L’assassinio collettivo : l’insicurezza e il vittimismo dietro il militarismo israeliano

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tratto da: https://www.invictapalestina.org/archives/41470

19/01/2021

Anche se questi sentimenti di vittimizzazione potrebbero essere genuini, il vittimismo stesso è un affare redditizio e mantenere lo status auto-percepito di vittima (e promuoverlo), è una risorsa politica preziosa che deve essere capitalizzata costantemente.

Fonte: English Version

Emad Moussa – 15 gennaio 2021

Immagine di copertina: Palestinesi pregano sui corpi di otto membri della famiglia Al Haj, uccisi in un attacco missilistico israeliano nel campo di Khan Younis a Gaza , il 10 luglio 2014. Israele disse che era mirato a miliziani di Hamas. (Foto  Eyad Al Baba-immagini APA)

Nel suo voluminoso libro “Rise and Kill First” (2019), il giornalista israeliano Ronen Bergman apre con la schietta affermazione che “… dalla seconda guerra mondiale, Israele ha assassinato più persone di qualsiasi altro paese del mondo occidentale”. Si contano circa 2300 operazioni, con l’uccisione di diverse migliaia di persone.

La dichiarazione è controversa e non ci sono prove empiriche a sostegno. In effetti, è del tutto possibile che nelle loro guerre in Medio Oriente e Nord Africa negli ultimi tre quarti di secolo, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti si siano impegnati frequentemente e indiscriminatamente come Israele in omicidi e controverse operazioni militari segrete.

Ciò che rimane indiscutibile, tuttavia, è che nessuno di questi paesi ha collocato l’omicidio mirato in una zona morale così confortevole come ha fatto Israele. Il recente assassinio del principale scienziato nucleare iraniano Mohsin Fakhrizadeh ci ricorda, ancora una volta, che l’uccisione mirata di Israele non può essere completamente spiegata solo in termini geostrategici. A giudicare dai comportamenti adottati finora da Israele, l’alta frequenza degli omicidi deve essere vista come un sintomo di una particolare visione del mondo, correlata alla percezione unica di Israele della minaccia. In questo articolo spiego la psicologia e la manipolazione di quella psicologia che giustificano la dottrina sulla sicurezza di Israele e, per estensione, l’adozione dell’uccisione mirata come politica statale.

Il peso della memoria collettiva

La frase “alzati e uccidi per primo “, deriva dal Talmud babilonese, che recita: “..Se qualcuno viene per ucciderti, alzati e uccidilo tu per primo”. Apparentemente, nel suo contesto storico originale, promuovere una dottrina di autodifesa, “alzati e uccidi per primo”, era semplicemente una “fantasia rivoluzionaria”, semplicemente perché gli ebrei in esilio erano per lo più indifesi.

Ma con l’emergere del sionismo, la storia ha assunto un tono selettivo ed è stata impiegata in modo eccessivamente compensativo. Le “fantasie rivoluzionarie” dovevano essere trasformate in una realtà fisica. Frasi e slogan, così come eventi storici di scarso significato, furono riadattati (e amplificati) per gli obiettivi sionisti.

Il cosiddetto “Nuovo ebreo” – tenace e indipendente – avrebbe dovuto abbandonare le narrative di vittimizzazione a lungo abbracciate che caratterizzavano la vita nel galut (diaspora). La Shoah è venuta a confermare che, in effetti, l’alternativa al sionismo era l’annientamento. La lezione era che per contrastare la possibilità di una futura vittimizzazione, la passività doveva essere sostituita  da un militarismo estremo. “Alzati e uccidi per primo” da allora è diventato non solo una dottrina militare, ma un principio fondamentale nella formulazione e nell’attuazione delle misure di sicurezza.

Ma in che misura le rivendicazioni e gli obiettivi sionisti sono stati realizzati?

L’Israele di oggi è una potenza militare significativa (grazie soprattutto agli Stati Uniti e ad alcuni paesi occidentali) e la sua intelligence è di vasta portata. Quindi, in senso strategico, “abbandonare la passività del galut” è stato un successo.

