L’Alta Corte israeliana si rifiuta di rilasciare malato palestinese in sciopero della fame.

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tratto da: https://www.invictapalestina.org/archives/40613

16/10/2020

L’Alta Corte insiste affinché Maher al-Akhras, ricoverato in gravi condizioni, concluda la sua protesta di 78 giorni prima di essere rilasciato dalla detenzione amministrativa.

Fonte: English Version

Orly Noy – 12 ottobre 2020

Immagine di copertina: Taghrid al-Akhras, moglie del detenuto amministrativo palestinese Maher al-Akhras, mostra le fotografie di suo marito fuori dal Kaplan Medical Center a Rehovot, dove è  al 73 ° giorno di sciopero della fame. (Oren Ziv / Activestills)

Lunedì mattina, in una sala semivuota, l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha ascoltato una petizione urgente per il rilascio di Maher al-Akhras, un detenuto amministrativo palestinese che negli ultimi 78 giorni ha intrapreso uno sciopero della fame.

Alla fine dell’udienza, i tre collegi giudiziari – composti da Yael Willner, Noam Solberg e Menachem Mazuz – hanno ribadito la loro precedente proposta che al-Akhras cessi lo sciopero della fame e venga rilasciato dalla detenzione il 26 novembre, giorno in cui scade il suo ordine amministrativo. Al-Akhras ha respinto la proposta.

Le restrizioni israeliane sul coronavirus, a quanto pare, sono state solo una parte delle ragioni per  la scarsa presenza di pubblico in aula, che comprendeva tre membri della Joint List  (Ahmad Tibi, Osama Saadi e Yousef Jabareen) e diversi attivisti. A parte me, non c’era un solo giornalista  a seguire l’audizione.

Al-Akhras, 49 anni, padre di sei figli, proveniente  dal villaggio di Silat al-Dahr nella Cisgiordania occupata, è stato arrestato il 28 luglio. Il 7 agosto è stato posto in detenzione amministrativa per quattro mesi dopo che le autorità israeliane lo  avevano definito un “agente di spicco della Jihad islamica”, un’affermazione che al-Akhras nega apertamente.

Ha iniziato lo sciopero della fame il giorno del suo arresto e a seguito di un grave deterioramento della sua salute è stato ricoverato presso il Kaplan Medical Center di Rehovot, dove si trova  dal 6 settembre. Le sue condizioni hanno indotto l’Alta Corte a congelare temporaneamente la sua detenzione, ma al-Akhras ha continuato il suo sciopero della fame, chiedendo che la sua detenzione fosse revocata completamente. Ha ripetutamente rifiutato le cure mediche.

In quanto detenuto amministrativo, ad al-Akhras non è stato comunicato  di quali crimini è accusato, né gli sono state mostrate le prove raccolte contro di lui o gli è stata offerta l’opportunità di difendersi in tribunale. La totale mancanza di copertura mediatica del suo sciopero della fame dimostra che il suo destino non interessa l’opinione pubblica israeliana.

Il 1 ottobre, l’avvocato di al-Akhras, Ahlam Haddad, ha presentato una petizione d’urgenza all’Alta Corte, sperando che ciò determinasse il suo rilascio. Il tribunale ha respinto la petizione sulla base di un’affermazione dello Shin Bet secondo cui al-Akhras, il giorno successivo al congelamento della sua detenzione, dal suo letto d’ospedale aveva pubblicato un video in cui si sarebbe vantato di appartenere alla Jihad islamica. Tuttavia, come ha scritto Hagar Shezaf in Haaretz, dopo che le parole di al-Akhras sono state trascritte e tradotte, è diventato chiaro che le accuse dello Shin Bet erano false. Ma ormai era troppo tardi.

Dal momento che l’udienza sul caso di al-Akhras  di lunedì mattina è stata  la terza in un periodo relativamente breve, il giudice Solberg ha chiesto cosa sia cambiato perché il caso meriti un’altra udienza. “Dopotutto, pochi giorni fa lei [Haddad, avvocato di al-Akhras] è comparso davanti alla corte esattamente con gli stessi fatti.”

Questa frase da sola è sufficiente a rivelare il divario tra la corte e Haddad. Poiché i fatti legali non sono cambiati dall’ultima udienza, Solberg non vede alcun cambiamento nella situazione. Ma per quanto riguarda Haddad, la situazione è cambiata drasticamente, da quando al-Akhras è entrato nel 78° giorno del suo sciopero e si sta rapidamente avvicinando alla morte.

