L’avamposto illegale dei coloni ha l’acqua corrente. I vicini palestinesi no. Questa è la massima espressione dell’apartheid

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Articolo originale pubblicato in inglese su Haaretz, tradotto in italiano da Bocche Scucite

Di Gideon Levy e Alex Levac

Gli attivisti attaccati dai soldati israeliani nelle colline a sud di Hebron stavano portando acqua alla famiglia Hamamdi – a cui Israele nega questa risorsa. Di fronte a loro ci sono i tubi dell’acqua e i cavi elettrici di un avamposto di coloni fuorilegge.

L’acqua giallastra nella grande cisterna di plastica serve per irrigare le colture. L’acqua chiara nelle bottiglie di plastica da 1,5 litri è per bere. Ahmad Hamamdi, un contadino di 71 anni, mostra il misero sistema idrico della sua fattoria ben curata e quasi miracolosa. Sulla collina c’è il recinto mezzo distrutto che ha cercato di costruire per le sue 10 pecore. Di fronte alla piccola capanna in cui vive, ci sono i resti di un’altra stanza che ha costruito. Tra di loro ci sono sedili strappati rimossi da vecchie auto, insieme ad altre cianfrusaglie. La vista evoca un villaggio sulle montagne afgane. Ma non siamo a due ore da Kabul, siamo a due ore da Tel Aviv, di fronte all’avamposto non autorizzato dei coloni chiamato Avigayil, che naturalmente è collegato al sistema idrico e alla rete elettrica, e a cui si accede tramite una strada costruita illegalmente, qui nelle colline a sud di Hebron.

Umm al-Shukkhan è la casa di tre persone: Ahmad Hamamdi, un contadino con un apparecchio acustico; Halimi, sua moglie, 67 anni; e sua sorella mentalmente disabile, Zarifi, 52.Credit: Alex Levac

A Umm al-Shukkhan vivono tre persone anziane: Ahmad Hamamdi, un uomo dalla schiena dritta e resistente con un apparecchio acustico; Halimi, sua moglie, 67 anni; e sua sorella, Zarifi, una donna mentalmente disabile, di 52 anni. Zarifi è uno spettacolo pietoso. Non emette un suono, il suo sguardo è per lo più fisso a terra, ogni tanto si stringe il viso tra le mani. Sua sorella e suo cognato si occupano di tutti i suoi bisogni – indossa una bella veste pulita a righe. I 12 figli di Ahmad e Halimi si sono tutti sposati e se ne sono andati di casa, e contro ogni aspettativa e contro la violenza delle autorità di occupazione e degli ostili coloni locali, la coppia ha creato una splendida fattoria monofamiliare.

Ahmad ha costruito un recinto intorno all’albero di pomelo, e quando le truppe dell’amministrazione civile del governo militare sono arrivate per sradicarlo, due anni fa, ha implorato in nome dell’anima dell’albero, gridando haram – “abbi pietà” – ed è riuscito a fermare la mano del boia. Sono state risparmiate anche le piante di pomodori, okra e cetrioli, insieme alle cinque arnie e all’albero di limone. Al posto dei 150 ulivi sradicati due anni fa, ne ha piantati rapidamente alcune decine di nuovi, che ora stanno fiorendo. E tutto questo nella terra rocciosa del deserto, nel caldo dell’estate, che finora si è rifiutato di diminuire.

I Combattenti per la Pace, una ONG israelo-palestinese, hanno scelto di venire qui venerdì scorso, non perché questo sia l’unico posto nelle colline a sud di Hebron che ha bisogno di acqua (non lo è), ma perché l’apartheid qui grida al cielo in modo più netto che altrove. Acqua illimitata e allacciamento alla rete elettrica per l’avamposto non autorizzato di Avigayil, che ha anche una grande piscina ricreativa, e di fronte il complesso della famiglia Hamamdi, che si aggrappa alla terra che appartiene ai genitori di Halimi, senza allacciamento all’acqua e all’elettricità.