Tuttavia, mentre presumibilmente eliminava la “passività”, il militarismo non è riuscito a porre fine al senso di insicurezza e di vittimismo che dominava la coscienza ebraica. Ancora più ironico, la militarizzazione di quasi tutti gli aspetti della società (al fine di cancellare l’insicurezza) e l’eccessiva aggressività contro i nemici di Israele, ha creato la stessa (se non peggiore) insicurezza che il militarismo avrebbe dovuto eliminare. A sua volta, ciò ha intensificato la convinzione della società che, in effetti, “tutti sono contro di noi”.

Negli anni ’90 gli studiosi israeliani Daniel Bar-Tal e Dikla Antebi inquadrarono questo fenomeno in termini di “mentalità da assedio”. È una mentalità collettiva in cui un gruppo di persone pensa a se stesso come costantemente attaccato, oppresso o isolato da forze ostili che cercano di distruggerlo. Qualsiasi azione per garantire la sicurezza, non importa quanto aggressiva o controversa, è considerata moralmente e politicamente comprensibile. E qualsiasi risposta militante a queste azioni può essere vista come ingiustificata e amorale, enfatizzando di conseguenza il senso di vittimizzazione del gruppo e, in definitiva, producendo il peggior tipo di etica di autodifesa e sicurezza: “ se non uccidiamo, smetteremo di esistere .”

Sono una vittima, quindi uccido

Dal punto di vista della “vittima”, la moralità o le conseguenze hanno poca importanza. Perché centrale nella mentalità della vittima è la sensazione di non essere né responsabile, né responsabile delle proprie azioni, e di aver sempre diritto alla simpatia. Qualsiasi visione del mondo che contraddica questa mentalità è percepita come antagonista e potrebbe essere presa molto sul personale.

Come a dire, se ti opponi alle politiche di Israele, questo deve significare che neghi la vittimizzazione ebraica, e questo a sua volta significa negare la legittimità e il diritto di esistere dello Stato ebraico (e degli ebrei). Gli apologeti di Israele vedono l’inizio dello Stato ebraico come una “redenzione” o una giustizia “delle vittime” dopo due millenni di esilio. Per sentirsi al sicuro e frenare la costante sensazione di ansia, una vittima deve mantenere il controllo (del proprio destino), anche se ciò significa ricorrere a misure estreme e controverse, non solo contro le minacce, ma contro la debole possibilità di una minaccia emergente.

Questa è sempre stata la nozione di sicurezza preventiva di Israele e delle sue dottrine militari. Pensate alla Guerra dei Sei Giorni del 1967. L’attacco ai paesi arabi vicini  fu giustificato come un attacco preventivo per contrastare un attacco arabo in sospeso. Da allora, le prove hanno dimostrano che era ingiustificato: all’epoca, anche se l’Egitto e la Siria erano numericamente  superiori, Israele possedeva un netto vantaggio qualitativo in termini di moderni caccia a reazione e missili che rendevano quasi impossibile per l’aviazione egiziana penetrare lo spazio aereo israeliano. Al contrario, i caccia israeliani violavano quotidianamente lo spazio aereo egiziano fino al Canale di Suez e sorvolarono persino il Cairo in diverse occasioni (vedi il libro di Guy Laron ” The Six Day War: The Breaking of the Middle East”-

Nel 1981, per giustificare l’attacco al reattore iracheno, Menachem Begin invocò la narrativa delle vittime della Shoah nonostante le prove che l’Iraq stesse pianificando o avesse alcun interesse ad attaccare Israele fossero pochissime. La semplice paura che l’Iraq possedesse capacità nucleari  innescò la modalità “ combatti o  fuggi” di Israele, portando alla distruzione del reattore iracheno. Per Begin e per molti nella sua cerchia l’equazione era chiara: o questo – un attacco  controverso – o un altro Auschwitz.

