La Turchia rivela il suo rapporto finale sull’attacco alla FF

Scritto il 2011-02-14 in News

Turkish Press. È stato reso pubblico venerdì il rapporto della Commissione d’inchiesta nazionale turca sull’attacco israeliano lanciato il 31 maggio scorso contro il convoglio umanitario della Freedom Flotilla, che tolse la vita ad otto turchi e a un americano di origine turca, senza contare i numerosi feriti.

In precedenza, la Turchia aveva chiesto più volte a Israele di porgere le sue scuse ufficiali e di risarcire le perdite e i danni causati dall’assalto illegittimo.

Il rapporto è stato ora inoltrato al gruppo di esperti nominati lo scorso agosto dal segretario generale dell’Onu, in base alla Dichiarazione presidenziale del giugno dello stesso anno, con la quale il Consiglio di Sicurezza richiese un’indagine rapida, imparziale, credibile, trasparente e conforme agli standard internazionali.

Il riepilogo del report ricorda che le forze militari israeliane, all’alba del 31 maggio 2010, attaccarono in acque internazionali un convoglio di sei navi organizzato da una coalizione di Ong di trentasette diversi paesi, che portava aiuti umanitari certificati alla Striscia di Gaza.

“L’attacco ha avuto luogo a settantadue miglia nautiche dalla costa più vicina, e sessantaquattro dalla zona dichiarata illegalmente – come vedremo – assediata da Israele. Come conseguenza dell’attacco, otto cittadini turchi e un cittadino Usa di origine turca sono stati uccisi. Oltre settanta passeggeri di varia nazionalità sono stati feriti. Uno di questi è ancora in stato di coma” si legge nel riepilogo.

Le navi salpate dalla Turchia, prosegue la Commissione nel report, erano state ispezionate a dovere per ragioni di sicurezza, di leggi sull’immigrazione e di dogana. I passeggeri a bordo, i loro effetti personali e la gran mole di aiuti umanitari erano stati anch’essi controllati in toto. Era stato così stabilito che non vi erano armi da fuoco o altra sorta di armi a bordo delle imbarcazioni. I porti turchi dai quali erano partite le navi sono certificati dal Codice internazionale per la sicurezza delle navi e delle installazioni portuali dell’Organizzazione marittima internazionale.

Quello delle forze israeliane fu un vero e proprio abbordaggio, ben organizzato e completo di fregate, elicotteri, scialuppe, sottomarini e truppe per il combattimento pesante, armate di mitragliatrici, pistole, fucili laser e fucili da simulazione modificati. I soldati israeliani spararono dall’elicottero sulla Mavi Marmara, usando le munizioni da guerra e uccidendo due passeggeri prima che qualunque soldato israeliano mettesse piede sul ponte della nave. Durante l’offensiva, i soldati israeliani fecero un uso eccessivo, indiscriminato e sproporzionato della forza contro i civili a bordo. L’azione militare israeliana fu talmente esagerata che la commissione nominata dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani utilizzò queste parole: “(…) violenza incredibile e del tutto fuori luogo (…) inaccettabili livelli di brutalità”. I passeggeri non fecero che esercitare il loro legittimo diritto all’auto-difesa, senza armi da fuoco, contro l’attacco armato delle forze israeliane.

Una volta che i militari ebbero preso possesso della nave, invece di ricorrere a modi cauti e moderati, continuarono a molestare e a terrorizzare i passeggeri, tormentandoli fisicamente, verbalmente e psicologicamente. I partecipanti alla Flotilla furono presi a calci, a pugni e a gomitate, furono privati di acqua e cibo, ammanettati, lasciati al sole e spruzzati per ore con l’acqua del mare, e gli fu impedito di accedere ai bagni.

Durante e dopo le dieci ore di viaggio verso il porto di Ashdod, in Israele, la maggior parte dei passeggeri restò in manette. Alcuni furono spogliati e perquisiti; le donne furono vittima di trattamenti sessualmente umilianti: una di loro, una giornalista, fu costretta a svestirsi più volte, e un metal detector le venne piazzato in mezzo alle gambe.

Tutti furono costretti a firmare dichiarazioni incriminanti scritte in ebraico – lingua che la maggior parte di loro non capiva nemmeno; non fu dato loro accesso ad alcuna forma di aiuto legale, né agli uffici consolari, e non fu fornita loro un’assistenza medica adeguata. Furono inoltre rinchiusi in spazi ristretti, dalle temperature proibitive.

Le autorità israeliane confiscarono illegalmente tutte le proprietà dei passeggeri. Oltre a questo, furono distrutte, inquinate o fatte sparire tutte le prove d’importanza critica che avrebbero fatto luce sull’episodio.

