La Storia non è una frittata

admin | February 27th, 2011 – 1:35 pm

Ho letto, anche oggi, la rassegna della stampa italiana, sezione Mondo. Anzi, per meglio dire, sezione Medio Oriente. Dalla cronaca delle rivoluzioni siamo (finalmente) passati all’analisi delle rivoluzioni arabe, che sono persino arrivate anche alle pagine culturali. La cosa che mi ha colpito è come, in alcuni commenti, ormai da giorni, si stia provando letteralmente a rigirare la frittata. Se le rivoluzioni arabe son successe, udite udite, è perché George W. Bush jr. ha portato la democrazia sul fusto dei cannoni. E’ perché la destra americana ha deciso che valori e democrazia dovevano far parte della strategia neocon del Grande Medio Oriente. Tutta questa storia, insomma, è cominciata nel 2001 perché Bush, Blair (e anche noi) abbiamo deciso di esportare la democrazia prima in Afghanistan e poi in Iraq.

A parte il fatto che i due interventi, quello del 2001 in Afghanistan e quello del 2003 in Iraq, sono concettualmente diversi. O almeno lo erano ab origine, diversi. Dire, comunque, che i visionari sono stati i neocon vuol dire non avere conosciuto il mondo arabo. Molto semplicemente. La riflessione dell’intellighentsjia araba è stata completamente staccata dall’intervento neocon, sia esso militare sia esso economico (il petrolio, sempre quello…) sia esso culturale. Al contrario, la riflessione si è concentrata sul rifiuto stesso del concetto di democrazia – decisamente a corrente alternata – propugnato dall’amministrazione Bush e dalla sua corte interna e internazionale. Un rifiuto della democrazia in salsa neocon a cui è stato sostituita una richiesta di democrazia sostanziale, di connubio tra libertà e dignità, di diritti inalienabili. Tanto lontana, la riflessione araba, che lo stesso rapporto AHDR 2004 (Arab Human Development Report) sulla democrazia nel mondo arabo, la cui pubblicazione fu guarda caso rinviata di qualche mese per le pressioni degli USA (amministrazione Bush) e poi finalmente imposta dall’agenzia sponsor, l’onusiana UNDP, non metteva la parola Democrazia, nel titolo. Troppo occidentale, e troppo legata a Bush. Metteva invece la parola Libertà. Towards Freedom in the Arab World. Scorrere soltanto l’indice di quel rapporto spiega quanto la Storia reale del mondo arabo sia lontanissima da quella che si vuole descrivere ora, per riguadagnare le posizioni e le sconfitte che i neocon stanno subendo in questi giorni. E non è, quello che dico, una difesa di Barack Obama e soprattutto della sua amministrazione, altrettanto concentrato su una strategia anacronistica, di sostegno ai regnanti e allo status quo.

Ecco, consiglierei a chi pensa che i neocon abbiano vinto, di ri-leggersi, e se non ha ancora trovato il tempo di farlo, di leggersi per la prima volta quel rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo, terzo volume, che ha fatto il giro delle università di tutto il mondo. Si capirà che il frutto commovente e prezioso di queste rivoluzioni è nato da un albero che semmai è stato – per una minima parte – innaffiato da alcuni funzionari dell’Onu, visionari sicuramente e sicuramente sognatori. E non certo da una corrente neocon che in Medio Oriente ha prodotto solo e unicamente disastri. Il resto è tutto frutto degli arabi, rapporti AHDR compresi. Perché quei rapporti sono stati scritti unicamente da intellettuali arabi. Hanno suscitato vivaci polemiche, dibattito, attacchi, ma una cosa è certa: sono state polemiche, dibattiti, critiche tutte interne alla intellighentsjia araba, che non è meno preparata di quella occidentale. Né ha bisogno di essere presa per mano. Sfido gli intellettuali italiani a farsi una chiacchierata con alcuni di loro, sociologi, storici, scrittori, poeti, e farsi poi un vero esame di coscienza. Sulla nostra capacità di analisi.

