LA VITTIMIZZAZIONE DELLE DONNE DI GAZA

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Di  Ramzy Baroud

6 settembre 2018

Hanan al-Khoudari è ricorsa a Facebook  per lanciare un grido di aiuto quando le autorità israeliane hanno rifiutato la sua richiesta di accompagnare il suo figlio di 3 anni, Louay, alla seduta di chemioterapia a Gerusalemme Est.

Il bambino soffre di un ‘sarcoma aggressivo dei tessuti molli’. Le autorità israeliane hanno allora giustificato la loro decisione con la vaga affermazione che uno dei parenti di Hannan è un ‘agente di Hamas’.

Il gruppo israeliano per i diritti umani, Gisha, ha riferito che lo stato è riluttante a definire precisamente che cosa significa essere un ‘agente di Hamas.’ Anche se viene offerta una spiegazione, negare ai Palestinesi gravemente ammalati di ricevere cure che possono salvare la vita, resta un atto immorale e illegale.

“Lo stato sta condannando le richiedenti a un’esistenza di sofferenze,” ha detto Muna Haddad, un’avvocatessa di Gisha. Con il termine ‘richiedenti’ si riferiva a sette donne di Gaza alle quali era stato  negato l’accesso a cure mediche urgenti da Israele, cosa che  richiedeva di  lasciare la Striscia di Gaza assediata.

La sofferenza delle donne di Gaza raramente fa notizia. Quando le donne palestinesi non sono invisibili negli articoli dei media occidentali, sono considerate vittime sfortunate di circostanze al di fuori del loro controllo.

Il fatto che una donna di Gaza sia ‘condannata  a morte’ soltanto perché un parente maschio è bandito da Israele, è un comportamento molto tipico da parte di un paese che stranamente si presenta a livello internazionale come un’oasi di uguaglianza e di diritti delle donne. Alimenta la falsa idea che le donne palestinesi siano intrappolate in un “conflitto” in cui non hanno nessuna parte. Queste rappresentazioni sbagliate minano l’urgenza politica e umanitaria della brutta situazione delle donne palestinesi e del popolo palestinese nel suo complesso.

In verità, le donne palestinesi non sono certo spettatrici nella vittimizzazione collettiva. Meritano di diventare visibili e comprese nel più ampio contesto dell’occupazione israeliana della Palestina.

Le sette donne che  hanno presentato petizioni al tribunale israeliano e la storia di Hanan al-Khoudari, sono soltanto una piccola descrizione delle migliaia di donne che stanno soffrendo a Gaza senza avvocati o copertura mediatica.

Ho parlato con parecchie di queste donne – la cui sofferenza è pari solo alla loro incredibile capacità di resilienza – e che meritano più del semplice riconoscimento, ma anche di un urgente rimedio.

Shaima Tayseer Ibrahim, 19 anni, di Rafah nella zona sud di Gaza, riesce a malapena a parlare. Il suo tumore al cervello ha colpito  la sua mobilità e la sua capacità di esprimersi. Eppure è determinata a proseguire la sua laurea in Scienze della Formazione di base presso l’Al-Quds Open University di Rafah, nella parte della Striscia di Gaza.

Il dolore che questa diciannovenne sta sopportando è straordinario anche per gli standard della povera, isolata Gaza. È la maggiore di cinque figli di una famiglia  che è caduta  in povertà dopo l’assedio israeliano. Suo padre è in pensione e la famiglia lotta per andare avanti ma, ciononostante  che Shaima è determinata a ricevere un’istruzione.

Era fidanzata e si sarebbe sposata dopo la laurea all’università. La speranza ha ancora un modo per arrivare al cuore dei Palestinesi di Gaza e Shaima sperava in un futuro più luminoso per se stessa e la sua famiglia.

Il 12 marzo, però,  ha cambiato tutto.

Quel giorno, a Shaima è stato diagnosticato un aggressivo cancro al cervello. In quel giorno a Shaima è stato diagnosticato un cancro aggressivo al cervello. Proprio prima del suo primo intervento chirurgico all’ospedale Al-Makassed di Gerusalemme, il 4 aprile, il fidanzato ha rotto il fidanzamento.