Le gravi violazioni continuarono durante tutto il soggiorno in Israele, persino nel corso del trasporto dalla prigione o dall’ospedale all’aeroporto Ben Gurion, che fu lo scenario del secondo episodio più brutale di questa tragedia. I passeggeri che arrivarono all’aeroporto, stremati dalle loro traversie, furono sbeffeggiati, esposti come se fossero stati dei terroristi, insultati, riempiti di sputi e spintonati: tutto questo solo per far scattare una minima scintilla di rissa, che risultò in pestaggi di massa in cui gli ufficiali che tormentavano gli attivisti vennero nascosti alla vista dei loro colleghi.

I corpi dei deceduti furono completamente lavati e rimpatriati in Turchia, senz’alcuna autopsia o rapporto medico. La stessa Mavi Marmara, restituita dopo sessantasei giorni di sequestro ad Ashdod, era stata totalmente pulita, le macchie di sangue sciacquate via e i buchi dei proiettili ricoperti con la vernice; il diario di bordo, il registro del capitano, i computer, i documenti navali erano spariti, le telecamere erano state distrutte e tutte le foto erano state confiscate e presumibilmente distrutte o nascoste.

A parte la natura illegale dell’attacco, l’uccisione di nove civili sulla Mavi Marmara fu prima di tutto una violazione del diritto alla vita sancito dalla Dichiarazione universale per i diritti umani, nonché dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, alla quale Israele aderì nel 1991. La legge internazionale fu violata anche con il maltrattamento dei feriti e degli altri passeggeri a bordo della Mavi Marmara e ad Ashdod, sia da parte dei militari che delle autorità israeliane.

Il fatto che le forze israeliane si siano rese responsabili di atti di tortura, maltrattamenti degradanti e inumani, privazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali – inclusi il diritto alla privacy, all’incolumità fisica e ad un giusto processo – ed abusi fisici e psicologici rappresenta inoltre una chiara violazione dell’articolo 7 della Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (anche questa vide l’adesione d’Israele nello stesso anno). Simili atti infrangono anche l’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani.

L’attacco israeliano contro il convoglio umanitario in acque internazionali implica poi una violazione della libertà e della sicurezza nella navigazione in mare aperto. La libertà di navigazione lontano dalla costa è una norma da tempo riconosciuta dalla legge internazionale tradizionale. La Convenzione per la navigazione in mare aperto del 1958 e la Convenzione marittima dell’Onu del 1982 codificano quelle che sono comunemente riconosciute come le norme internazionali dei viaggi in mare. Una delle componenti principali di queste norme è la giurisdizione esclusiva dello Stato di provenienza dell’imbarcazione.

Se non si tratta di portaerei, la Legge del mare limita ai soli casi di pirateria il diritto delle navi da guerra a sequestrare una nave di altra nazionalità, a confiscarne le proprietà e ad arrestare chi si trova a bordo.

Il fatto che Israele ometta di riconoscere un carattere internazionale al proprio conflitto armato con Hamas le impedisce di stabilire un embargo legittimo contro la Striscia di Gaza. Dal momento che quest’embargo è illegale, ogni atto compiuto in funzione di tale “embargo” è pertanto ugualmente illegale.

Esso, per le condizioni con le quali era stato imposto fino al 31 maggio 2010, violava anche i principi della legge internazionale che regola gli embargo, stabilita dagli accordi di San Remo.

Anche ammettendone per assurdo la validità di base, la sua applicazione lo avrebbe reso comunque illegale: era eccessivo, irragionevole e sproporzionato se si rapporta il vantaggio militare che comportava con il suo impatto sulla popolazione civile. Questo è stato documentato da numerose agenzie Onu e dalla comunità internazionale nel suo complesso.

Numerose dichiarazioni ufficiali hanno quindi definito l’embargo israeliano una “punizione collettiva di civili”, chiedendone la fine.

Altri requisiti non erano soddisfatti da Israele nell’attuazione del blocco commerciale, ad esempio la precisazione della sua durata e portata.

Israele esercita un controllo effettivo sulla Striscia di Gaza, ed è generalmente riconosciuto dalla comunità internazionale e dall’Onu come potenza occupante. Di conseguenza, Israele non può legittimamente imporvi un embargo.

Infine, tra i principi fondamentali della legge internazionale vi è il fatto che, quando viola i suoi obblighi internazionali, uno Stato ha il dovere di riparare ai torti fatti e fornire dei risarcimenti.

Questo caso dovrebbe fare da cartina al tornasole per testare la capacità della comunità internazionale di far valere il dominio della legge, poiché a nessuno Stato dovrebbe essere permesso di agire al di sopra delle regole. L’impunità deve fare strada alla responsabilizzazione: Israele deve riconoscere il proprio reato, porgere (come si conviene) delle pubbliche scuse alla Repubblica di Turchia e risarcire tutti i danni e le perdite che sono seguiti al suo attacco illegittimo.

La condanna dell’aggressione israeliana è importante anche per il futuro della navigazione in mare aperto. Se tale condanna non avverrà, si stabilirà un pericoloso precedente di violazione giustificata di questo diritto fondamentale, che avrà ripercussioni in un futuro troppo lontano perché possano essere valutate adeguatamente.

© Agenzia stampa Infopal
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