Per i piloti che  portarono a termine la missione (Operation Opera), come è stato mostrato nel documentario di History Channel “Raid on the Reactor (2006)”, l’obiettivo era quello di prevenire un’altra Shoah. Il tenente generale Shafir, pilota dell’IAF, dice: “molti di noi sono nipoti e figli di persone che hanno  vissuto l’Olocausto … abbiamo fatto parte di una missione per prevenire un altro Olocausto” [02:31]. E: “Mi sembrava di volare per mio nonno, morto in un campo di concentramento” [25:33].

Oggi, una tale mentalità è ancora saldamente in atto e qualunque informazione l’intelligence fornisca sull’Iran (o su qualsiasi altro avversario), è probabile che venga filtrata attraverso strati di memoria collettiva e orientamenti emotivi. Quando la paura è così forte, funge da filtro per l’elaborazione delle informazioni. In effetti, la psicologia sociale ha da tempo identificato un tale fenomeno e lo ha inquadrato con una teoria chiamata “sentimenti-come-informazione”. In quanto individui estremamente ansiosi, molti ebrei-israeliani – leader di tutto lo spettro politico inclusi – sono inclini a cercare e assorbire selettivamente le informazioni che confermano la validità delle loro paure sull’Iran e ignorano le informazioni che non lo fanno.

Capitalizzare sullo stato psicologico

Anche se c’è una spinta in gran parte psicologica alla percezione della sicurezza di Israele, la memoria collettiva non ha mai mancato di fornire ai leader israeliani gli strumenti giusti per approvare leggi controverse e giustificare le azioni militari. Sto parlando della differenza tra i veri postumi psicologici del trauma e l’utilizzo consapevole di questa psicologia per scopi politici.

Da un lato, la comprensione del conflitto di oggi alla luce della storia ebraica fornisce significato e scopo a molti in Israele. Nella sua forma estrema, i conflitti odierni sono visti, tra le altre cose, come una continuazione del “continuum di sofferenza” ebraico sin dai tempi antichi. Per alcuni di destra, i palestinesi e gli arabi sono la moderna reincarnazione degli antichi amalek. Qualsiasi atto di resistenza palestinese – violento o pacifico – viene quindi interpretato come un altro passo nel piano diabolico teso ad annientare gli ebrei.

D’altra parte, sguazzare nel vittimismo ha fornito ai leader israeliani (e alle persone) gli strumenti per inquadrare la critica di Israele come antisemitismo; in altre parole, diretto agli ebrei in quanto ebrei e non a causa della politica di Israele.

Si pensi ad esempio a come i nemici di Israele sono stati inquadrati in termini esistenziali e resi storicamente rilevanti per enfatizzare il vittimismo ebraico-israeliano e quindi: giustificare (a se stessi e ai loro nemici) le controverse azioni militari di Israele; alleviare la colpa collettiva della società per l’occupazione; fare pressione sulla comunità internazionale per ottenere aiuti finanziari e logistici.

L’egiziano Gamal Abdel Nasser, ad esempio, è stato ripetutamente raffigurato come un nazista. Nel libro “Semites and Anti-Semites”, Bernard Lewis ci dice che il quotidiano israeliano Ma’ariv giustificò l’invasione dell’Egitto del 1956 affermando che  impedì a Nasser di diventare l’Hitler dell’Est’. Nel 1969, per il ministro degli Esteri israeliano Abba Eban, “i confini del 1967 sono i confini di Auschwitz.” E, per Menachem Begin, l’OLP era una “organizzazione neonazista” e, alla vigilia dell’invasione del Libano nel 1982, andare  contro Arafat era come “perseguire Hitler nel bunker”. Più tardi, Begin giustificò l’invasione del Libano come misura preventiva intesa a prevenire un’altra Treblinka. Disse: “abbiamo deciso che non ci sarà più una Treblinka”.

