L’arma dei palestinesi: la nonviolenza

di Rough Moleskin

Bil’in, Cisgiordania.

 
Ogni Venerdì, le forze di Mohammed Khatib si radunano per la battaglia nonviolenta con l’esercito israeliano e raccolgono le loro “armi”: un megafono, striscioni – e la forte convinzione che la protesta pacifica può portare… allo Stato palestinese. In poche centinaia i coraggiosi marciano verso la barriera israeliana che separa la piccola comunità agricola di Bilin da gran parte della sua terra. Cantando e inneggiando. Alcuni ragazzi lanciano pietre.

Khatib ha contribuito a lanciare il rito settimanale partito cinque anni fa nel tentativo di “rinominare” la lotta palestinese, spesso associata agli attacchi di razzi e agli attentatori suicidi. “La non violenza è la nostra arma più potente”, dice il segretario del consiglio del villaggio Bilin, esperto di media. “Se non ci può accusare di terrorismo, non possono fermarci. Il mondo ci sosterrà”. Il problema è che non hanno un gran sostegno da altri palestinesi che, dopo due rivolte in due decenni, sembrano in gran parte indifferenti alla donchisciottesca chiamata di un terza. Il suo messaggio è diretto: Khatib, 35 anni, è un Gandhi dei nostri giorni in una cultura che mitizza il linguaggio delle armi, anche se la maggior parte dei palestinesi non ne ha mai usata una. E i rischi del suo attivismo sono enormi. L’esercito israeliano lo ha preso di mira.

Questa estate, nel corso di una serie di raid notturni al villaggio, è stato arrestato, brutalmente malmenato e minacciato di morte . E’ stato poi liberato a condizione che ogni Venerdì, nelle stesse ore della protesta settimanale, si presenti in una stazione di polizia israeliana.

Sebbene il villaggio abbia perseverato con le sue marce e sia diventato un simbolo di disobbedienza civile largamente acclamato, la sua visione del modello “Bilin” di essere replicati su vasta scala in tutta la Cisgiordania non si è concretizzata. A poche migliaia di attivisti palestinesi sono state insegnate le tattiche e i principi non-violenti negli ultimi cinque anni, secondo il gruppo indipendente di Betlemme Holy Land Trust che si occupa della formazione. Le loro diverse iniziative hanno conseguito un rilievo limitato a causa delle restrizioni di sicurezza di Israele in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Ma questi sforzi non si sono trasformati in un movimento di massa, tanto meno costretto Israele a muoversi verso un accordo su uno stato palestinese.

Gli attivisti dicono di essere ostacolati dagli attacchi israeliani, dalla rassegnazione tra i palestinesi e dalla profonda spaccatura della leadership politica di Hamas tra l’appoggio della lotta armata e la speranza dell’Autorità palestinese per una rinascita dei colloqui per il negoziato di pace tra gli Stati Uniti e Israele. Prevale quindi una calma relativa nei territori palestinesi, ma Khatib dice che, sotto l’impasse diplomatica, non può durare a lungo. È un uomo snello con i capelli rasati, dalle grandi capacità dialettiche ed emana una pensierosa intensità. In una lunga conversazione, ha parlato citando frasi dei suoi modelli di riferimento – Mohandas Gandhi, Martin Luther King Jr. e Nelson Mandela – e intanto ha gestito le chiamate al cellulare per la prossima mossa alla sfida legale alla barriera. Egli crede che Israele stia cercando di schiacciare gli attivisti non violenti perché vorrebbe piuttosto fomentare una insurrezione armata.

“Questo non ci rende facile convincere la gente che il nostro percorso di resistenza è quella giusto”, ha detto Khatib. “E sarà un processo lento. Non ci sono molti successi visibili finora.” La prima esperienza di militanza di Khatib risale alla sua adolescenza, durante la prima intifada, la rivolta che ha avuto inizio nel 1987. Ha bloccato le strade per cercare di 

mantenere l’esercito fuori del suo paese, dipinto slogan sui muri e sventolato la bandiera palestinese, atto illegale allora, alle manifestazioni.La partecipazione di massa e il relativo corso pacifico di quella rivolta, quando pochi palestinesi erano armati con ben più che semplici pietre, ha vinto la simpatia all’estero e una grande concessione: Nei primi anni 1990, Israele ha riconosciuto l’OLP e cominciato a considerare la creazione di uno stato palestinese .

Le iniziative nonviolente di oggi vanno a tamponare la nostalgia per la prima intifada, in quello che Khatib chiama una reazione sobria alla rivolta armata che insanguinò la prima metà di questo decennio, dopo i quali i colloqui di pace si sono interrotti. Oltre 4.000 palestinesi e 1.000 israeliani sono morti. Khatib, che si è ritirato quando la situazione si è fatta violenta, ricorda le morti che lo hanno cambiato.

