L’apartheid israeliana nega i servizi fondamentali a migliaia di bambini a Gerusalemme

Pubblicato il 31 dicembre 2013 da AbuSara

30 Dicembre 2013 / Fonte: The Electronic Intifada, Patrick O. Strickland

 Palestinians queuing between fencing to cross the Israeli army mained checkpoint in Qalandia

Foto: i bambini palestinesi nati a Gerusalemme vivono intrappolati in una rete di burocrazia e restrizioni discriminatorie israeliane (Foto: Issam Rimawi / APA images).

Nella Gerusalemme Est occupata da Israele, migliaia di bambini palestinesi nati da genitori che possiedono tipi di carta d’identità diversi spesso vivono per tutta la loro giovinezza senza essere registrati e senza nessun tipo di cittadinanza o documento d’identità.

“E’ molto dura… camminiamo in giro tutto il tempo con la paranoia,” spiega Fidaa Shweiki, i cui quattro bambini non sono registrati. “Il fatto che Israele non mi ha permesso di registrare i miei figli, ha causato un sacco di problemi in molti ambiti delle nostre vite”.

La Civic Coalition for Jerusalem ha stimato che circa 10.000 bambini palestinesi di Gerusalemme Est non sono registrati. (“Jerusalem: General facts and statistics” [PDF]).

Considerati senza stato secondo la legge internazionale, gli abitanti palestinesi di Gerusalemme sono detentori di una carta d’identità speciale rilasciata da Israele e di documenti di viaggio giordani.

Shweiki viene dall’area al-Thuri di Gerusalemme, dove i suoi bambini, due bambini e due bambine che hanno tra i 18 mesi e i 9 anni, sono nati in un ospedale del posto. I bambini non possiedono documenti d’identità, se non un foglio di carta che attesta che sono nati a Gerusalemme. Il documento non è un certificato di nascita e non include un numero di identificazione.

Il marito di Shweiki, Anwar Khalil Abed Rabbo, deceduto, era di Yatta, nella West Bank, e possedeva documenti di identità rilasciati dall’Autorità Palestinese.

– L’uccisone del marito

Abed Rabbo, che al tempo aveva appena 27 anni, si trovava con un altro palestinese quando ambedue furono colpiti da colpi di arma da fuoco e uccisi da un camionista israeliano ad al-Samu, un villaggio vicino ad Hebron, nel 2012. L’esercito israeliano ha affermato che i due stavano tentando di rapinare il camionista.

Ma Shweiki spiega che Abed Rabbo quel giorno si stava recando a Gerusalemme per raggiungerla per la nascita del loro figlio più giovane, avvenuta lo stesso giorno. Visto che Israele continuava a negargli i permessi di entrare a Gerusalemme per visitare sua moglie, lui entrava illegalmente.

Shweiki pensa che l’uccisione di suo marito sia il motivo per cui le autorità israeliane hanno negato persino al suo figlio più giovane l’accesso all’assistenza sanitaria nazionale israeliana, nonostante numerosi ricorsi. “Gli ispettori dell’assistenza sanitaria nazionale sono venuti a farci visita oltre dieci volte, e a volte arrivano di sorpresa per assicurarsi che viviamo veramente a Gerusalemme.”

Nonostante Shweiki abbia dimostrato che Gerusalemme è l’unica casa della famiglia, le autorità israeliane hanno continuato a rifiutarsi di crederle. L’avvocato di Shweiki, Mohammad Abbasi, ha spiegato che i genitori palestinesi di bambini non registrati sono costretti a portare a termine numerose richieste di registrazione attraverso il Ministero della Difesa israeliano prima di poter portare il caso in tribunale.

Shweiki ha fornito alle autorità israeliane “diversi documenti” che provano che da tempo vive e lavora a Gerusalemme, tuttavia è stata accusata di essersi spostata altrove nella West Bank.

“Le aurorità israeliane ci dicono che il padre di Fidaa possiede una casa ad al-Ram,” ha detto Abbasi, riferendosi ad una parte palestinese di Gerusalemme situata accanto al muro israeliano nella West Bank. “Ma la casa non è di Shweiki, non ci ha mai vissuto. Cosa c’entra con lei?” Shweiki spiega: “ho dovuto affrontare questo problema da quando è nato il mio primo figlio, quasi dieci anni fa, ma continuano a dire che non vivo qui.”

– “Nessun’altra scelta”

“Solo dopo aver esaurito tutte le vie attraverso il Ministero della Difesa potrà portare il suo caso in tribunale”, ha spiegato Abbasi a The Electronic Intifada. “Le nostre richieste sono state rifiutate già molte volte. Al momento, stiamo aspettando l’esito dell’ultimo ricorso. Se viene negato dovremo provare in tribunale perché non abbiamo più nessun’altra scelta.”

