 

“Yediat ha-aretz”, la conoscenza della terra: questo è uno dei massimi motivi d’orgoglio per quasi ogni israeliano. Conoscerla palmo a palmo, nelle sue tradizioni, nelle sue peculiarità. Tuttavia sappiamo molto della realtà esistente 2000 anni fa e poco di quella relativa alla prima metà del secolo scorso. Zochrot nasce per colmare tale lacuna. Parlando della Nakba in ebraico puntiamo a sensibilizzare l’opinione pubblica del nostro Paese, spingendola ad assumersi la propria parte di responsabilità. A questo scopo realizziamo vari tipi di iniziative. Organizziamo tour presso i villaggi palestinesi distrutti nel 1948, invitando il pubblico a riconsiderare il paesaggio circostante con nuovi occhi, attraverso le testimonianze dei rifugiati. Durante i tour distribuiamo anche opuscoli contenenti fotografie, mappe e ricerche originali sul villaggio prescelto. Infine affiggiamo cartelli in ebraico e in arabo contrassegnando il punto esatto sul quale sorgevano alcune delle infrastrutture ormai distrutte: scuole, librerie, centri ricreativi e così via.

Siamo inoltre impegnati in iniziative a carattere educativo. Dall’allestimento di esposizioni artistiche relative alla Nakba, con fotografie, ceramiche e videoinstallazioni, fino ad arrivare alle lezioni che offriamo nelle scuole e presso la nostra sede di Tel Aviv. Abbiamo anche un centro virtuale, sul sito www.zochrot.org, la prima nonché la più fornita risorsa online riguardante la Nakba in ebraico. Il fine è sempre lo stesso: incoraggiare il pubblico a riesaminare il passato del nostro Paese, senza retorica, con un occhio critico”.

Può raccontarci uno dei vostri tour?

 

L’ultimo che abbiamo organizzato è stato a Miska, un antico centro palestinese posto a circa 15 chilometri da Tulkarem. I suoi abitanti furono espulsi il 15 aprile 1948, un mese prima della fondazione dello Stato d’Israele. La distruzione del villaggio venne suggerita da un rapporto scritto da Joseph Weitz, un ufficiale del Fondo Nazionale Ebraico. Rimase in piedi solo una moschea e una scuola elementare. Quest’ultima in anni recenti si è trasformata in un centro culturale usato da rifugiati e attivisti. Per impedire tale utilizzo, la Israel Land Administration [fondata nel 1960; attualmente gestisce il 93 percento del suolo israeliano] ha deciso di costruire un recinto attorno ad essa. Il team di Zochrot, affiancato da decine di volontari, si è recato sul posto e ha trasformato il recinto in una galleria artistica a cielo aperto, decorando il tutto con nostre creazioni. Alla fine della giornata abbiamo creato un cerchio umano attorno alla struttura. Ognuno di noi aveva in mano una lettera. Il messaggio finale era “Miska ze kan”, ovvero “Miska è qui”. La scuola è stata demolita poche settimane dopo. Per converso il nostro messaggio e le foto che abbiamo scattato rimarranno per le generazioni a venire, a beneficio di chiunque sia disposto a mettere in dubbio la propria verità.

Le vostre iniziative non rischiano di mettere in secondo piano gli errori compiuti dalle leadership dei paesi arabi?

 

”Siamo coscienti del ruolo nefasto svolto da molti Paesi arabi, Stati che sovente ancora oggi usano il dolore dei profughi palestinesi più come pretesti da sfruttare che come cause da difendere. Tuttavia ciò non può essere una scusa per giustificare i nostri errori e soprattutto per avallare i vari tentativi che tuttora vengono effettuati in Israele per cancellare la memoria della Nakba, tanto dalla narrativa ufficiale del paese quanto dal suo paesaggio fisico. A questo riguardo mi permetta di fare un esempio. Qualche anno fa chiesi a mio figlio di fare un’escursione al Canada Park, una riserva fondata dal Keren Kayemet LeYisrael [ovvero il Fondo Nazionale Ebraico, che attualmente controlla circa il 13 percento del suolo israeliano] su terra un tempo appartenuta a Yalu e ‘Imwas, due antichi villaggi palestinesi, il primo già noto in epoca Cananea, distrutti nel 1967 su ordine di Yitzhak Rabin. La superficie in questione, facilmente accessibile da Gerusalemme e da Tel Aviv, è oggi usata in prevalenza come un’area ricreativa per l’organizzazione di picnic. Nel corso della visita fu facile appurare che all’interno del parco non c’era un singolo cartello che menzionasse i villaggi o i loro abitanti. Per contro, i nomi dei donatori canadesi che finanziarono il progetto erano incisi su placche di bronzo. La guida che ci accompagnò lungo il tragitto iniziò a raccontarci una storia grandiosa, omettendo un qualsiasi accenno al carico di sofferenza che sottendeva questa ridente riserva.

