La teoria del partigiano e il caso palestinese

di Andrea Colasuonno

Il 17 aprile scorso, 1.550 dei circa 5000 prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, hanno iniziato uno sciopero della fame. Questo è subito parso come il più grande che la storia ricordi, sia per numero di aderenti, sia per la perseveranza da alcuni di essi dimostrata: Bilal Diab e Thaer Halahla sono rimasti senza mangiare per 78 giorni. Lo sciopero si è concluso per la maggior parte dei digiunanti il 14 maggio, quando Israele, grazie alla mediazione dell’Egitto, ha accettato alcune istanze della protesta: fine dell’isolamento per 19 detenuti, reintroduzione delle visite familiari in carcere, ripresa degli incontri con l’Ips (Israel Prison Service) al fine di migliorare le condizioni di vita in carcere. È stata invece rigettata dallo Stato ebraico la richiesta principale, il motivo per cui lo sciopero era iniziato, ossia la cessazione della pratica della “detenzione amministrativa” in vigore, nella forma attuale, dal 1979, che vede oggi in carcere 308 persone, in conseguenza della sua applicazione.

                                                                                                                La “detenzione amministrativa” non è altro che una procedura che permette ai soldati israeliani di arrestare chiunque sospettino di resistenza, tenendolo in prigione per un tempo indefinito, sulla base di prove segrete e senza esplicite incriminazioni né processi. La stessa Corte Suprema Israeliana ebbe a definire tale pratica “un’aberrazione in campo giuridico” e tuttavia per decenni Israele ha continuato ad usarla legittimata dal fatto, sembra incredibile, che è una pratica prevista dal diritto internazionale. Nel caso di territori occupati, si legge nella IV Convenzione di Ginevra (art.78), la pratica può essere usata solo di fronte a “ragioni imperative di sicurezza”, ma resta il fatto che può essere utilizzata. Il suo impiego è considerato un’eventualità estrema e raccomandato solo in situazioni di emergenza (è inoltre accompagnato da regole che Israele comunque non rispetta). Sappiamo che Israele si dichiara in perenne stato di emergenza fin dal 1948 così da poter utilizzare tutti i metodi straordinari che più gli fan comodo, ma è realistica un’emergenza che duri da 60 anni? La nostra riflessione si occuperà della situazione di fatto. L’esistenza dello Stato d’Israele è minacciata dalla resistenza palestinese? Attualmente ci sono le condizioni che legittimano l’utilizzo della “detenzione amministrativa”?

                                                                                                               Quello che tenteremo di dimostrare è che pratiche di emergenza che esulino dalla regolare dialettica politica basata sul dualismo amico/nemico e dall’ordine giuridico su di essa fondato, sono legittime di fronte a comportamenti che si pongono al di fuori di tale ambito, come nel caso delle azioni terroristiche; di fronte a pratiche, come quelle della resistenza partigiana, che si pongono ai margini, ma comunque all’interno dell’ambito del Politico, tali modalità perdono di validità.  Tenteremo di mantenere uno sguardo giuridico, anche se, per forza di cose, trovandoci in presenza di concetti problematici come “emergenza”, “terrorismo”, “partigiani”, “amico”, “nemico”, dovremo abbandonarlo pescando inevitabilmente nella filosofia del diritto come nella filosofia politica. Inoltre, per parte palestinese, ci rifaremo alle posizioni dell’Anp (Autorità Nazionale Palestinese), quindi alla situazione in Cisgiordania, senza scendere nel particolare degli atteggiamenti di Hamas a Gaza.

                                                                                                               Secondo Carl Schmitt, tra i più autorevoli giuristi e filosofi del diritto del secolo scorso, i due concetti fondamentali sui quali si basa la politica sono quelli di amico e nemico (come per il diritto sono quelli di giusto e ingiusto, per l’estetica quelli di bello e brutto e così via). In base a questi, nei sec. XVIII e XIX, gli Stati europei hanno creato il diritto internazionale classico con il quale sono riusciti a regolare la guerra limitando l’inimicizia (ossia gli atti di violenza) ai soli eserciti e rendendo illegali le azioni violente sulle popolazioni civili. Fu questa una conquista enorme poiché si riconosceva anche al nemico il rango di uomo e con esso i diritti che gli spettano. In un assetto simile, spiega Schmitt, partigiano è un combattente che presenta 4 caratteristiche: (1) è irregolare (“senza uniforme”); (2) ha un’elevata (rispetto agli eserciti) mobilità e flessibilità; (3) la sua causa è una causa politica (aspetto che lo distingue dal criminale comune); (4) ha carattere tellurico, ossia combatte in difesa della propria terra. Il partigiano dunque, fintantoché conduce da irregolare attacchi ai soldati regolari di un esercito occupante, ponendo così un limite all’inimicizia nei confronti del nemico,  ha una posizione ibrida, “illegale ma legittima”. I partigiani hanno un’organizzazione, gerarchie, nomi, e di solito uno stato terzo che li riconosce in quanto combattenti. La non totale illegalità della sua figura inoltre è dimostrata anche dall’articolo 4 della terza Convenzione di Ginevra del 1949, nonché del protocollo integrativo a questa del 1977, in cui si riconosce ai partigiani lo status di combattenti regolari, se pur lasciando aperte diverse problematiche.

