La versione di Israele

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L’Egitto diventerà un nuovo Iran? Tra incertezza e tachicardia, di là dal Sinai “l’unica democrazia del Medio Oriente” spia diffidente l’ennesimo deserto dei tartari.

Al momento, è ancora una semplice, pacifica frontiera: ma quello con l’Egitto, per gli israeliani,  non è più il confine, ma “il fronte egiziano” – e così quello con la Giordania. La premessa è una e indiscussa: archiviato Mubarak, l’Egitto diventerà un regime fondamentalista. E in ogni caso, l’istinto insegna a non fidarsi degli arabi: la stampa tracima di ora in ora di nuove analisi militari: si progettano ridispiegamenti di truppe da una collina all’altra, si calcola la sostenibilità finanziaria del riarmo, ci si interroga, soprattutto, su ultraortodossi e cittadini arabi, esenti dalla coscrizione ma a breve maggioranza della popolazione – difenderanno leali questo paese sempre più assediato?
Israele già si prepara a presidiare il canale di Suez. Adesso è il momento degli studenti, si prevede con toni cupi, degli ingegneri, di avvocati e imprenditori: ma il giorno delle elezioni non sarà il metropolitano milione di piazza Tahrir, a imporsi, ma i settanta milioni dell’interno rurale, facile preda dei Fratelli Musulmani. E l’esito sarà accettato, e anche esaltato, in nome della democrazia, e della cultura e dei valori egiziani: i laici e liberali si risveglieranno, scrive Ron Leshem, quando sarà ormai tardi, e come in Iran, solo per finire impiccati dal regime oscurantista che seguirà al governo di transizione.
Qualcuno, in realtà, è meno catastrofico: e come Israel Harel, prospetta cinico la rapida contaminazione della Giordania, affinché, scalzato il re Abdullah, il paese possa finalmente adempiere il suo destino di stato palestinese e inglobare gli ultimi scomodi coloni arabi di una West Bank ebraica. Ma sono giorni di incertezza e paura: la pace con l’Egitto, e così la pace con la Giordania, si ripete, è la condizione indispensabile per concentrare le forze sulLibano e l’Iran. E non che non sia vero: ma Begin, a dirla tutta, restituì il Sinai per intensificare la colonizzazione della West Bank. E allora, la pace con l’Egitto, la neutralizzazione del primo esercito del Medio Oriente è la condizione militare e economica indispensabile al mantenimento dell’occupazione.

Eppure sono giorni in cui la memoria non torna affatto al 1979, come si teme in Israele, anno della rivoluzione di Khomeini: ma al 1989 piuttosto, e alla rivoluzione nell’est Europa. A guardarli, i manifestanti di piazza Tahrir tutto sembrano tranne che talebani. Rivendicanodiritti e libertà, lavoro, pretendono riforme, trasparenza, democrazia: non invocano il Corano, ma la sovranità popolare – sono in strada per riappropriarsi del potere, non per affidarlo a Dio. Perché il riferimento, certo, è la Tunisia: ma il riferimento della Tunisia, a sua volta, è stato quell’Iran che ribolle, sotterraneo, contro un Ahmadinejad che ha prevalso in elezioni non meno truccate di quelle di Mubarak – e il cui modello di governo è oggi non un obiettivo da raggiungere, ma da colpire e rovesciare. Trent’anni fa, l’Islam radicale era ancora una via da sperimentare: adesso che ha generato solo repressione politica e stagnazione economica, non è un caso che a pochi chilometri dall’epicentro di piazza Tahrir,Hamas vieti i cortei di solidarietà, già blindandosi contro un’analoga rivolta. 
Ma niente di tutto questo trapela di là dal Sinai. Gli inviati israeliani sono a caccia di stelle gialle, le orecchie dritte per riportare frasi antisemite, certi di una imminente deriva islamica – anche se è proprio Israele, a fronte di una progressiva laicizzazione del Medio Oriente, a vivere una deriva fondamentalista: è in Israele che sempre più rabbini confondono la Torah con una costituzione, la sinagoga con il parlamento. Niente scalfisce il dibattito di questo paese perennemente in trincea, pronto all’assalto dei barbari. Gli intellettuali richiamano severi l’Occidente alla coerenza: lasciare Mubarak solo al suo destino, argomenta Ari Shavit, significa tradire un alleato, dimostrare l’inaffidabilità, l’inutilità del sostegno americano, innescando così un domino di instabilità – ma il vero tradimento dell’Occidente non è forse quello dei propri valori, il sostegno agli autoritarismi invece che a democrazia e diritti umani? Così, sul banco degli imputati, per Amos Orel, è non Netanyahu, che ostruisce il processo di pace anche davanti alla delegazione più arrendevole della storia palestinese, rendendo sempre più inevitabile l’opzione dello stato unico e dunque il declino di quello stato esclusivamente ebraico che crede di puntellare con la sua risolutezza: sul banco degli imputati è invece il capo dell’intelligence Aviv Kochavi, reo di avere dichiarato, ai primi sussulti della piazza, di non avere dubbi sulla solidità di Mubarak.
Un’altra rivolta è urgente: quella, copernicana, dello sguardo di Israele sul mondo arabo. Pagine e pagine di commenti e opinioni: la sola parola che non è stata pronunciata è “occupazione” – il solo ridispiegamento dell’esercito a cui nessuno ha pensato, la sola sicurezza che nessuno ha concepito, è il ritiro dalla West Bank, la libertà di Gaza.

