L’attacco di Israele contro Gaza: tutt’altro che legittima difesa

REDAZIONE 24 NOVEMBRE 2012

di Jérome E. Roos – 23 novembre 2012

Chiedete a qualunque israeliano cosa ne pensi degli attacchi aerei su Gaza e – secondo un sondaggio di Haaretz – c’è un 84% di probabilità che vi risponda che i palestinesi se lo sono voluto; che gli attacchi mortali sono stati non solo giustificati bensì necessari per preservare la sicurezza dei cittadini israeliani. Che si è trattato di legittima difesa. Pungolati riguardo all’elevato numero di morti civili, in particolare le dozzine di bambini uccisi dalle incessanti incursioni missilistiche e dei bombardieri israeliani, la risposta è pressoché unanime: loro, i palestinesi, usano i civili come scudi umani. Non è colpa nostra se alcuni bambini si sono trovati in mezzo.

A tutto martedì, 20 novembre, il Centro Palestinese per i Diritti Umani ha contato 136 morti (tra cui 91 civili) e 941 feriti (di cui 922 civili). Mercoledì 21, il giorno del cessate il fuoco, si è dimostrato il giorno ancor più sanguinoso, con 31 uccisi, 21 dei quali civili. Tuttavia in una sfrontata dimostrazione di disumanità, il viceministro degli esteri israeliano, Danny Avalon, ha avuto lo stomaco di affermare che “la maggior parte delle vittime a Gaza ha meritato la sua sorte, come se si fosse trattato di terroristi armati”. Israele aveva appena ucciso 34 bambini palestinesi ma agli occhi del suo governo questi “terroristi armati” se l’erano meritato in tutto e per tutto.

Tuttavia, in qualche modo, molte persone intelligenti e informate sono fermamente convinte che Israele non sia un aggressore. Com’è possibile? Israele è la sola democrazia della regione; un paese avanzato e culturalmente civilizzato, avendo costruito uno stato moderno da un mucchio di polvere biblica in solo poco più di mezzo secolo. Israele non attacca civili; agisce solo per legittima difesa. Sono loro, gli arabi, che vogliono cacciarci in mare e cancellarci dalle carte geografiche. Sono loro, i terroristi, che hanno cominciato lanciandoci razzi contro (verifica dei fatti qui). Noi, gli israeliani, vogliamo soltanto vivere in pace.

La versione sofisticata di questa tesi – diffusa dai portavoce dell’esercito israeliano, dalla dirigenza europea e statunitense e dai miei “amici” istruiti – si rammarica per le vittime civili ma alla fine ne attribuisce la responsabilità a Hamas. Poveri bambini palestinesi, che vivono sotto il giogo di un branco di fanatici religiosi, che finiscono in pericolo perché loro, i terroristi, mettono i loro piccoli vicino ai razzi!  I terroristi sapevano che noi avremmo fatto fuori quei siti di lancio, così tecnicamente è colpa loro, non nostra. Noi non uccidiamo bambini. Noi vogliamo soltanto la pace.

Il problema, naturalmente, è che c’è anche una versione degli attacchi leggermente meno sofisticata (e per certi versi più veritiera) che ci viene da quelli che comandano realmente nel governo. Come il ministro degli interni Eli Yishai, che ha vantato apertamente che l’obiettivo dell’Operazione Pilastro Difensivo è stato di “riportare Gaza al Medioevo”. Questa franchezza ministeriale non è nulla di nuovo, naturalmente. Prima dell’invasione terrestre di Gaza del 2008, il viceministro della difesa, Matan Vilnai, ha poeticamente minacciato i palestinesi di “un olocausto anche più terribile”. Sì. Avete letto bene. Il sentimento generale tra la gente è stato espresso parecchio bene da un residente di Tel Aviv che ha confessato a una troupe televisiva straniera che “noi sappiamo che loro muoiono a schiere là. Non è che non lo sappiamo. E’ che semplicemente non ci importa.” Nessuna sorpresa, allora, che – dopo che mercoledì sera è stato annunciato un cessate il fuoco – un sondaggio immediato di Canale 2 abbia rilevato che un enorme 70% degli israeliani in realtà si oppone al cessate il fuoco e preferirebbe che gli attacchi aerei continuassero. Come ha detto il ministro dell’energia Uzi Landau “dobbiamo portare a termine quello che abbiamo cominciato”. E questo è quanto, riguardo all’atteggiamento pacifico e difensivo.

