L’apparato di sicurezza israeliano fa dichiarazione pubblica per la Soluzione Due Stati

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Israel’s Security Establishment Makes Public Plea for a Two State Solution


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By Richard Falk

Raramente, se non mai, un annuncio su un giornale ha mobilitato tanti appoggi influenti sulla presa di posizione di un gruppo di israeliani in contrasto con la leadership dello Stato di Israele.

Sul New York Times del 4 febbraio 2016 è apparsa una pagina intera .

Questa è stata supportata dal S. Daniel Abraham Center per la pace in Medio Oriente. Considerando la maggioranza dei lettori del New York Times, è chiaro che il messaggio è stato rivolto al pubblico americano, e probabilmente, in particolare, ad ebrei americani ed ai consulenti del prossimo presidente americano che entrerà in carica fra un anno. Il messaggio è proclamato in grassetto: “I capi della sicurezza di Israele sono d’accordo: la separazione in due Stati è nell’interesse della sicurezza vitale di Israele.”
Questa affermazione è seguita da brevi citazioni di sostegno sotto una galleria di foto di persone dell’apparato di sicurezza israeliano: tre file di immagini, la prima di uno dei sei ex capi di Stato Maggiore dell’IDF , la seconda cinque ex capi dello Shin Bet (sicurezza interna), e la terza cinque ex capi del Mossad (servizio segreto internazionale). In questo modo sono stati sicuri di rappresentare una imponente matrice di alti ufficiali israeliani che insieme ed indirettamente esprimono il loro sgomento collettivo rispetto al governo del Likud guidato da Netanyahu che ha girato le spalle alla soluzione dei due stati. Come tale, questa è un’espressione importante dell’élite israeliana e dell’opinione pubblica , ma se rifletta o no un consenso dotato di influenza politica negli Stati Uniti o in Israele, questo rimane un dubbio.

Come minimo passa la forte impressione che una parte influente dell’establishment israeliano abbia perso la fiducia nella leadership di Netanyahu di proteggere gli interessi vitali di Israele, e questo è di per sé significativo.

L’annuncio è formato da due parti principali: le foto di questi funzionari militari e di intelligence, personaggi familiari ed alcuni nomi noti a quelli che seguono la politica israeliana, una riga di citazioni per ognuno dove si esprime la necessità e l’urgenza di attuare una qualche versione della soluzione a due stati per il bene e la sicurezza di Israele. Non a caso, tutti e 16 sono uomini che durante la loro carriera sono stati strumenti attivi nell’espropriazione e nell’oppressione del popolo palestinese.
Inoltre, non a caso, l’annuncio rende chiaro che questa rottura con l’approccio Netanyahu non ha nulla a che vedere con la ricerca della giustizia per i palestinesi o un qualche tipo di appoggio per il loro lungo calvario. Il supporto ad uno stato palestinese è esclusivamente collegato con la presunta necessità di disinnescare la cosiddetta “bomba demografica”. O nel linguaggio dell’annuncio, “L’unico modo in cui Israele può rimanere uno stato ebraico democratico è che i palestinesi abbiano uno stato palestinese demilitarizzato.” Questa logica è il preludio alla conclusione in grassetto e formato corsivo :” E’ l’ora: Due Stati per Due Popoli “e per togliere qualunque dubbio vi è una finestra laterale che riassume i dati demografici: 2015 52% ebrei, 2020 49% ebrei, 2030 44% ebrei.

Trovo che questo rifiuto anti-Likud dell’idea corrente di Israele stato unico sia degno di nota per due diversi motivi: prima di tutto, si propone una soluzione che non funziona. Non solo non c’è alcuna menzione della necessità di rinunciare agli insediamenti o di affrontare i diritti dei profughi palestinesi, ma la concezione di ‘uno Stato palestinese smilitarizzato ‘ è una tale affermazione di disuguaglianza fra i due popoli che si tratta di una garanzia virtuale che, anche se la leadership di Ramallah ingoiò questo accordo, il popolo palestinese non l’avrebbe fatto. L’unica via per una pace sostenibile deve basarsi sulla estensione dell’eguaglianza dei due popoli, e se uno stato palestinese verrà stabilito esso deve essere dotato degli stessi diritti sovrani di Israele.