Per il fatto di non essere registrati, ai bambini di Shweiki viene negato l’accesso ai servizi fondamentali. “Non possono avere un’assicurazione sanitaria, non possono viaggiare all’estero o all’interno della Palestina,” ha spiegato Abbasi, facendo notare che i bambini non possono visitare i famigliari nella West Bank perché non potrebbero tornare a Gerusalemme senza documenti di identità.

Se i suoi bambini si ammalassero e necessitassero di cure mediche, Shweiki dovrebbe pagare da sola tutti costi. “E’ molto caro e non posso pagare da sola. Grazie a Dio fino ad ora non abbiamo avuto gravi problemi di salute.” Abbasi ha affermato che fino ad ora, i bambini di Shweiki hanno potuto rimanere legalmente con lei a Gerusalemme. Ma quando compiranno 16 anni, non potranno ricevere lo statuto di residenza. Invece, per visitare la loro madre, dovranno richiedere dei permessi di entrata, che dipendono da lunghi “controlli di sicurezza” che spesso durano un anno.

Nonostante tre dei bambini di Shweiki siano alle scuole elementari, non potranno iscriversi alle scuole superiori o all’università se prima non ottengono i documenti di identità di Gerusalemme richiesti per l’iscrizione, che vengono rilasciati da Israele.

Shweiki ha spiegato che ai bambini di suo fratello, che è sposato con una cittadina straniera, è stata impedita l’iscrizione alla scuola perché pure loro non sono registrati.

– Spingendo fuori i palestinesi

Le famiglie palestinesi detentrici di documenti d’identità diversi vengono sistematicamente divise da leggi discriminatorie, come l’ “ordinanza temporanea” conosciuta come Citzenship and Entry Law (Legge di cittadinanza ed entrata).

“Il fatto che Israele vieti i ricongiungimenti famigliari, e i continui ostacoli alla registrazione dei bambini per le famiglie di Gerusalemme, esistono parallelamente ad altre politiche tese a dividere le famiglie e a peggiorare la qualità della vita dei palestinesi della città,” ha detto a The Electronic Intifada Rima Awwad della Jerusalemites Campaign.

La rete di burocrazia che colpisce ogni aspetto della vita dei palestinesi nella città fa parte del processo continuo di espulsione degli abitanti indigeni della città palestinesi da parte di Israele, per far posto agli insediamenti per soli ebrei.

Awwad ha spiegato che le politiche israeliane “servono a raggiungere l’obbiettivo di Israele di giudaizzare la città dividendo le famiglie palestinesi e riducendo la loro qualità di vita.” Queste politiche comprendono “l’espansione e la violenza dei coloni, le demolizioni di case e tassi di povertà e disoccupazione sempre in aumento,” ha aggiunto Awwad. Inoltre, il gruppo per i diritti umani B’Tselem ha stimato che tra il 1967 e il 2012, Israele ha revocato la residenza di oltre 14.000 palestinesi abitanti di Gerusalemme Est, costringendoli ad andarsene. (“Statistics on revocation of residency in East Jerusalem,” updated August 2013 [PDF]).

Uno studio recente pubblicato da Al-Shabaka ha dimostrato che delle restrizioni simili delle registrazioni rimangono in vigore anche per i bambini palestinesi nella West Bank occupata e nella Striscia di Gaza nonostante l’instaurazione dell’Autorità Palestinese nel 1994. (“Decades of displacing Palestinians,” 18 June 2013).

Come se non bastasse, recentemente Israele ha introdotto un nuovo procedimento per fermare il rilascio di certificati di nascita ai bambini nati in Israele da cittadini stranieri, come ha fatto notare il quotidiano israeliano Haaretz. (“Israel to stop issuing birth certificates to children of foreigners,” 20 November 2013).

Anche se decisa a continuare la lotta per registrare i suoi figli, Shweiki non è ottimista. “Perché dovrei avere speranza? Non c’è nessuna speranza nei tribunali israeliani,” ha affermato, spiegando che lei e i suoi bambini rimarranno a Gerusalemme qualunque siano i risultati.

“Li lascerò senza registrazione, ma non andremo da nessun parte. I bambini sono nati a Gerusalemme e questa è la nostra casa. La nostra famiglia è composta da 17 persone che vivono nella stessa piccola casa in modo da poter rimanere nella nostra città.”

Patrick O. Strickland è un giornalista indipendente e collaboratore di The Electronic Intifada.

I suoi scritti sono pubblicati su: www.patrickostrickland.com. Twitter: @P_Strickland_.

Fonte:http://electronicintifada.net/content/thousands-jerusalem-children-denied-basic-services-israeli-apartheid/13043

 

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