Lancio di note oltre le sbarre

“Lanciare pietre è il diritto e il dovere di chiunque sia soggetto ad un regime straniero. Lanciare pietre è un’azione ma anche la metafora della resistenza. La persecuzione dei lanciatori di pietre, compresi bambini di otto anni, è parte inseparabile – anche se non sempre chiaramente enunciata – dei requisiti professionali del regime straniero, così come gli spari, le torture, la confisca di terre, le restrizioni al movimento e la diseguale distribuzione delle risorse idriche.”
(Amira Hass, 6 aprile 2013, Haaretz)

Qualche anno fa, con Ramzi e Céline alla sede di Al Kamandjâti. Un portone di bronzo, quasi una scultura, ideata e creata da Riwaq, un centro per la conservazione dei beni architettonici palestinesi, incastonata tra le case scrostate di un quartiere di Ramallah. Nel cortile assolato, attorno al tavolo imbandito per noi fino all’inverosimile, si avvicina Oday. Ha quindici anni, ne dimostra dieci. Smilzo, dal sorriso tenero. La voce che appena accenna al cambiamento e che ancora vibra di toni e vitalità di un’infanzia vissuta con difficoltà nel campo profughi di Al Fawwar, vicino a Hebron. Jeans e maglioncino per questo adolescente bambino che non conosce marche e mode. Ma che si stropiccia le mani felice e si alza in piedi guardando lontano, oltre le case, appena Ramzi, il suo maestro, afferra il violino e gli suggerisce l’attacco. Canta Oday, con voce malinconica e sicura. Canta e sorride, e nell’aria si spande il suono del suo riscatto.
Oday ragazzino non lanciava le pietre nemmeno allora. Anche se secondo Hamira Hass ne avrebbe avuto tutto il diritto. Oday cantava da quando aveva 9 anni, e, dai 14 cantava con i Dalouna, scoperto da Ramzi Aburedwan, che forse in lui rileggeva la sua stessa storia: le fatiche e le speranze di chi cerca il riscatto lanciando note di resistenza al nemico che opprime.
La fermezza (“Sumud”) e la resistenza contro la violenza fisica, sistemica e istituzionalizzata è il cuore della sintassi interna del popolo palestinese in questa terra. Si riflette ogni giorno, ogni ora, ogni momento, senza pause. (…) Spesso il lancio di pietre è figlio della noia, di eccessiva spinta ormonale, imitazione, millanteria e competizione. Ma nella sintassi interna delle relazioni tra occupante e occupato, il lancio di pietre è l’aggettivo della questione: “Ne abbiamo abbastanza di voi, occupanti”. Dopo tutto, gli adolescenti potrebbero trovare altre vie per dare sfogo ai loro ormoni senza il rischio di arresti, multe, ferimenti e morte. (Amira Hass, 6 aprile 2013, Haaretz)
Oday cantava anche a Venezia, arrivato nella mia città in questo posto strano, aveva visto il mare e la laguna, e i suoi occhi sprizzavano gioia. E si meravigliava della vita. Tutto per lui era stupore ma anche no. Mi veniva da coccolarlo e proteggerlo, Oday, così uguale eppure diverso dai miei figli suoi coetanei. Con vite così lontane. Sembrava un bambino vicino a loro, eppure ne era anche il fratello maggiore. Quello che ne aveva già passate tante. Che non si curava della felpa e dei jeans alla moda, ma che si rivolgeva a Ramzi chiedendo solo: quando canto? E praticava così, già allora, il suo personale sumud.
Anche se si tratta di un diritto e un dovere, varie forme di fermezza e resistenza al regime straniero, così come alle sue regole e limitazioni, dovrebbero essere insegnate e sviluppare. Le limitazioni potrebbero includere la distinzione tra civili e chi porta con sé un’arma, tra bambini e chi è in uniforme, così come l’analisi dei fallimenti nell’usare le armi. (Amira Hass, 6 aprile 2013, Haaretz)
Oday al-Khatib, oggi ventiduenne, è stato arrestato il 19 marzo dai soldati israeliani sulle tracce di alcuni giovani lanciatori di pietre della zona. Le circostanze in cui pare essersi svolto il suo arresto – racconta Nicola Perugini – gettano un dubbio sulle accuse. Stando alle interviste rilasciate dai genitori, Oday stava aspettando un amico su una collina di Al Fawwar, e non faceva parte del gruppo dei lanciatori di pietre. Jihad Khatib, il padre di Oday, ha riferito a un rappresentante di zona del noto gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem: “Mentre Oday aspettava, alcuni ragazzi hanno lanciato delle pietre contro dei soldati che si trovavano nella zona. Quando i soldati si sono messi a inseguire i ragazzi, non gli è nemmeno passato in mente che se la potessero prendere con lui. Altrimenti sarebbe scappato. “
Avrebbe senso che le scuole palestinesi introducessero lezioni di resistenza: come costruire numerosi villaggi in Area C; come comportarsi quando l’esercito entra nella tua casa; come confrontarsi con le diverse lotte contro il colonialismo in altri Paesi; come usare la videocamera per documentare la violenza dei rappresentanti del regime; un giorno di lavoro alla settimana nelle terre al di là del Muro di Separazione; come ricordare i dettagli con cui identificare i soldati che ti lanciano dentro la jeep con le mani legate, al fine di denunciarli; come superare la paura degli interrogatori; e sforzi di massa per implementare il diritto al movimento. (Amira Hass, 6 aprile 2013, Haaretz)
Non è scappato, e nemmeno ha reagito Oday. Benché a partire dal 2002 i suoi fratelli si siano scontrati più volte con i soldati israeliani – dopo che uno di loro, Rasmi, è stato colpito alla spalla nel cortile di una scuola di Al Fawwar e ha perso l’uso del braccio sinistro – Oday ha esercitato la sua resistenza contro l’occupazione militare israeliana con il canto. “Oday non è come i miei altri figli,” ha riferito Jihad alla corte militare quando sono state presentate le accuse. “Non gli interessa lanciare pietre né vuole essere coinvolto in cose di questo genere. Da quando ha nove anni, gli interessa solo la musica. Tenere Oday in carcere è un’ingiustizia pura e semplice. “
Non ha reagito, nè messo in pratica le lezioni di resistenza di cui parla Amira Hass. Lui non immaginava di poter essere arrestato, e in tutta la sua giovinezza non gli era mai successo, cosa rara per i ragazzi di Palestina. Continua semplicemente a fare quello che ha fatto sempre in questi anni. Dicono che dal carcere, in cui rischia di rimanere per 10 anni insieme ad altri 5000 detenuti politici, si levi il suo canto. Il suo processo è stato rimandato due volte: è previsto ora per il 17 aprile. “ In prigione canta e tutti lo ascoltano” dice la madre.
Guardo in internet il tuo volto di giovane uomo, Oday, e ti riconosco. Rivedo lo stesso sorriso gentile, pur ammantato ora di consapevole tristezza. Rivedo il ragazzino che sputava ridendo sul piatto un pezzo di formaggio grana dicendo che sapore assurdo. Ora stai inghiottendo bocconi ben più assurdi, purtroppo non strani in questa tua terra. Forse tra quei ‘tutti’ in ascolto ci sarà un carceriere tuo coetaneo. Che almeno il suo cuore sia scosso dal tuo canto.

Betta Tusset per BoccheScucite

ODAY 2

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