In secondo luogo, vale la pena notare che Netanyahu è ben lungi dall’essere solo nel respingere la soluzione dei due stati. Il Presidente di Israele, Reuven Rivlin, eletto nel 2013 dalla Knesset, è un sostenitore impenitente dell’approccio ad un solo stato, avallando l’affermazione biblica ed etnica per tutta la West Bank, la versione territoriale massima della Grande Israele.

Allo stesso modo, l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, è un focoso colono, funzionario del governo che ha a lungo guidato l’opposizione a qualunque accordo politicamente sostenibile con i palestinesi che riconosca il loro diritto all’autodeterminazione.

In un tale contesto, sembra ovvio che qualsiasi rilancio della diplomazia sulla soluzione due stati secondo le linee proposte nell’annuncio, diciamo per iniziativa del prossimo presidente americano, arriverebbe presto ad un vicolo cieco. Non vi è alcun dubbio che il ricorso a tale annuncio sul principale quotidiano americano è la prova convincente di una profonda spaccatura nei circoli dirigenti israeliani, ma l’approccio alternativo proposto non riesce a portare avanti prospettive per una pace giusta. L’annuncio suggerisce una separazione tra quegli israeliani preoccupati di governare su una popolazione a maggioranza palestinese e quelli israeliani guidati da ambizione territoriali e di colonizzazione. Non ci sono posizioni su percorsi che portino a una pace sostenibile.

Solo una soluzione ed una visione basata sulla parità fra ebrei e palestinesi merita rispetto e genera speranza. Cerchiamo di non farci ulteriormente ingannare , questa dichiarazione pesante del consiglio di sicurezza di Israele non deve essere confusa con una ripresa del movimento pacifista israeliano o qualche espressione di disaffezione della società civile verso la dirigenza Netanyahu. E’, al massimo, un meccanismo di trasparenza all’interno della lunga discussione in corso nell’élite che governa Israele, niente di più, niente di meno.

Inoltre, l’idea di salvaguardare il carattere democratico di Israele sembra presupporre che Israele rimanga una democrazia. Sì, come altre strutture che esercitano apartheid, è ‘democratica’, ma solo per gli ebrei. Per i palestinesi, che vivono come una minoranza in Israele, sotto occupazione in Cisgiordania e Gerusalemme Est, oggetti di prigionia e punizioni collettive a Gaza, e nei campi profughi sparsi nei territori occupati e nei paesi vicini, l’etichetta ‘democrazia’ è da molto tempo uno scherzo crudele. Per qualificarsi come un’ autentica democrazia basata sui diritti e non sulla discriminazione, essa deve essere accolta da tutti coloro che vivono sotto l’autorità del governo.

Il S. Daniel Abraham Center per la pace in Medio Oriente non fa mistero delle sue simpatie sioniste e le prospettive di Israele, anche se sembra davvero credere che il Likud al governo del paese stia mettendo in pericolo l’identità di Israele così come la sua sicurezza. La sua pagina web proclama un impegno per la pace, onora la memoria di Yitzhak Rabin, e richiama l’attenzione favorevolmente sull’iniziativa di pace araba del 2002.

Allo stesso tempo, si astiene dal criticare come Israele tratta il popolo palestinese o una qualsiasi delle numerose negazioni giornaliere dei diritti dei palestinesi, evita di dire che le strutture di governo di Israele esercitano l’ apartheid, e si astiene dal espressioni di solidarietà per le molteplici forme di sofferenza imposte al popolo palestinese.

– Richard Falk è Albert G Milbank professore emerito di diritto internazionale presso la Princeton University e Research Fellow a Orfalea Centro di Global Studies. E’ anche il relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani dei palestinesi. Visita il suo blog https://richardfalk.wordpress.com/

Tradotto da Marina Maltoni Per Associazione di Amicizia Italo-Palestinese.

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