A seguito di una lunga battaglia legale, il Fondo Nazionale Ebraico ha accettato di segnalare i due villaggi. Il primo cartello è sparito quasi subito, il secondo è stato completamente sfigurato. Zochrot è attualmente impegnato a ripristinare entrambi”.

Come reagiscono i palestinesi alle vostre iniziative?

 

Il più delle volte la prima reazione è di smarrimento, accompagnata da una buona dose di sospetti. In un secondo momento diventano, nella maggioranza dei casi, desiderosi di condividere i loro ricordi. Vogliono che l’opinione pubblica israeliana riconosca il loro trauma. Ma prima ancora che per noi, lo fanno per loro stessi, usando il potere delle parole per lenire le loro ferite. Parafrasando un palestinese che si è avvicinato di recente alla nostra organizzazione: “Zochrot sta facendo per i palestinesi più di quanto i palestinesi facciano per loro stessi”.

Non pensa che un ritorno dei profughi palestinesi possa creare i presupposti per la creazione di nuovi profughi?

 

In primis ci tengo a sottolineare che le iniziative che portiamo avanti sono pensate a beneficio della nostra comunità, ovvero di tutti gli ebrei di Israele. Non miriamo a gettare discredito o a fomentare uno spirito di rivalsa. Il fine è quello di far progredire la nostra società, disincagliandola da un passato che è giunto il momento di affrontare. Molte persone lo hanno già capito, altre lo faranno.

Non molto tempo fa il leader dell’opposizione Tzipi Livni ha dichiarato che “i palestinesi celebreranno il loro Stato solo quando avranno cancellato dal loro lessico la parola Nakba”. Noi la pensiamo diversamente. Riteniamo che se i palestinesi rimuovessero il loro trauma e rinunciassero una volta per sempre al “diritto al ritorno” dei profughi, ciò non libererebbe noi israeliani da un pesante fardello, ma al contrario ci farebbe rimanere mentalmente intrappolati, chiusi in noi stessi. Ma più che a un “diritto al ritorno” sarebbe opportuno riferirsi a un approccio “pragmatico sul tema del ritorno”. Bisogna valutare caso per caso, senza decisioni sommarie. Di certo i palestinesi che decideranno di tornare lo dovranno fare accettando in primo luogo il fatto che gli ebrei sono qui, avendone pieno diritto. Il ritorno dei rifugiati non dovrà creare un solo nuovo profugo. In termini astratti c’è un inalienabile “diritto al ritorno”, ma quando si mette in pratica è necessario che sia soggetto a un compromesso, un compromesso che i palestinesi devono accettare.

Non ritiene che bisognerebbe tener conto anche dei molti rifugiati ebrei provenienti nel 1948 dai Paesi arabi?

 

Sul piano storico è ormai acclarato che molti ebrei siano stati cacciati da diversi Paesi arabi, anche se non c’è accordo sui numeri e sui diversi modi in cui ciò avvenne. I palestinesi, tuttavia, non hanno avuto alcun ruolo diretto in tale espulsione. Inoltre è bene ricordare che i palestinesi espulsi non avevano, allora come oggi, ciò che per noi rappresentava e rappresenta lo Stato di Israele, ovvero un porto sicuro nel quale rifugiarsi. (…)

*Eitan Bronstein (M.A. Bar-Ilan University) è nato in Argentina nel 1960. All’età di cinque anni si è trasferito insieme alla famiglia in Israele, presso il kibbutz Bahan. Prima di dedicarsi a tempo pieno al progetto Zochrot è stato direttore dei programmi educativi della Scuola per la Pace di Neve Shalom, un villaggio cooperativo posto tra Tel Aviv e Gerusalemme, abitato da ebrei e palestinesi di cittadinanza israeliana.

 

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