E’ chiaramente improbabile che il cessate il fuoco duri a lungo. Commentando l’accordo, il primo ministro Netanyahu ha avvertito di avere il “mandato popolare” per un’”azione più energica” – cioè un’invasione terrestre – nel caso il cessate il fuoco fallisca. I blindati israeliani sono ancora ai confini di Gaza; la sua popolazione di 1,5 milioni di abitanti è imprigionata nella stretta striscia di terra mentre i droni continuano a sorvolarla in cerca di futuri obiettivi. Gaza resta sotto assedio; il suo accesso al mare è bloccato da navi da guerra israeliane e il suo accesso terrestre è gravemente limitato dai posti di controllo dell’esercito israeliano.

Ore soltanto prima che il cessate il fuoco entrasse in vigore, le forze israeliane si sono assicurate di attuare alcuni ultimi bombardamenti. Forse la pressione temporale ha reso l’esercito un po’ meno “chirurgico” nella sua politica dichiarata di evitare vittime civili: il Guardian ha riferito che “le ultime vittime hanno incluso l’ottantenne Ibrahim Mahmoud Nasser e il suo pronipote quattordicenne Ameera che stavano raccogliendo olive nel villaggio di Abassan, a est del campo profughi di Khan Yunis, quando un missile lanciato dal cielo ha colpito entrambi.” Lo straziante resoconto prosegue:

“Ci sono stati i due sedicenni – Mahmoud Khalil al-Arja e Ibrahim Ahmed Hamad – che sono morti in seguito a un attacco aereo presso il confine meridionale di Gaza. Il personale dell’ambulanza non ha potuto raggiungere i loro cadaveri per ore a causa dei continui attacchi aerei.”

“Dozzine di attacchi contro Gaza hanno ucciso nove civili, tra cui due bambini. Un aereo ha colpito due automobili con un missile ciascuna. Sono morte otto persone. Il Centro Palestinese per i Diritti Umani ha affermato che erano tutti civili. Un altro missile ha colpito un giardino, uccidendo un uomo e ferendone il nipote di otto anni.”

“Circa quindici minuti dopo un aereo ha lanciato un missile in una strada affollata, Baghdad Street. Ci sono stati quattro morti, tra cui una donna diciottenne. Di nuovo, si ritiene che siano tutti civili.”

Chiaramente, allora, di fronte a questi fatti e alle dichiarazioni ufficiali, la tesi della legittima difesa diventa sempre più traballante. Anche se in questa vicenda particolare ci sono due aggressori – Israele e Hamas – solo uno di essi è una potenza occupante. Quando tale potenza occupante (che capita semplicemente sia la quarta forza militare più potente del pianeta, ricevendo più di 3 miliardi di dollari di aiuti militari l’anno dagli Stati Uniti) uccide 34 bambini di uno stato in quasi totale indigenza, può ancora invocare credibilmente la scusa della legittima difesa?

Secondo il Premio Nobel Barack Obama “Israele ha ogni diritto di difendersi”. Ma, da avvocato, Obama dovrebbe sapere – da un punto di vista legale – che ciò è smaccatamente falso. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’Assemblea Generale dell’ONU, il Dipartimento di Stato USA la Corte Internazionali di Giustizia considerano, tutti, la Striscia di Gaza un “territorio occupato”.  In base all’articolo 51 della Carta dell’ONU (per quel che vale), chi vive sotto un’occupazione ha diritto legale a prendere le armi e a opporsi agli occupanti, mentre la potenza occupante ha il dovere di ritirarsi.

Ma accettiamo per un momento la tesi israeliana e supponiamo che la gente di Gaza abbia in qualche modo “cominciato” (qualsiasi cosa significhi) lanciando i primi razzi ai quali Israele ha successivamente reagito per “legittima difesa” (un’affermazione che è sfacciatamente falsa, poiché sin dal 4 novembre, giorni prima degli attacchi dei razzi, l’esercito israeliano ha ucciso un palestinese disarmato, mentalmente disturbato, e quattro giorni dopo ha ucciso, colpendolo alla testa, un tredicenne mentre giocava a pallone con i suoi amici).  Ma comunque accettiamo la tesi israeliana per un secondo:

Anche se fosse Hamas l’aggressore che ha dato il via alla violenza, un’intera popolazione di 1,5 milioni di persone merita davvero questo tipo di punizione collettiva brutale per mano di una delle macchine da guerra meglio oliate del mondo? Anche se Israele stesse semplicemente agendo per legittima difesa, non è passato per la mente a qualcuno che i semplici numeri (più di 150 morti palestinesi contro 5 morti israeliani) siano così enormemente sproporzionati da rendere l’intera idea di autodifesa del tutto priva di significato? Chiaramente questo genere di “legittima difesa” sproporzionata alimenta soltanto ulteriore resistenza. Alla fin fine lascia Israele in una condizione ancora peggiore.