Oggi, la memoria collettiva è strumentalizzata per collocare i palestinesi in un contesto storico simile. Ciò accresce il senso di minaccia dell’opinione pubblica ebraico-israeliana e, di conseguenza, qualsiasi politica contro i palestinesi – omicidi inclusi – diventa morale e legittima. In quella visione del mondo, i palestinesi possono commettere un antisemitismo diplomatico aderendo agli organismi e ai trattati delle Nazioni Unite. Possono  commettere una “lotta popolare antisemita”, lanciando sassi o protestando. I palestinesi possono anche commettere un “antisemitismo letterario” scrivendo sulla lotta palestinese.

Il tipo di resistenza è irrilevante fintanto che contraddice o si oppone alla giusta immagine di sé di Israele come vittima storica o fa eccezione ai diritti morali superiori del paese.

Ricordo che nel 2017, in una conferenza del Jerusalem Post a New York, Ronald Lauder, il presidente del Congresso Ebraico Mondiale, descrisse il BDS come una forma di antisemitismo, “sebbene sotto mentite spoglie”. Disse: “È una forma politica di antisemitismo ammantata dalla maschera del sentimento anti-israeliano… I palestinesi hanno formato il BDS con l’obiettivo di indebolire il sostegno degli ebrei della diaspora a Israele … per rafforzare la posizione dei palestinesi e fare pressione su Israele perchè faccia concessioni. Questo è uno dei motivi principali per cui dobbiamo denunciare il BDS, per la frode che rappresenta.”

Non ci vuole molto per vedere la distorsione cognitiva nel ragionamento di Lauder. Da un lato ammette che il BDS è uno strumento politico per spingere Israele a concessioni ai palestinesi, eppure equipara la pressione politica a una forma di razzismo irrazionale.

In questa eccessiva dipendenza e / o totale manipolazione del “senso di minaccia” di Israele, Lauder segue una linea di ragionamento abbracciata da quasi tutti i leader israeliani, in particolare da Benjamin Netanyahu. In questo tipo di ragionamento Israele è sempre un effetto nella catena causale, ma mai una causa. Lauder, tuttavia, non è arrivato al punto di etichettare il BDS come una minaccia strategica per lo Stato ebraico, come aveva invece  fatto più volte Netanyahu.

Una minaccia necessaria

Questo è quasi lo stesso tipo di psicologia e manipolazione della psicologia che è stato implementato contro l’Iran e che ha permesso, se non legittimato moralmente, l’assassinio di alcuni scienziati iraniani. Negli ultimi dieci anni, gli ebrei israeliani hanno sempre più creduto che l’Iran rappresentasse una minaccia esistenziale. Grazie alla retorica politica e alle incitazioni dei politici israeliani, in particolare di Netanyahu, e all’antagonismo esagerato dell’amministrazione Trump contro la Repubblica islamica, la convinzione che l’Iran sia una minaccia esistenziale si è intensificata. Il semplice fatto che Trump abbia annullato l’accordo nucleare iraniano ha dimostrato a molti in Israele che in effetti i loro sentimenti sull’Iran erano genuini e difficilmente una proiezione storica fuori luogo.

Realisticamente tuttavia, le prove dimostrano che, nonostante tutte le spacconate anti-israeliane e gli occasionali slogan demagogici e antisemiti, l’Iran rimane un paese molto cauto, che fa calcoli realistici. Non ci sono segni che gli organismi ufficiali del paese – nonostante l’inasprimento delle sanzioni statunitensi e gli incitamenti senza fine di Israele – cerchino una guerra regionale. La posta in gioco è molto di più che dare semplicemente una lezione a Israele. Per non parlare del fatto che “l’Iran come minaccia esistenziale” non è una visione egemonica tra i generali militari o gli ufficiali dell’intelligence israeliani.