                                                                                                               Tutto ciò comunque è diventato insufficiente nel sec. XX. Con l’avvento di ideologie totalizzanti, partiti totalitari e Stati assoluti, si è aperta infatti la strada alla guerra assoluta. Quando gli Stati sono diventati i rappresentanti di un’unica idea politica (si pensi all’Italia fascista, la Germania nazista e la Russia comunista) il nemico da combattere non è più stato solo l’esercito avversario, ma anche la popolazione che quello sostiene, poiché professante la stessa idea e complice del suo stesso crimine. L’inimicizia dunque diviene assoluta e si capisce quanto risulti inappropriato il diritto internazionale classico a regolare siffatte dinamiche. In accordo con ciò anche la categoria del partigiano ha un’evoluzione. A fargliela compiere, secondo Schmitt, è Lenin. Con esso la lotta partigiana perde la sua caratteristica esclusivamente di difesa del territorio per farsi aggressiva, portatrice di istanze ideali (nello specifico l’ideale comunista) e, in conseguenza di ciò, smette di considerare nemico l’esercito avversario effettivamente in armi, prendendo a considerare come nemico tutti coloro che a quell’idea non si convertono.

                                                                                                               Carl Schmitt non ha mai conosciuto il terrorismo nelle forme a cui noi oggi assistiamo e nei suoi studi parla semplicemente di due stadi della partigianeria. Noi, con il senno di poi, e seguendo le vie da lui indicate, possiamo invece dire che chi difende la propria terra da un esercito invasore attaccando in maniera irregolare le forze in armi avversarie, ma limitando a queste l’inimicizia (le violenze) è un partigiano; chi combatte in maniera irregolare per imporre la sua ideologia, o anche solo per difendere la propria terra, ma senza limitare l’inimicizia ai reali autori delle violenze, estendendola bensì ai civili della fazione opposta, è un terrorista. La discriminante è la limitazione dell’inimicizia che è poi in ultima analisi la questione del riconoscimento della dignità di uomo: nei partigiani c’è, nei terroristi no. Per questo motivo i partigiani sono, seppur a margine e problematicamente, riconosciuti da un ordinamento giuridico, i terroristi invece sono criminali assoluti (se pure anche in essi la spinta ad agire sia politica); per questo motivo i partigiani sono una questione irregolare ma ordinaria, i terroristi sono un’eventualità straordinaria.

                                                                                                               Tornando alla nostra domanda di partenza: “c’è in Israele oggi una situazione straordinaria (fuori dal diritto internazionale ordinario) tale da richiedere l’impiego di strumenti di emergenza?”, la risposta, visto quanto fin qui detto, sembra essere di no. La situazione in quelle terre è che un esercito fra i più potenti al mondo, espressione di uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale ma composto da genti non autoctone, occupa il suolo di un popolo autoctono la cui statualità non è riconosciuta dalla comunità internazionale e che non ha attualmente un esercito degno di questo nome. Il conflitto va avanti ininterrottamente perché i palestinesi non hanno mai smesso di combattere gli occupanti per liberare la propria terra, mentre quelli non hanno mai smesso di volerne occupare sempre di più. Si badi bene che da parte palestinese l’obiettivo primo è sempre rimasto quello di cacciare l’occupante se pure i gruppi che per ciò si sono adoperati sono stati dei più svariati colori politici e religiosi, e se pure Israele offra facilmente il destro ad un conflitto razziale essendo uno stato fondato su basi etniche. Nel corso di 60 anni il conflitto ha assunto tutte le sembianze possibili: è stato guerra aperta e regolare (conflitto arabo-israeliano del 1948, guerra dei sei giorni del 1967, guerra dello Yom Kippur del 1973); è stato guerra partigiana (prima Intifada, 1987); è stato terrorismo (seconda Intifada, 2000). Come abbiamo tentato di chiarire fin qui, l’unica situazione di emergenza che giustificherebbe l’utilizzo di mezzi straordinari come la “detenzione amministrativa” sarebbe una situazione di terrorismo generalizzato, ma attualmente è questa la situazione? No.

                                                                                                               Attualmente ciò che i palestinesi hanno in mente e vanno auspicando è una lotta partigiana di tutto il popolo addirittura da condursi con mezzi pacifici e con azioni di resistenza non violenta. In Israele non si verifica un attentato apertamente rivendicato dal 2008 (e non vale l’obiezione che non si verifica proprio grazie a metodi quali la “detenzione amministrativa” visto che pur con essa in vigore si sono avute due “intifada”). L’Anp continua a far leva esclusivamente su mezzi giuridici (si pensi alla richiesta del riconoscimento dello stato palestinese all’Onu dell’anno scorso) collaborando con Israele per bloccare qualunque irregolarità. Addirittura un leader carismatico come Marwan Bargouthi, fondatore delle Brigate dei martiri di al-Aqsa, condannato a 5 ergastoli e oggi in carcere, dichiara che “gli attacchi suicidi sono stati un errore” e invita a una Terza Intifada che sia non violenta (non foss’altro perché la violenza ha danneggiato la causa palestinese più di quanto l’abbia aiutata).

                                                                                                               È evidente allora che l’atteggiamento da parte palestinese sia cambiato, 4 anni di relativa stabilità sono una buona dimostrazione, e se c’è una cosa certa è che nei Territori non vi è alcunché di emergenziale, piuttosto tutto è normalizzato. Continuare a mantenere, da parte israeliana, una repressione elevatissima come da Seconda Intifada, ma soprattutto continuare far sì che esistano le condizioni che quella provocarono (una su tutte la continua espansione delle colonie) non può portare ad altro che a perdere quest’occasione. Ad Israele si sta facendo un’offerta, né il fucile, né il ramoscello d’ulivo come immaginato da Arafat, solo un fiore, quello del partigiano, … vissuto per la libertà. Speriamo ne colga il senso.

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