Il detenuto amministrativo palestinese Maher al-Akhras, 49 anni, nel Kaplan Medical Center, Rehovot, dove è al 73° giorno di sciopero della fame. (Oren Ziv / Activestills)

Haddad ha iniziato con una carrellata  di dati di letteratura medica sulle condizioni di una persona dopo uno sciopero della fame così prolungato (“È in pericolo di morte, una morte improvvisa che potrebbe sopraggiungere da un momento all’altro”), prima di ricordare alla corte esattamente perché al-Akhras si rifiuta di mangiare: ”È in sciopero della fame contro la detenzione amministrativa, condizione in cui il prigioniero e il suo avvocato perdono tutti gli strumenti per potersi difendere. Non abbiamo accesso alle informazioni riservate, nessuna possibilità di interrogare la fonte di tali informazioni.”

Ha continuato: “L’uomo non ha avuto un processo. Dice che è innocente e non ha nulla a che fare con le accuse. “Mostratemi una prova che ho infranto la legge e poi mi potrete giudicare”, ha detto. Vi sto chiedendo di trovare una soluzione per lui. Nessuno tra noi vuole che muoia. Ha già subito abbastanza danni irreversibili.”

Haddad ha poi parlato del cosiddetto video “riservato” – che in seguito si è scoperto essere stato diffuso sui social media – su cui si è basata la decisione originaria della corte.

“Una volta che il tribunale si è reso conto che questo materiale era visibile a tutti, avrebbe dovuto informarne la difesa”, ha detto Haddad. “Tra il momento dell’udienza e la trascrizione del video, il tribunale aveva già emesso un verdetto che indicava reati gravi e inesatti. C’è un divario tra quanto detto nel verdetto e la trascrizione. La trascrizione mostra una dichiarazione di routine fornita da chi è in sciopero della fame. Non c’è né incitamento né affiliazione organizzativa nei suoi commenti. Se la trascrizione fosse stata presentata al tribunale, è possibile che la decisione sarebbe stata diversa. ”

Il rappresentante dello Stato in udienza ha risposto laconicamente ad Haddad: “Questa è la terza petizione relativa allo stesso mandato d’arresto. La corte ha già stabilito che uno sciopero della fame di per sé non costituisce motivo di rilascio“.

Poi è intervenuto il giudice Mazuz. “Non ho visto un ordine relativo a restrizioni  che riguardi al-Akhras, perché non appena ha cessato di essere un detenuto amministrativo, questo è diventato irrilevante, l’arresto è stato sospeso”, ha detto. “L’argomento è contro la restrizione che gli impedisce di tornare a casa. A cosa è  legata questa restrizione nella legge e a cosa serve? So di un mandato d’arresto, so di un ordine restrittivo – ci sono molti ordini. Non conosco  qualcosa che sia solo implicito e non scritto esplicitamente da qualche  parte.”

Quando il rappresentante dello Stato ha sottolineato che il mandato di arresto contro al-Akhras era stato “sospeso” e non revocato, Mazuz ha osservato: “Ciò significa che al momento non è valido, quindi fino a quando l’ordine di detenzione giunge al termine, resta in detenzione. Ma cosa succede quando l’ordine di detenzione è sospeso, quali sono le restrizioni? ”

“Leggiamo le cose in modo diverso”, ha risposto il rappresentante. “L’ordine di detenzione sospeso non è scomparso, nel senso che le sue disposizioni operative sono state sospese, ma al-Akhras è ancora soggetto alle disposizioni della sentenza dell’Alta Corte. Le disposizioni della sentenza stabiliscono che rimarrà in ospedale e potrà ricevere cure e alimentazione, se lo desidera. Le chiavi della sua salute sono nelle sue mani“.

Questa frase, “Le chiavi della sua salute sono nelle sue mani”, viene successivamente ripetuta dai giudici Solberg e Willner. In altre parole, lo Stato di Israele si riserva il diritto di trattenere una persona e trattenerla senza processo e senza dargli la possibilità di difendersi, mentre il detenuto si riserva il diritto di morire di fame per protesta, se così decide.