Maestro manipolatore, Netanyahu ha bisogno degli “antisemiti” di Teheran non solo come cortina fumogena per la sua corruzione, ma principalmente per giustificare e razionalizzare la paura e l’ansia di Israele. Un gruppo  che collettivamente vede se stesso come vittima, richiede un nemico esterno per confermare e convalidare questi sentimenti, anche se quel nemico è solo una ricostruzione di un trauma più vecchio. Diciamo che in assenza dei nazisti, gli iraniani sono il sostituto.

Ricordiamo che un decennio dopo la rivoluzione islamica del 1979, Israele vedeva ancora l’Iran come un potenziale alleato. Nel suo studio, ”Israel’s Construction of Iran as an Existential Threat”, Gareth Porter spiega che è stato il primo ministro Yitzhak Rabin nel 1993 a staccarsi da questo punto di vista e ad avviare la costruzione dell’Iran come una minaccia. Dopo Rabin, il primo governo Netanyahu non riteneva che l’Iran rappresentasse una minaccia esistenziale. Uzi Arad, allora capo del Mossad, informò Netanyahu che il programma missilistico iraniano non era mai stato diretto contro Israele, ma era nato nel crogiolo della guerra di otto anni con l’Iraq.

Con il diminuire delle minacce convenzionali degli arabi, Israele aveva bisogno di un nuovo nemico. Secondo Trita Parsi nel suo libro “Losing an Enemy”, la posizione nei confronti dell’Iran non avvenne a causa di un cambiamento nella retorica di Teheran o nel punto di vista di Israele, ma piuttosto a causa dei cambiamenti nella scena regionale. Il crollo della potenza militare irachena spinse l’Iran a essere visto come un nemico esistenziale. Cito il generale di brigata israeliano Shlomo Brom che disse: “Non è successo niente di speciale con l’Iran; ma poiché l’Iraq è stato rimosso, l’Iran ha iniziato a svolgere un ruolo maggiore nella percezione della minaccia di Israele“.

Quindi, l’Iran sostanzialmente ha sostituito l’Iraq come l’Iraq ha sostituito l’Egitto un decennio prima. In altre parole, i nemici cambiano, ma la percezione di sé di Israele come minacciata rimane sempre la costante incrollabile. Potrebbe anche essere il motore e il creatore di nuovi nemici.

Finora, sembra che le azioni di Israele non abbiano mai riguardato la sicurezza, almeno non nel senso stretto della sicurezza. La sicurezza di Israele è sempre stata una sicurezza esistenziale, una convinzione somatica che se gli ebrei non controllano il proprio stato, dovranno affrontare immancabilmente un nuovo genocidio. In questo contesto, probabilmente non è inverosimile visualizzare un gruppo di agenti del Mossad che giurano “di ha-shoah l ‘olam lo’ oud” (la Shoah, mai più!) prima di partire per una missione di assassinio. La loro paura, rabbia e vendetta sono dirette a quello che vedono come un sostituto nazista e, in assenza di veri nazisti, tutti  quelli che rappresentano una minaccia per lo stato di Israele possono essere visti come uno di essi.

Anche se questi sentimenti di vittimizzazione potrebbero essere genuini, il vittimismo stesso è un affare redditizio e mantenere lo status auto-percepito di vittima (e promuoverlo), è una risorsa politica preziosa che deve essere capitalizzata costantemente. Costruire sull’ansia storica delle persone e intensificare le loro paure significa mantenere la memoria collettiva come un evento quotidiano nel presente. Tra le altre cose, questo fornisce risposte facili al contesto complesso di Israele, soprattutto quando si tratta di colpa. In un tale contesto, gli omicidi diventano solo una procedura necessaria per la sopravvivenza, un atto di patriottismo finale. Nessun rimpianto, niente di cui dispiacersi.

Dopotutto, bisogna alzarsi e uccidere per primi quelli che vogliono ucciderti, anche se la possibilità di una minaccia è solo un’ipotesi.

 

Emad Moussa è un accademico palestinese-britannico, il cui obiettivo è la psicologia sociale principalmente  in riferimento al conflitto israelo-palestinese.

Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” –Invictapalestina.org

 

 

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