Era il 2001. Khatib ha assistito con orrore come i soldati israeliani hanno sparato ad un amico disarmato a un checkpoint. Due settimane più tardi, il militante della Brigata dei Martiri di Al Aqsa si è vendicato per il fato del checkpoint, uccidendo sette soldati. “La mia prima reazione è stata ben fatto Al Aqsa! appartenevano ad un’altra unità, non quello in servizio quando il suo amico è stato ucciso. “E mi sono chiesto: come possiamo spezzare questo ciclo di morte, di azione e reazione violenta?” La sua risposta è stata quella di aiutare ad organizzare un movimento contro l’eredità della intifada: il muro.

Ha reclutato attivisti israeliani e  internazionali per marciare ogni Venerdì con i residenti di Bilin fino alla recinzione, che qui è alta ben 14 metri, che protegge una parte del tentacolare insediamento ebraico di Modiin Illit che è stato costruito sulla terra del villaggio. Ha fatto in modo che i manifestanti riprendano con le proprie videocamere per documentare l’uso dell’esercito di gas lacrimogeni e proiettili rivestiti di gomma per tenerli lontani. E ha lavorato per applicare la tolleranza zero di violenza da parte degli attivisti; sfuggono a questo solo pochi ragazzi che lanciano pietre e, occasionalmente, colpiscono i soldati.

Michael Sfard, un avvocato israeliano in servizio al villaggio, ritiene che Khatib rappresenti ” l’idea brillante” che ha trasformato la marea nella vittoria dell’approdo giuridico di due anni fa. Col favore delle tenebre, Khatib ha portato clandestinamente una squadra di costruzione attraverso la barriera e costruito una capanna di fortuna sulla terra del villaggio usurpata per la costruzione del nuovo quartiere di un insediamento ebraico. (La circospetta manovra ha imitato la strategia espansionistica di Israele di creare “fatti sul terreno”.)

Quando l’esercito ha minacciato di demolire la capanna, il villaggio è andato alla Corte suprema di Israele e ha sfidato il nuovo quartiere, al quale mancava l’autorizzazione formale del governo. Il tribunale ha ordinato a Israele di fermare la costruzione del quartiere, spostare la recinzione e ripristinare circa la metà dei 575 ettari di oliveti che gli agricoltori di Bilin avevano perso. Khatib ha poi istituito un alleanza di 11 villaggi della Cisgiordania col fine di condividere le sue strategie, e alcuni hanno dato i loro frutti. Sei comunità hanno sfidato con successo il percorso della barriera in tutta la loro terra. Gli attivisti si sono collegati con i sostenitori, per scortare camion d’acqua per le comunità assetate tagliate fuori dall’esercito e per proteggere i raccoglitori di oliva dalle molestie da parte dei coloni.

Ma in Bilin, la vittoria giuridica ha provocato battute d’arresto. L’esercito non si è ancora conformato alla sentenza e spostato la barriera, il nuovo itinerario è legato a questo contenzioso. Nel frattempo, i soldati hanno cominciato a reagire con maggiore forza alle proteste, e la maggior parte degli israeliani, che intende il significato della barriera come uno scudo contro la violenza, è rimasta indifferente.

Nel mese di aprile, Khatib era in piedi a pochi metri di distanza, quando un compagno, Bassem Abu Rahma, è stato ucciso da una granata ad alta velocità di gas lacrimogeno sparato in una folla di manifestanti. La morte di Abu Rahma’s lo ossessiona ancora . Due volte, dice, i soldati lo hanno avvertito che lui farà “la fine di Bassem” se si continua a resistere alla loro presenza in Cisgiordania.

Khatib, 27 leader della protesta e altri partecipanti sono stati arrestati nelle loro case durante i raid notturni, che hanno avuto inizio nel mese di giugno. Diciassette sono tuttora detenuti. Khatib è accusato di incitamento alla violenza.

Alla richiesta di spiegazioni per questa repressione, un comandante di battaglione ha detto che i manifestanti che provocavano danni alla recinzione erano stati fotografati e quindi arrestati. Ma dopo una settimana di altre domande, l’esercito non ha dettagliato nessuna richiesta d’indennizzo per questi danni.

In un recente Venerdì, gli abitanti del villaggio avevano lasciato un segno di grosso impatto sulla recinzione, una bandiera palestinese in sospeso sul filo spinato. Dopo che i manifestanti erano andati a casa, un soldato l’ha strappata, ci si è asciugato le mani e se l’è messa in tasca.

Los Angeles Times, 4 novembre

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