I Combattenti per la Pace volevano portare l’acqua a questa famiglia, ma il maggiore Maor Moshe – un vice comandante di battaglione nel Corpo di Ingegneria delle Forze di Difesa Israeliane – non ha visto di buon occhio il piano. I suoi soldati hanno sparato contro di loro granate stordenti e lacrimogene, uno addirittura mirando direttamente a loro, li hanno respinti violentemente e in un incredibile impeto di rabbia, hanno ferito sei di loro e ne hanno arrestati altri, in una delle più brutte e ripugnanti manifestazioni dell’IDF che si ricordino. Tutto ciò che è rimasto a terra dell’incidente di questa settimana sono alcune bottiglie e manette di plastica.

La famiglia Hamamdi vive qui da cinque anni, dopo essersi trasferita dal villaggio di Taban, a ovest. Le colline a sud di Hebron si trovano completamente nell’Area C della Cisgiordania, in cui ai palestinesi non è permesso costruire nulla e dove Israele ha dichiarato quasi tutto o terra statale o zona di tiro, per meglio espellere i palestinesi.

Ahmad ci serve uva di Argaman dalla vite sotto la quale siamo seduti – grande, carnosa, dolce come il miele. La settimana scorsa ha messo un paravento sul recinto di pietra che ha costruito, per fare ombra alle sue poche pecore, ma nel giro di poco tempo sono apparsi due soldati israeliani che gli hanno ordinato di rimuovere il paravento o di affrontare l’arresto. I coloni di Avigayil hanno apparentemente denunciato questa grave violazione della sicurezza. Il paravento giace ora piegato, vergognoso, in un angolo del portico improvvisato e Ahmad ha portato le pecore da uno dei suoi figli nella vicina città di Yatta fino a quando il caldo non smetterà. Le riporterà dopo la raccolta delle olive, in ottobre. La notte dopo che gli è stato detto di rimuovere il paravento, i coloni si sono presentati e hanno demolito parte delle mura del recinto – le pietre ora giacciono sparse sul terreno.

Il gruppo Combattenti per la Pace ha comprato l’acqua per lui, e Ahmad ha trasportato il contenitore con il suo trattore dal vicino villaggio di Tawani. Di solito porta un contenitore, versa l’acqua nella cisterna e da lì la pompa in un contenitore rialzato da cui l’acqua scorre verso le sue coltivazioni. È un tratto di terra molto piccolo, su cui ogni albero e cespuglio è straordinariamente ben coltivato, come gli orti urbani nei parchi israeliani.

L’insediamento illegale di Avigayil.Credit: Alex Levac

Vi si accede attraverso la strada asfaltata per Avigayil, costruita illegalmente dai coloni, e poi attraverso un sentiero sterrato estremamente brutto fino al compound di Hamadi. Venerdì scorso, pochi metri prima del bivio per il sentiero sterrato, il maggiore israeliano ha fermato il trattore, ha aggredito il conducente, Ahmad, e ha confiscato le chiavi. L’acqua non l’avrà, è un ordine, nemmeno dopo che il deputato Mossi Raz (Meretz), che era presente, ha raggiunto un accordo con l’ufficiale in base al quale i manifestanti di Combattenti per la Pace si sarebbero ritirati e il contenitore d’acqua avrebbe potuto continuare il suo cammino. Subito dopo, però, i soldati hanno iniziato a sparare le granate e il maggiore Moshe si è avventato su uno dei manifestanti, facendolo cadere a terra. Moshe è stato successivamente rimproverato. L’IDF ha dichiarato il giorno dopo che un’indagine, condotta dal Brig. Gen. Yaniv Alalouf, ha scoperto che “la forza dell’esercito ha sbagliato quando ha deciso di usare mezzi di dispersione della folla del tipo stordimento e gas contro i manifestanti, che erano intenti a compiere provocazioni”. L’ufficiale che è stato documentato mentre spingeva un manifestante è stato rimproverato dai suoi comandanti”.