Perciò, anche strettamente dal punto di vista della sicurezza di Israele (che mi sta molto a cuore poiché molti miei intimi amici e la famiglia della mia fidanzata vivono a Gerusalemme e Tel Aviv) gli attacchi aerei non sembrano aver alcun senso: il sostegno politico a Hamas, che stava costantemente riducendoci prima degli attacchi aerei, è improvvisamente esploso di nuovo.  Tel Aviv non subiva bombardamenti da anni, ma mercoledì mattina 21 israeliani sono rimasti feriti quando una bomba ha colpito un autobus, mostrando che Israele, legato alla sua stessa “logica di intensificazione”, sta in realtà rendendo più insicura la vita dei propri cittadini.

Ma le vite dei palestinesi e la sicurezza di Israele non sembrano problemi di cui il governo Netanyahu – o il complesso industriale militare che gli sta dietro – si preoccupi molto. Invece, mentre i palestinesi correvano a salvarsi la vita e gli israeliani correvano ai loro rifugi, Netanyahu e i suoi ministri era occupati a ideare piani strategici per sabotare gli sforzi dei moderati all’interno dell’Autorità Palestinese (AP) per trovare una soluzione durevole al conflitto, premendo per una soluzione a due stati presso l’ONU. Così, mentre scatenava la guerra contro Hamas, Israele ha contemporaneamente cercato di emarginare Fatah.

Dal punto di vista dell’occupante ci sono motivi molto semplici per questo: il 29 novembre il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, terrà un discorso all’Assemblea Generale dell’ONU per cercare di ottenere un aggiornamento dello status della Palestina a “stato non-membro”. Il problema per Israele è che, da stato non-membro, i palestinesi otterrebbero il diritto di aderire a organizzazioni quali la Corte Internazionale di Giustizia, che è stata una delle principali forze di opposizione all’occupazione illegale, da parte di Israele, di Gaza, Gerusalemme Est e della West Bank e, in particolare, alla costruzione del muro israeliano nella West Bank.

Abbas è pertanto messo sotto immensa pressione dalla linea dura del governo Netanyahu – nonché dagli Stati Uniti – affinché non persegua un voto dell’ONU. In effetti, il 14 novembre, il primo giorno degli attacchi aerei israeliani su Gaza, il ministro degli esteri Avigdor Lieberman ha minacciato di “rovesciare Abbas” se avesse portato avanti la sua richiesta di riconoscimento dello stato presso le Nazioni Unite.  In modo analogo, il ministro degli affari strategici, Moshe Yaalon ha avvertito i palestinesi che avrebbero pagato un “duro prezzo” per il voto. Il motivo, naturalmente, è che un voto vincente comprometterebbe gravemente la legittimità dell’occupazione israeliana.

Prima degli attacchi aerei, il governo aveva già preso in considerazione diverse opzioni radicali per impedire ai palestinesi di sottoporre all’ONU la richiesta del riconoscimento di stato non-membro, tra cui la cancellazione degli accordi di Oslo del 1993, in congelamento delle entrate fiscali palestinesi, l’espansione degli insediamenti israeliani e l’annessione dei territori occupati della West Bank. Ma Abbas ha resistito. Ha addirittura respinto un appello personaledel presidente Obama a posporre la votazione. Nonostante l’opposizione, è ora quasi certo che la richiesta palestinese sarà approvata, con l’Autorità Palestinese che può contare sull’appoggio di almeno 150 paesi tra i 187 membri dell’Assemblea Generale (la risoluzione, per essere approvata, necessita soltanto di una maggioranza semplice).