I giornalisti, non solo israeliani, scandagliano la piazza in cerca di rassicuranti segni di occidentalizzazione. Esattamente come negli anni Settanta uno spettro si aggirava per il Medio Oriente, lo spettro panarabo di Nasser, nota Yitzhak Laor, e si spulciavano gli attivisti in cerca di indizi di socialismo – finanziando in contromisura le moschee – oggi si è in cerca di impronte di fondamentalismo islamico: e davanti al primo paio di Converse, corriamo a rasserenarci che questi arabi in fondo sono proprio come noi: parlano inglese, usano facebook: le ragazze vestono in jeans. Ma a parte che si naviga in internet, oggi, come nel 1979 si registravano su tecnologiche musicassette i sermoni di Khomeini – non è questa forse l’ennesima declinazione del nostro ostinato orientalismo? Si ha diritto a libertà e autodeterminazione solo se si è identici a noi: solo se la pratica di questa libertà e questa autodeterminazione sono vincolate e predeterminate – l’embargo contro Hamas insegna: la libertà di parola è una libertà da esercitare con il nostro linguaggio. Non è paura dell’Islam, quella di Israele e dell’Occidente, contesta Chomsky: è paura dell’indipendenza – d’altra parte, foraggiamo il più fondamentalista dei regimi, quell’Arabia Saudita che proibisce alle sue donne persino di guidare: semplicemente perché non ostacola le nostre politiche.Paura dell’indipendenza, di pensiero prima ancora che di governo, paura del turbamento di uno status quo che è tutto a nostro vantaggio: del turbamento del nostro dominio – perché in Mubarak Israele non ha trovato un alleato: le parole sono importanti: in Mubarak Israele ha trovato un complice nell’assedio di Gaza.

Certo, è ancora presto per capire come finirà. La democrazia, avverte Bobbio, ha la domanda facile e la risposta difficile: egiziani e tunisini sono nell’anticamera di complessi dilemmi e compromessi. Ma piazza Tahrir è anche la nostra piazza: perché quello status quo, quella dipendenza del resto del mondo, culturale prima che economica, dall’Occidente è nostro interesse che finisca: quell’atrofia e afasia è interesse delle migliaia di trentenni europei che pagano con l’esclusione un modello di democrazia, e di società e di economia che non propone, per dirla con Bauman, che soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche – che non offre che insicurezza e solitudine davanti al cortocircuito del welfare state innescato dalla globalizzazione. “Nessuno aveva previsto una rivolta contro Mubarak: Egitto, dimostraci che quello che nessuno si aspettava è possibile”, scrive Bradley Burston, “dimostraci che qualcosa è oltre la nostra capacità di progettazione, il nostro controllo, oltre la nostra certezza di sapere sempre cosa è meglio per noi e per il mondo”. E che emerga, e salda, finalmente, una democrazia non occidentale: capace di un migliore equilibrio tra libertà individuale e coesione sociale, oggi che non ci riscopriamo che consumatori apparentemente liberi, sostanzialmente soli, sottilmente subalterni. Dovrebbe essere il contrario, per l’unica democrazia del Medio Oriente: ma Israele, senza Mubarak, sembra sentirsi più solo. Forse la verità è che con bambini consumati dalla malnutrizione, e senza più negoziati reali in corso, come snudato dai Palestine Papers, con una disoccupazione che è il doppio di quella egiziana, una repressione chiamata stabilità non sarà tollerata a lungo: uno strangolamento chiamato processo di pace – la verità è che come lo Yemen e la Giordania, il Marocco e la Siria, come tanti altri stati autoritari del Medio Oriente Israele ha paura della rivolta di cinque milioni di persone che come i libici di Gheddafi, sono sottoposte da quarant’anni alla sua volontà senza il minimo diritto.

da Francesca Borri

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