L’arresto di Bassem Tamimi

Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, 1 aprile 2011

 

L’arresto di Bassem Tamimi

Haaretz.com
28.03.2011

Il potere di Israele ed il tentativo di reprimere la rivolta popolare palestinese.

L’esercito ha delegato ai suoi migliori soldati, investigatori e giudici la salvaguardia di Israele contro chi organizza la rivolta popolare di Nabi Saleh.

“Ora che Abdullah Abu Rahma è stato liberato dalla prigione, i soldati israeliani e gli onorevoli giudici del tribunale militare avranno tempo per Bassem Tamimi”. In questo modo è stato presentato Tamimi, il coordinatore del Comitato Popolare di Nabi Saleh, agli ospiti che erano giunti per congratularsi con il residente di Bil’in Abu Rahma per la sua liberazione dopo aver trascorso 16 mesi di carcere per l’accusa di incitamento e organizzazione di manifestazioni illegali. Ventiquattro ore dopo, nella tarda mattina di giovedì, Tamimi è stato arrestato.

 

La verità è, però che, indipendentemente dal rilascio di Abu Rahma, l’esercito ha delegato ai suoi migliori soldati, investigatori e giudici la difesa di Israele dal 44enne Tamimi e dalla diffusione del virus della rivolta popolare.

Ci siamo incontrati più volte nelle ultime due settimane – a Ramallah, non a Nabi Saleh. Fronteggiare la repressione delle manifestazioni settimanali del villaggio è una prova notevole riservata agli esperti. Enormi quantità di gas lacrimogeni, pallottole ricoperte di gomma che volano tra le case, bombolette di gas a gittata estesa (illegali), percosse, spintonate e invasioni di case – questo è ciò che le Forze di Difesa Israeliane impiegano contro un piccolo villaggio di 500 persone. Fin dall’inizio delle manifestazioni nel 2009, 155 residenti sono stati feriti, dei quali il 40% è dato da bambini. 35 case sono state danneggiate nell’operazione di disperdere i manifestanti e 7 hanno preso fuoco.

L’Amministrazione Civile non ha paura di intervenire. Ha distribuito 11 ordini di demolizione per ampliamenti alle case in Area C (circa la metà del villaggio è in quella zona, il che significa che è sotto il pieno controllo amministrativo e di sicurezza israeliano).

Per semplicità, è qui che Israele impedisce ai palestinesi di costruire e di sviluppare. Sull’altro lato della strada, anch’essa in Area C, la colonia di Halamish si espande, costruendo case su terreni che appartengono ai villaggi di Nabi Saleh e Dir Nizam.

Dalla fine del 2009, circa il 13% degli abitanti di Nabi Saleh – 63 persone – sono stati arrestati e incarcerati. Tutti, tranne tre, sono stati processati per aver partecipato a manifestazioni contro l’esercito. Bassem Tamimi è il 64esimo. Delle persone imprigionate, 29 erano minorenni. Quattro erano donne, fra cui Nariman Tamimi, moglie di Bassem.

Per completare il quadro ci sono incursioni notturne nelle case, l’accesso al villaggio è bloccato e decine di altri abitanti sono stati trattenuti alcune ore ogni volta.

Per quasi due settimane, Tamimi non era rimasto in casa – sapeva che l’esercito voleva arrestarlo. Come membro di Fatah, in giovinezza era stato arrestato più volte.

Ora sperava di rimandare questo impiccio. Aveva trascorso tre anni in detenzione amministrativa (senza processo). Nel 1993, durante un interrogatorio, era stato scosso violentemente ed aveva perso conoscenza per otto giorni. Paralizzato, era stato trasportato dall’ospedale in prigione. Dopo 40 giorni di isolamento, era stato rilasciato.

“Non avevo ucciso, per cui non avevo nulla da ammettere,“ ha dichiarato.

Ci siamo incontrati per una lunga chiacchierata pochi giorni dopo che i componenti della famiglia Fogel erano stati assassinati nella colonia di Itamar. I suoi colleghi del Comitato di Lotta Popolare di Bil’in avevano pubblicato una dichiarazione di condanna dell’assassinio. Tamimi non pensava che fosse giusto dare inizio a una condanna su “qualcosa che non ci ha mai rappresentato. Ma, se mi viene chiesto, è ovvio che io risponda che l’assassinio di bambini è un assassinio di bambini, qualsiasi sia la loro nazionalità, colore, religione e razza. Non ha importanza se il bambino si chiama Hadas Fogel o Iman Hijju o Abir Aramin. L’assassinio di Hadas Fogel, anche senza sapere chi è l’assassino, va contro il nostro spirito di umanità. L’occupazione ha occupato la nostra ragione e la nostra coscienza. A causa del conflitto abbiamo cominciato a trovare giustificazioni per atti che nulla hanno di umano, che danneggiano i palestinesi più di quanto danneggino gli israeliani.

La nostra scelta strategica di una lotta popolare – come mezzo per combattere l’occupazione che si impadronisce delle nostre terre, delle nostre vite e del nostro futuro – è una dichiarare che non portiamo danno a vite umane. La vera essenza della nostra attività avversa l’omicidio. Perciò non c’è alcuna necessità di dover condannare qualcosa che fin dall’inizio non ci rappresenta ed è contraria al nostro modo di pensare.

La rivolta popolare non è una reazione. Il problema non è che i coloni si impadroniscano di terre espropriate o di una sorgente – questo costituisce semplicemente rappresenta un’espressione del problema, che è il dominio straniero. Se Benjamin Netanyahu volesse sinceramente salvare delle vite e porre fine al conflitto, non dichiararebbe che nella West Bank palestinese occupata si costruiscono case, case che di fatto sono tombe per palestinesi e israeliani.

Dovrebbe annunciare che si costruiscono abitazioni per spostare i coloni a Tel Aviv, all’interno di Israele, sul 78% della nostra terra storica che abbiamo convenuto diventasse lo Stato di Israele, in modo tale che noi si possa avere uno stato sul territorio rimanente. In quanto membri di Fatah abbiamo sostenuto i negoziati di pace. Ma ciò ha portato soltanto a un numero maggiore di colonie e di coloni. Durante il processo di pace abbiamo perso più che in qualsiasi altro momento.

Vogliamo offrire alla nostra gente un esempio e un modello di lotta popolare. Dall’inizio della rivoluzione (l’istituire Fatah) e della lotta armata, abbiamo accumulato una serie di errori che gli israeliani hanno sfruttato contro di noi, anche se si trattava solo di un reagire alla repressione israeliana. Non abbiamo una risposta militare a Israele. La storia ci ha insegnato che solo rivolte popolari hanno successo, sia pure in parte: nel 1936 e nel 1987. Attraverso una lotta popolare possiamo dimostrare la nostra superiorità morale.”

Giovedì, 24 marzo, Tamimi aveva pensato che una visita dei diplomatici europei al suo villaggio lo avrebbe protetto dall’arresto.

E’ partito da Ramallah ed ha avuto solo dieci minuti per passare da casa ad abbracciare i suoi figli. Proprio quando ha chiesto a sua moglie di “preparare un pasto squisito, che tanto mi manca”, l’IDF ha usato tutta la sua intraprendenza per mandare 5 jeep e 15 soldati. Abbiamo preso Tamimi.

 

Testo inglese in http://www.haaretz.com/print-edition/features/mighty-israel-and-its-quest-to-quash-palestinian-popular-protest-1.352248 – tradotto da Mariano Mingarelli

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2617:larresto-di-bassem-tamimi-&catid=25:dalla-palestina&Itemid=75

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