L’orientalismo provinciale di chi esamina il mondo arabo senza averlo conosciuto è arrivato a livelli che ritenevo irraggiungibili. La lettura della Storia che rende meccanicistici gli eventi. Gli angloamericani sono andati in Iraq a portare democrazia (ne siamo certi?), e appena otto anni dopo la democrazia è arrivata. Non certo è arrivata in Iraq, dove l’unica cosa che sono riusciti a fare gli americani – oltre a spaccare il paese – è stato cercare di convincere gli iracheni che gli uomini che loro avevano scelto erano dei leader… Una democrazia a sovranità limitata che non attecchisce. In questa ricostruzione artificiale e (manzonianamente) da azzeccagarbugli della Storia, poi, manca sempre un paese, l’Arabia Saudita, contro il quale i neocon innamorati della democrazia non hanno mai detto nulla. Un esempio perfetto di doppio standard, mi sembra. Né mi sembra che in questi anni sia stato evocato, dai Bush e dai Blair, il nome di Mubarak e di Ben Ali, nell’elenco degli autocrati da buttar giù e dei paesi da cambiare…

Lasciamo a Cesare quel che è di Cesare. Lasciamo agli arabi le loro rivoluzioni, senza pensare di essere stati noi a provocarle, ispirarle, coltivarle. Quello che dell’Occidente tutto si pensa qui, nel mondo arabo, al contrario è veramente sconfortante. Siamo diventati ancora una volta coloro che predicano bene e razzolano malissimo. Gli intellettuali arabi che pure hanno studiato nelle università occidentali non hanno un atteggiamento servile nei confronti dell’Occidente. Conoscono la nostra cultura tanto quanto noi non conosciamo la loro. E se devono citare un intellettuale non citano né Christopher Hitchens né gli anglosassoni in genere. Citano il Gramsci del concetto di egemonia. E semmai riflettono sul concetto di stato postcoloniale. La conclusione, spesso, è quella di dire che solo ora, semmai, si può cominciare a riflettere sul postcolonialismo nel mondo arabo. Sinora, sino ad ora, il colonialismo viene considerata la vera condizione in cui i paesi arabi hanno vissuto. Perché i regimi che i Bush e i Blair in primis hanno appoggiato (e che anche la sinistra europea o i democratici americani non hanno fatto nulla per osteggiare) sono stati l’ultimo, tragico capitolo del colonialismo occidentale. Di altri colonialisti della mente gli arabi non hanno bisogno. Tanto meno adesso. Anzi.

Hanno dimostrato di aver seguito un percorso autonomo, quando su internet hanno creato agorà democratiche. Comunità che hanno usato l’ICT come uno strumento (ma non solo, mi faceva notare un antropologo palestinese, che invece spiegava quanto il mezzo e la sua velocità facessero anche parte del messaggio politico, tanto per ricordare le vecchie categorie di Jacobson). Conclusione personale. Sono arrivata nella cosiddetta regione MENA nel 2001, poco prima dell’11 settembre. Esattamente dieci anni fa. E ci sono rimasta a vivere, in questa regione, senza tornare in Italia, da esattamente dieci anni. Credo, dunque, di avere una visione di questa parte del mondo che è, ormai, molto meno occidentale e molto più regionale. Il mondo arabo che ho visto io ha avuto una Storia diversa da quella descritta in questi giorni. Una Storia culturale endogena, che non si può sminuire. E di cui non ci si può appropriare. I neocon hanno perso, e devono ammetterlo.

(Metto sempre pochi link, su questo blog, lo so. Mi permettete di consigliarvi le riflessioni di Alessandro Politi su Tripoli? Sono dure e  illuminanti)

L’immagine di oggi l’ho trovata su Facebook, sulla pagina di un ragazzo palestinese. L’ho messa perché – a proposito di Arabi Invisibili  – bisognerà prima o poi riflettere sul contributo che la cultura visiva, dalla fotografia al cinema, dai graffiti alla grafica web, ha dato a questo percorso tutto endogeno. La grafica delle rivoluzioni, per esempio, è stata la dimostrazione di quanto la fantasia e l’arte dei ragazzi arabi sia rimasta misconosciuta. Chissà perché… Molti erano impegnati, a Occidente, a leggere e santificare Samuel Huntington.

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