Non sorprende, allora, che il governo israeliano voglia Abbas fuori gioco. “Il numero di ministri che affermano che dobbiamo tener viva l’Autorità Palestinese sta diminuendo rapidamente,” ha dichiarato al New York Times un alto dirigente israeliano. “Un numero sempre maggiore di ministri considera oggi l’Autorità Palestinese una minaccia strategica.” Netanyahu ha di fronte serie complicazioni, tuttavia, poiché non può mostrarsi pubblicamente a far fuori il partner preferito di Obama per un potenziale futuro processo di pace. Aveva bisogno di una scusa per deviare l’attenzione dal percorso “legittimo” dell’Autorità Palestinese vero una soluzione a due stati, dividendo contemporaneamente il popolo palestinese per minare la pressione per il riconoscimento dello stato. Da questo punto di vista, per Netanyahu la pioggia di missili da Gaza non poteva arrivare in un momento migliore.

Anche se la missione nell’esercito su cui si basavano gli attacchi arei era di paralizzare la capacità operativa di Hamas, il suo effetto politico è stato l’esatto opposto: promuovere la popolarità di Hamas, indebolire Fatah e dividere ulteriormente il popolo palestinese. Secondo l’ex funzionario del Dipartimento di Stato USA, Robert Danin, Israele “ha contribuito alla crescita della statura di Hamas ritenendolo responsabile del fuoco missilistico dei gruppi più radicali di Gaza. Con l’appello all’Egitto per mettere il freno ai leader di Gaza, la centralità di Hamas cresce, anziché diminuire. E’ questo il motivo per cui i leader di tutto il Medio Oriente accorrono a Gaza ignorando Ramallah, per corteggiare la dirigenza di Hamas. Tuttavia trascurando Ramallah e il presidente Abbas, essi emarginano ulteriormente i leader moderati.”

La conclusione è semplice: per screditare la richiesta di uno stato da parte dei palestinesi moderati, Netanyahu aveva bisogno di un’aggressione palestinese. Poiché la maggioranza dei palestinesi aveva scelto di non esercitare il proprio diritto legale alla resistenza armata contro l’occupazione israeliana della loro patria e poiché i moderati dell’Autorità Palestinese avevano scelto di resistere all’occupazione in modo non violento seguendo la via dell’ONU, i razzi di Hamas erano esattamente ciò di cui Netanyahu aveva bisogno per usare la forza. Con il suo comando belligerante com’è, tutto ciò che Netanyahu doveva fare contro Hamas per fargli “spalancare le porte dell’inferno” era di dargli una piccola spinta. Uccidendo il suo leader militare, ad esempio. Solo ore prima di offrirgli un accordo di tregua.

A questo punto è chiaro che il sionismo bellicoso al centro dello stato d’Israele e il fondamentalismo islamico di Hamas procedono mano nella mano. Nessuno dei due potrebbe sopravvivere senza l’altro. Netanyahu – e con lui l’intera macchina da guerra israeliana – ha bisogno degli estremisti religiosi di Hamas per legittimare un’occupazione fondamentalmente illegittima agli occhi di un pubblico israeliano impaurito e di una comunità internazionale la cui opposizione cresce; mentre Hamas ha bisogno dell’aggressione israeliana per conquistare i cuori e le menti in disperazione del popolo palestinese. E’ così che il conflitto è perpetuato. Nessuna delle due parti può vivere in pace.

Dunque sì, come sempre, ci sono almeno due lati in questa vicenda, e due aggressori violenti. Sia Israele sia Hamas stanno facendo rullare i tamburi di guerra. Sia Israele sia Hamas sono fermamente decisi alla vendetta e alla distruzione. Ma mentre i guerrafondai possono essere su entrambi gli schieramenti, c’è una sola forza occupante, una sola superpotenza militare e un solo aggressore che è riuscito a uccidere sistematicamente dozzine di civili dell’altra parte. Qualsiasi cosa si possa pensare dei fanatici di Hamas, l’ultima settimana ci ha insegnato una cosa: proprio ora sono il singolo alleato più importante di Netanyahu nel minare la spinta a una soluzione sostenibile a due stati che porti una pace duratura in Medio Oriente.

Nel frattempo di milioni di palestinesi terrorizzati e di israeliani sottoposti al lavaggio del cervello restano presi senza speranza nel mezzo. E Netanyahu comincia ad apparire ogni giorno più spaventoso.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/israel-s-assault-on-gaza-anything-but-self-defence-by-j-r-me-e-roos

Originale: Roarmag.org

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/8720

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