L’operazione ha lasciato Shaima con una paralisi parziale. Parla e si muove con grande difficoltà. Ma ci sono state altre cattive notizie; ulteriori test in un ospedale di Gaza hanno dimostrato che il tumore non era stato completamente rimosso e che deve essere estratto rapidamente prima che si diffonda ulteriormente.

A peggiorare le cose, il 12 agosto il Ministero della Sanità a Gaza ha annunciato che non sarebbe più stato in grado di curare i malati di cancro nell’enclave sotto assedio israeliano.

Shaima sta ora combattendo per la sua vita mentre attende il permesso israeliano di attraversare il checkpoint di Beit Hanoun (che Israele chiama  valico di Erez ) in Cisgiordania, attraverso Israele, per un intervento  chirurgico urgente.

Molti abitanti di Gaza sono morti in quel modo, in attesa di pezzi di carta, o di un permesso che non si è mai materializzato. Shaima, tuttavia, resta fiduciosa, mentre tutta la sua famiglia prega costantemente che la figlia maggiore abbia la meglio nella sua lotta contro il cancro e riprenda gli studi per perseguire un diploma universitario.

Dall’altra parte di Gaza, Dwlat Fawzi Younis, 33 anni di Beit Hanoun, vive un’esperienza simile. Dwlat, però, si occupa anche di una famiglia di 11 persone, compresi i suoi nipoti e il padre gravemente malato.

E’ dovuta diventare la persona che mantiene la  famiglia quando suo padre, 55 anni, ha sofferto di insufficienza renale e non è stato più in grado di lavorare.

Si è presa cura di tutta la famiglia con i soldi  he ha guadagnato lavorando come parrucchiera. I suoi fratelli e sorelle sono tutti disoccupati. Era solita aiutare anche loro, ogni volta che poteva.

Dwlat è una persona forte; è sempre stata così. Forse è stata la sua esperienza del 3 novembre 2006 a rafforzare la sua determinazione. Un soldato israeliano le ha sparato mentre stava protestando con un gruppo di donne contro l’attacco israeliano e la distruzione della storica moschea Umm Al-Nasr a Beit Hanoun. Quel giorno due donne sono state uccise. Dwlat è stata colpita da una pallottola al bacino, ma è sopravvissuta.

Dopo mesi di cure, si è ripresa e ha ricominciat la sua lotta quotidiana. Durante le proteste  non ha mai neanche perso un’occasione durante di far sentire la sua voce in solidarietà con la sua gente.

Il 14 maggio 2018, quando gli Stati Uniti hanno trasferito ufficialmente la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, 60 manifestanti palestinesi sono stati uccisi e quasi 3.000 feriti alla recinzione di Gaza-Israele. Dwlat è stata colpita alla coscia destra, il proiettile è penetrato nell’osso e ha attraversato l’arteria da parte a parte.

Da allora la sua salute si è deteriorata rapidamente e ora non è più in grado di lavorare. Ma Israele non ha ancora accolto la sua richiesta di essere trasferita all’ospedale Al-Makassed di Gerusalemme per ricevere cure.

Tuttavia, Dwlat insiste sul fatto che continuerà a essere un membro attivo e responsabile della comunità di Gaza, anche se ciò significherà partecipare alle proteste lungo la recinzione di Gaza con le stampelle.

In realtà, queste donne incarnano lo straordinario spirito e coraggio di ogni donna palestinese che vive sotto occupazione e l’assedio di Israele in Cisgiordania e Gaza.

Sopportano e persistono, nonostante l’enorme prezzo che pagano, e continuano la lotta di generazioni di coraggiose donne palestinesi che sono venute prima di loro.

 

Ramzy Baroud è un giornalista, scrittore e direttore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è: ‘The Last Earth: A Palestinian Story’ (Pluto Press, London). Baroud ha un dottorato in Studi Palestinesi dell’Università di Exeter ed è Studioso  Non Residente presso il Centro Orfalea per gli Studi Globali e Internazionali all’Università della California, sede di Santa Barbara. Il sui suo sito web è: www.ramzybaroud.net.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-victimization-of-gaza-women

Originale: non indicato

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

La vittimizzazione delle donne di Gaza

http://znetitaly.altervista.org/art/25793

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