Hamamdi paga 500 shekel (155 dollari) per 20 metri cubi d’acqua, che dura appena due settimane. Sono 1.000 shekel al mese per l’acqua, che ad Avigayil è quasi gratis. “L’acqua è vita”, dice Nasser Nawaj’ah, un residente del vicino villaggio di Susiya e ricercatore locale sul campo per l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Anche Nawaj’ah era presente quando i soldati hanno attaccato il gruppo Combattenti per la Pace. Nawaj’ah racconta che non sapeva che il nuovo ufficiale, che è in servizio nella regione da pochi mesi, si chiama Maor Moshe – i palestinesi pensavano che si chiamasse Itai, perché è così che si è presentato. Ci sono già stati diversi incidenti violenti con lui, racconta Nawaj’ah, aggiungendo che “non mantiene la parola data”. In questa regione remota, dove ogni frazione palestinese è circondata da qualche avamposto fuorilegge e la battaglia è per la pulizia degli abitanti indigeni, ogni ufficiale è un re.

Una forza di polizia arrivata sul posto ha preso le chiavi del trattore dall’ufficiale e le ha restituite ad Hamamdi, ma non gli ha permesso di tornare a casa. È stato costretto a tornare indietro e riportare l’acqua a Tawani e lasciarla lì. Ora ha molta paura di trasportare il contenitore a casa sua – dall’incidente usa solo bottiglie di plastica. Lo scorso aprile, durante il Ramadan, la polizia ha confiscato il suo furgone Toyota, che era “mashtuba” – un veicolo senza documenti – e ora ha una nuova mashtuba, un furgone Mitsubishi sgangherato. Il trattore e il container sono ora con i suoi figli a Yatta, poiché ha paura che qui vengano confiscati. Ora progetta di trovare un modo diverso, bypassando Avigayil con un tragitto molto più lungo, per trasportare l’acqua. Invece di un quarto d’ora, quando è a Tawani, ci vorrà un’ora – tutto quello che serve per aggirare i suoi vicini di Avigayil.

Hamamdi prende l’elettricità dai pannelli solari che gli sono stati dati dall’ ONG Comet-ME, che fornisce tali pannelli alle remote comunità di pastori e ai villaggi a cui Israele non permette di allacciarsi alla rete. Finora auei pannelli non sono stati confiscati, com’è successo in molti altri luoghi.

Un gatto rosso estremamente magro si aggira affamato intorno al complesso. Il soggiorno della famiglia assomiglia a una cella di prigione particolarmente affollata: 13 metri quadrati compresa una mini cucina. Questo è lo spazio in cui vivono tre adulti, nessuno dei quali giovane, di cui uno con bisogni speciali. Tre letti d’acciaio sono disposti a U intorno alla piccola stanza, al centro della quale un sacco di pane pende dal soffitto da una corda assicurata da un gancio. Alcuni pomodori verdi giacciono su un vassoio arrugginito. La luce è fioca, il soffitto è di latta, la cucina è scarna, anche i vestiti sono appesi alle pareti, non c’è nemmeno un armadio. La piccola grotta un po’ più in basso di questa struttura contiene un pollaio e una colombaia. Un’altra stanza, chiusa, è usata per le visite dei 12 figli della coppia e delle loro famiglie. Havat Maon, Avigayil e Mitzpeh Yair li circondano su tre lati, tutti avamposti non autorizzati.

Il posto preferito di Ahmad è in fondo di questo piccolo complesso. Lì, all’ombra di un giovane eucalipto, si trova una sedia di plastica grigia a tre gambe legata al tronco dell’albero. Al posto della quarta gamba mancante, Ahmad ha messo un mattone grigio. Qui si siede solitario e silenzioso, guardando il paesaggio desertico che viene spogliato davanti ai suoi occhi.

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