L’ACCORDO FARSA DEL SECOLO – di Paola Caridi

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tratto da: invisiblearabs

OLYMPUS DIGITAL CAMERA . nell’immagine di OchaOPT, il sobborgo di Kafr Aqab

Non c’è nessuna rivoluzione nell’approccio americano verso la questione israelo-palestinese. Il cosiddetto “Accordo del Secolo”, descritto dal presidente statunitense Donald J. Trump come un piano senza precedenti, sancisce semplicemente ciò che sul terreno è già stato realizzato dai diversi governi israeliani che si sono succeduti sin dai primi passi del processo di Oslo. In poco meno, dunque, di trent’anni. Le due mappe inserite nel piano lungo 181 pagine e intitolato Peace to Prosperity sono chiarissime, almeno a chi conosce nei dettagli la questione territoriale: gli Stati Uniti mettono tutto il loro peso su quello che gli israeliani hanno già realizzato dal punto di vista amministrativo, militare, urbanistico, economico in tutti i Territori palestinesi occupati. Attorno a Gaza, all’interno della Cisgiordania, dentro Gerusalemme.

Lo avevano già fatto prima, soprattutto con le amministrazioni di Bill Clinton e di George Bush jr. Uno solo, tra i tanti possibili esempi. Risale al 2004, quando Bush, in una lettera indirizzata all’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon, scrisse che, “alla luce della realtà sul terreno, inclusi i maggiori centri urbani israeliani, è irrealistico aspettarsi che il risultato dei negoziati riguardanti lo status finale prevedano il ritorno alle linee dell’armistizio del 1949”. Cioè quella che nella vulgata è chiamata (erroneamente) la linea del 1967. La Linea Verde. Sharon, in un discorso di qualche mese dopo, era stato ancor più netto. “Le intese tra me e il presidente degli Stati Uniti – aveva detto in una conferenza a Herzliya – proteggono gli interessi più importanti per Israele: anzitutto, non domandare il ritorno ai confini del 1967, consentire a Israele di tenersi gli insediamenti più grandi e densamente popolati, e il rifiuto totale a consentire ai profughi palestinesi il ritorno in Israele”.

I fatti sul terreno, già allora, parlavano chiarissimo. Qual è, dunque, la differenza tra la politica statunitense tenuta dalle scorse amministrazioni e quella messa nero su bianco da Trump nel suo “Accordo del secolo”? Aver tolto il velo a un’ambiguità di fondo, che Washington fosse in disaccordo con  la presenza sempre più imponente di Israele dentro la Cisgiordania, costruita attraverso la crescita demografica e urbanistica degli insediamenti, vere e proprie città in cui ora vivono oltre 400mila persone. Una crescita che va di pari passo con la fitta rete di strade e superstrade che collegano le colonie a Israele e con il controllo delle risorse idriche. E infine, con la separazione in cantoni della Cisgiordania, realizzata in gran velocità negli scorsi quindici anni. Di questo disegno fa parte integrante il Muro di separazione, per gli israeliani Barriera difensiva, che delinea fisicamente – come si sapeva fin dalla sua progettazione e realizzazione, ben 17 anni fa – i nuovi confini di Israele e Palestina, ben distanti dalla Linea Verde, ingloba le grandi colonie, stacca Gerusalemme dalla Palestina, divide Ramallah da Betlemme.

Gli Stati Uniti non sono più da tempo, in sostanza, una figura credibile di mediazione tra israeliani e palestinesi, né l’Unione Europea – come si è visto anche dal balbettio di questi ultimi giorni con il quale Bruxelles ha reagito alla “visione” di Trump – è mai riuscita ad avere un profilo autorevole e indipendente, così da fungere da mediatore alternativo. Eppure, nel corso degli anni, Bruxelles era stata avvisata per tempo dai consoli generali europei a Gerusalemme, nei loro rapporti annuali, di quello che sul terreno stava succedendo, e del rapido superamento di quel punto di non ritorno che avrebbe affossato la “soluzione dei due Stati”, uno israeliano e uno palestinese, uno accanto all’altro in pace e in sicurezza.