Il presidente della Corte suprema Esther Hayut e altri giudici arrivano a un’udienza in tribunale, il 5 febbraio 2020 (Yonatan Sindel / Flash90)

Mazuz ha continuato a incalzare il rappresentante dello Stato: “La sentenza non crea un nuovo strumento legale… Dice che non c’è detenzione, ma c’è un ordine restrittivo. Non ho visto in nessuna sentenza un’ancora legale per questa interpretazione, secondo la quale non esiste un ordine di detenzione eppure esiste un ordine per impedire a una persona di essere scarcerata. Dopo tutto, non è stato emesso alcun ordine di restrizione.”

E poi, in una sola domanda, Mazuz ha riassunto l’assurdità in atto: “Che interesse ha lo Stato per questo provvedimento?” ha chiesto ai rappresentanti dello Stato. “Supponiamo che ci fosse un ordine. Una volta che il mandato d’arresto è stato sospeso, quale interesse c’è nel tenere al-Akhras a Kaplan piuttosto che a casa o in un ospedale di Ramallah?”

Quando il procuratore dello Stato ha ripetuto che il destino di al-Akhras era nelle sue mani, Mazuz ha risposto: “Se gli succede qualcosa, la responsabilità ricadrà sullo Stato di Israele e tutte le chiacchiere non serviranno a niente. Se torna a casa, è responsabilità sua e della sua famiglia. Semplicemente non capisco la logica alla base della sospensione della detenzione da parte dello Stato di Israele. pur continuando ad assumersi la responsabilità del suo destino“.

Qui il rappresentante dello Stato ha  presentato un’argomentazione altrettanto sorprendente: “Innanzitutto non abbiamo avviato la sospensione e stiamo cercando di rispettarla. La sospensione dell’ordine non invalida l’ordine stesso e consente al comandante militare di rinnovarlo finché sussiste il rischio. Questa sospensione consente allo Stato di riprendere la detenzione non appena le sue condizioni miglioreranno, e la necessità di inviare le forze di sicurezza israeliane a Ramallah per arrestarlo nuovamente è una considerazione cruciale. Per noi non c’è stato alcun cambiamento che richieda un intervento giudiziario a distanza di pochi giorni fa”.

In altre parole, il rappresentante dello Stato ha ammesso non solo che la durata dell’ordine amministrativo è ampiamente arbitraria, ma che esiste la possibilità che al-Akhras venga nuovamente arrestato o che il suo ordine di detenzione amministrativa venga esteso. Inoltre, ha chiarito che il desiderio di non dover  inviare forze di occupazione in Cisgiordania per arrestare di nuovo al-Akhras, giustifica il tenerlo in custodia, anche se  in pericolo di morte.

Il rappresentante dello stato ha successivamente dichiarato che diverso “materiale riservato” era pervenuto alle autorità israeliane e ha riferito che il consulente legale della regione di Giudea e Samaria aveva chiesto al soggetto se fosse disposto a porre fine allo sciopero della fame nel caso in cui i funzionari della sicurezza avessero accettato di non estendere l’ordine amministrativo oltre 26 novembre, ma che Al-Akhras aveva  rifiutato l’offerta.

Haddad ha risposto: “Cos’è questo nuovo materiale riservato? Altri video? Ha già dichiarato che non è responsabile di ciò che le organizzazioni palestinesi rivendicano in suo nome, non è responsabile di ciò di cui stanno parlando e non è affiliato a nessuna organizzazione. Vuole solo uscire e non morire a Kaplan.”

A questo punto, i rappresentanti dello Stato hanno presentato ai giudici il “materiale riservato”, una pratica comune quando si parla del destino dei palestinesi. E così, con il consenso di Haddad, tutti hanno lasciato l’aula per non disturbare la discussione interna ebraica israeliana tra i giudici e lo Stato su un uomo palestinese che potrebbe morire senza nemmeno vedere un giudice.

Lo Stato di Israele non è interessato ad assumersi la responsabilità della morte di un detenuto che non è mai stato incriminato. Tuttavia, allo stesso tempo, ha difficoltà a tornare sui propri passi. Che tipo di pericolo rappresenta un uomo morente, tanto da impedirne  il rilascio immediato? Questa domanda è rimasta senza risposta.

Orly Noy è un editrice di Local Call, attivista politico e traduttrice di poesia e prosa farsi. È membro del consiglio esecutivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. La sua scrittura affronta le linee che intersecano e definiscono la sua identità di Mizrahi, una donna di sinistra, una donna, una migrante temporanea che vive all’interno di una migrazione  perpetua, e il dialogo costante tra loro.

 

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –Invictapalestina.org

 

L’Alta Corte israeliana si rifiuta di rilasciare malato palestinese in sciopero della fame.

 

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