Trump e suo genero Jared Kushner – l’uomo che lega il presidente agli ambienti conservatori nel variegato contesto ebraico americano e, poi, alla destra israeliana – hanno solo tolto il velo dell’ambiguità deciso di scegliere con nettezza una delle parti in causa. Se si vuole, anche dal punto di vista plastico, quando Trump ha deciso di tenere la conferenza stampa di presentazione dell’”Accordo del secolo” avendo accanto a sé Benjamin Netanyahu. Solo Netanyahu. Premier dimezzato, poiché è in carica per la gestione degli affari correnti tra un’elezione (persa) e una alle porte (il prossimo marzo), e dunque ancor più bisognoso di un sostegno da parte del potente alleato alla Casa Bianca.

Peace to Prosperitynon è altro che la versione scritta di quello che la conferenza stampa ha rappresentato dal punto di vista scenico. Gli USA hanno scelto di definire  da che parte stare, imponendo ai palestinesi un piano “prendere o lasciare”, preciso e chirurgico nella definizione dei dettagli.

Perché se non conosciamo né il loro nome e cognome, né la loro nazionalità, una cosa la sappiamo per certa, degli estensori che hanno vergato e disegnato il cosiddetto “Accordo del Secolo”. Conoscono centimetro per centimetro la geografia di tutto il territorio che si estende dal mar Mediterraneo al mar Morto: conoscono Israele, conoscono la Palestina, hanno ben chiare le fonti d’approvvigionamento idrico, le strade esistenti e quelle che si possono ancora costruire, le colline, gli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania, le terre coltivate della valle del Giordano e i palmeti che si estendono dal lato israeliano e giordano del Mar Morto. Vien quasi da pensare che quelle poche decine di pagine dedicate alla definizione dei confini e alle mappe siano state elaborate da chi, sul piano amministrativo, sia civile sia militare, frequenta quotidianamente i luoghi di cui parla. Sembra, insomma, essere stato scritto da mano israeliana.

Lo si capisce bene quando si affronta il caso di Gerusalemme. In conferenza stampa, Trump ha parlato genericamente di Gerusalemme est capitale palestinese, e così hanno pedissequamente rilanciato la notizia giornali e giornalisti di tutto il mondo. I dettagli indicati in Peace to Prosperityparlano invece un’altra lingua, e descrivono un’altra realtà. La supposta capitale palestinese sarebbe al di là del Muro di separazione, nei sobborghi periferici, slabbrati, privi di qualsiasi tessuto urbano degno di questo nome. È il risultato della decisione, presa da Trump nel novembre 2017, di riconoscere Gerusalemme capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele. La sua “visione per la pace” conferma semplicemente quanto già definito, allora, con lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Gerusalemme è città indivisa, capitale dello Stato di Israele. I sobborghi al di là del Muro di cemento, verso Ramallah, potrebbero essere la capitale del futuro Stato di Palestina.

“La capitale sovrana dello Stato di Palestina dovrà essere nella sezione di Gerusalemme est che si trova in tutte le zone a est e a nord della barriera di sicurezza esistente, incluso Kafr Aqab, la parte orientale di Shuafat e Abu Dis, e potrà essere chiamata Al Quds o con qualsiasi altro nome deciso dallo Stato di Palestina”. Al Quds, Gerusalemme in arabo, è ben altro. È la Città Vecchia, è la città tutta. Così come Yerushalaim, Gerusalemme in ebraico, è la città tutta. Al Quds non è una sequenza di sobborghi senz’anima, nati o sviluppatisi in maniera caotica dopo la costruzione del Muro di separazione, non-luoghi (nell’accezione di Marc Augè) senza storia. Separati dalla città, da Gerusalemme, e Gerusalemme a sua volta separata dalla Cisgiordania anche da un corridoio d’asfalto che già da anni è inciso sulla terra e arriva sino a Gerico, sino al Mar Morto, congiungendo la Gerusalemme tutta israeliana con la Valle del Giordano, che Israele annette per questioni di sicurezza, senza alcun timore nei confronti del diritto internazionale e delle Nazioni Unite.

Perché l’altro elemento chiarissimo, nell’”Accordo del Secolo”, è che lo Stato di Palestina non esiste. Non esiste lo Stato numero 194 delle Nazioni Unite. E nei fatti Trump ha perfettamente ragione. Lo Stato di Palestina è un embrione istituzionale riconosciuto in alcuni organismi internazionali, e una finzione nella realtà. Sul terreno. Nei fatti. Tale rimane anche nella “visione” di Trump, perché quello che propone e dettaglia non è niente altro se non un bantustan che può essere tenuto artificialmente in vita, e sotto tutela, da forti finanziamenti. Miliardi di dollari. Molti miliardi di dollari.

Comunque, una farsa.

L’accordo farsa del secolo

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